L’Europa è in grado di accogliere i rifugiati?

23/03/2016 di Ginevra Montanari

500 milioni di europei possono integrare un milione di rifugiati? Difficile dare una risposta a queste domande. Quel che è certo è che l'Europa, davanti a una questione tanto delicata, si è presentata profondamente divisa, favorendo i gruppi terroristici.

Nel 2015 quasi un milione di rifugiati e migranti sono arrivati in Europa da SiriaIraqAfghanistanBangladeshEritrea e da molti altri paesi. Negli ultimi mesi questa cifra non fa che aumentare vertiginosamente, ma ai messaggi di benvenuto si contrappongono le barricate lungo le frontiere, soprattutto dopo gli attentati di Parigi e, immaginiamo, ancora di più dopo quelli di Bruxelles.

Soprattutto per quanto riguarda il gruppo siriano, la situazione appare drammatica: secondo il precedente Alto Commissario delle Nazioni UniteAntònio Guterres, i siriani hanno perso le speranze, non vedendo all’orizzonte una soluzione politica al conflitto. Anche le loro condizioni di vita stanno peggiorando: l’87% dei siriani in Giordania e il 93% dei siriani in Libano vivono al di sotto delle soglie di povertà nazionale, e solamente la metà dei bambini frequenta regolarmente la scuola, secondo i dati di una ricerca della Banca Mondiale. La causa? L’affievolimento degli aiuti internazionali, soprattutto per la scarsità dei mezzi (è stato registrato un taglio del 30% del supporto alimentare ai rifugiati) che ha dato il via ad una corsa disperata. “L’Europa si è trovata completamente impreparata perché divisa”, argomenta Guterres, che la vede incapace quindi di prendere decisioni immediate e puntuali.

Gli stati europei non sono stati in grado di contribuire all’integrazione dei rifugiati, anche e soprattutto per colpa della disorganizzazione dei propri governi: se ci fossero stati maggiori controlli e una precisione adeguata nell’accoglienza, così come un maggiore attenzione al coordinamento delle proprie strutture, il tema sarebbe stato percepito con maggiore apertura mentale, piuttosto che finire per trasformarsi in uno slogan capace di identificare il fenomeno con i barconi e, a seguido del’ascesa dell’IS, con potenziali terroristi. Le tipologie di migrazione, soprattutto dalla Siria, sono infatti innumerevoli, e occorre rendersi conto come, scappando da una guerra, molti dei migranti siriani siano persone istruite, che occupavano un certo ruolo sociale in uno stato tra i più occidentali del medio-oriente, spesso anche in possesso di un’istruzione superiore.

I governi non sono stati in grado di regolarizzare e mettere in atto un meccanismo per gestire un milione di rifugiati, cioè un rifugiato ogni 2000 europei. “Il Libano, che ha un rifugiato ogni tre libanesi, fa fatica ovviamente, ma ce la sta facendo. In Europa gli unici paesi che ricevono efficientemente i rifugiati sono Germania, Svezia e Austria. Il resto sta a guardare senza fare molto” ribadisce l’ex Alto Commissario. La guerra in Siria raggiunge il triste traguardo di cinque anni, e la solidarietà internazionale nei confronti delle vittime non è all’altezza della portata e della gravità della più grande crisi di sfollati del nostro tempo.

Le perplessità si concentrano sempre sullo spazio territoriale, fisico, a disposizione e sulla disponibilità delle risorse e del lavoro. Il fallimento nell’organizzazione e nel coordinamento di cui sopra ha portato ad ascoltare sempre più spesso frasi come “Siamo troppi, non c’è più spazio per gli italiani, non c’è lavoro e non ci sono mezzi a sufficienza per tutti”. Un milione, o anche due, di persone, sarebbe invece, a fronte di 550 milioni di persone e 27 stati, un flusso tutt’altro che non assimilabile. Ma si è sempre più scettici riguardo la capacità concreta di ospitare nuovi rifugiati. Quante persone può ospitare l’Italia? E l’Europa è in grado di accogliere un milione di persone? Rispondere a domande del genere non è semplice, e forse semplicemente non si può. Attenendoci alle leggi del diritto internazionale, un rifugiato ha il diritto di essere protetto, e non si possono stabilire delle soglie minime attraverso cui regolare il flusso migratorio. Prenderne cinquemila o ventimila al mese, voltando la testa dall’altra parte, non è possibile. “In Turchia, all’inizio della crisi, un ministro ha detto che il paese sarebbe stato in grado di ospitare fino a 100.000 persone. Oggi ne ospita più di due milioni”, ha aggiunto Guterres. Finché manca solidarietà nel progetto europeo, in un momento storico in cui l’Europa è assolutamente necessaria, è impossibile assumerci le nostre responsabilità internazionali e organizzarci come dovremmo. E lo scetticismo di fondo verso le istituzioni europee non fa che peggiorare il circolo vizioso delle mancate funzioni internazionali.

Molti responsabili politici di spicco hanno affermato come non si debba ricevere rifugiati musulmani fino a nuove delucidazioni, Trump, oltreoceano, ha alimentato l’incendio, promettendo una chiusura totale all’immigrazione islamica (e messicana) in caso di elezione. In questo modo si crede di poter salvaguardare la sicurezza del proprio paese ma, purtroppo, la realtà è che si potrebbe fornire un’enorme e pericolosa scintilla al fuoco terrorista, alimentandone la propaganda nel peggiore dei modi. L’esempio di Bruxelles dovrebbe insegnare. In alcuni stati europei sono presenti comunità islamiche significative, spesso ghettizzate o auto-ghetizzate anche a causa del fallimento delle politiche di integrazione, comunità in cui la frustrazione dei giovani rischia di trasformarsi in una bomba ad orologeria. Un atteggiamento di questo tipo aiuterebbe l’IS nella sua propaganda ai fini del reclutamento. Perché è più facile che essa possa farsi strada proprio in quei luoghi, verso le seconde generazioni, verso persone già presenti sul territorio da anni, come insegnano i tristi episodi dell’ultimo anno. Parte della strategia dell’ISIS è proprio contro i rifugiati, perché non è altro che “mano d’opera persa”, traditori della stessa causa. Far reagire l’Europa, far chiudere le frontiere in seguito a feroci attacchi, come quello di Parigi, non vuole solo scatenare il panico, la paura, ma bloccare i disertori sfuggiti alla crociata dell’ISIS e alimentare la propaganda che vedrebbe nell’Europa una popolazione di persone intolleranti verso l’Islam, non disposte ad accettarlo, ma a combatterlo con ogni mezzo.

Non si discute la difficoltà dell’integrazione fisica e psicologica, argomento su cui i dibattiti sono accesi dalla fine degli imperi coloniali, soprattutto in stati come Regno Unito e Francia. Ma è necessario avere ben presente che non sarà uno sbarramento, una lotta allo straniero musulmano, a farci vincere la battaglia contro l’IS. Servirà piuttosto una maggiore collaborazione tra i governi, e delle politiche sociali e di integrazioni in grado di dare un doppio risultato: far sentire i musulmani europei, anche quelli più emarginati, parte di una comunità, e sensibilizzare maggiormente noi tutti su quanto questo sia un obiettivo prioritario nella lotta al terrorismo.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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