Lettera aperta a John Elkann

15/02/2014 di Andrea Viscardi

John Elkann

Gentilissimo John Elkann,

Con tutto il rispetto, Lei non ha alcun diritto di affermare che i giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa. In primis, perché – data la sua posizione – affermare falsità di questo tipo è altamente irresponsabile. Quindi perché, data la sua predestinazione, risulta piuttosto irrispettoso verso tutte quelle persone che, non riuscendo a trovare un lavoro e vivendo ancora, anni dopo la laurea, in parte o del tutto sulle spalle della propria famiglia, vivono ogni giorno un piccolo dramma.

Se fa parte della famiglia Agnelli,  le “occasioni” e le “opportunità” di lavoro, che Lei sembra vedere da ogni parte, esistono. Anche i soldi, nel caso, per aprire attività in proprio, come ha invitato Lei i giovani a fare. Provi, però, a spacciarsi per un ventiseienne – senza una ricca famiglia alle spalle – che si presenta in Banca per richiedere un prestito atto a costituire una nuova società, magari anche con un’idea interessante. Ecco, probabilmente vedrebbe, per la prima volta, qualcuno guardarla negli occhi come se fosse – per dirla alla milanese – un pirla.

Inoltre, appare quantomeno tragicomico che sia Lei a parlare di un’Italia piena di opportunità e lavori. Come mai, allora, la FIAT ha fatto quel che ha fatto negli ultimi dieci anni? Tutto quello che Lei ha affermato, lo vada a dire a chi, dopo essersi fatto in quattro per cinque anni, laureandosi, magari lavorando come barista per mantenersi una piccola parte degli studi, oggi è costretto a lavorare, qualora sia fortunato, a 400 euro al mese o, nei peggiori dei casi, a proprie spese. Perché bisogna fare esperienza. Di questi, scaduto il periodo dello stage, qualcuno verrà assunto, la maggior parte sbattuti fuori e costretti a iniziare da capo il percorso.

Lei è cresciuto in una delle famiglie più ricche d’Italia. Ha studiato come tutti noi, con la differenza che, appena finito il suo percorso di formazione, era già lì, a cavallo della FIAT, designato non per le sue particolari capacità, ma perché membro della famiglia Agnelli.  Non è una colpa, ma una fortuna. Esattamente come quella di tutti noi italiani di essere nati in questo Paese piuttosto che nella Siria di oggi. Questa fortuna, però, dovrebbe farla riflettere una decina di volte, prima di affermare quanto da Lei detto.

Perché noi, studenti normali, finiti gli studi ci troveremo davanti il Mondo vero.  Non quello perfetto, fatto di soldi, scorciatoie e facilitazioni. Quello che la elegge vicepresidente del Gruppo Fiat quattro anni dopo la sua laurea, alla “tenera” età di ventotto anni.  Perché, senza mettere in dubbio in alcun modo le sue capacità, Lei non sarebbe neanche lontanamente quello che è oggi se si chiamasse John Rossi. Certo, magari avrebbe fatto una buona carriera – anche considerando che il mercato del lavoro, nel 2000, era diverso da quello odierno. Ma chi può dirlo? Di sicuro, però, non potrebbe andare in giro con Ferrari o Maserati, e decidere, se ne ha voglia, di affittare un Jet per andare alle Maldive.

Spero che Lei intendesse qualcosa d’altro e si sia espresso male.  E queste parole, sia ben chiaro, vengono da una persona che può ritenersi, in parte, tra i fortunati  – sicuramente meno di Lei -,  che avendo alle spalle una famiglia che ha fatto grandi sacrifici ha potuto studiare in un’ università tra le più prestigiose in Italia. I giovani, almeno la gran parte (è innegabile non si tratti della totalità), non vivono sulle spalle dei genitori perché amano farsi mantenere, perché pigri, e con poche ambizioni. La disoccupazione giovanile non è conseguenza di mancanza di ambizioni e di voglia di stare sdraiati a letto fino a mezzogiorno. Lei crede che – tolto qualche eccezione – ad un ragazzo di ventotto anni, mediamente responsabile, possa far piacere sapere di essere mantenuto da una famiglia che, magari, ha fatto sacrifici per permettergli di completare gli studi e nella quale un padre di sessant’anni, con un lavoro modesto, è costretto – completamente o in parte – a pagargli da vivere? Crede possa far piacere, ad una coppia vicino alla trentina, non poter vivere insieme, sposarsi, o pensare ad avere un figlio perché riescono a lavorare a fasi alterne, se va bene, e portando a casa ciò che basta, forse, per pagarsi da mangiare?

Se oggi lo scenario è questo, è anche perché lo Stato ha sempre pensato, negli ultimi 20 anni, a salvare o aiutare aziende come la sua piuttosto di dedicarsi ad uno sviluppo effettivo della concorrenzialità, del mercato, del sistema industriale italiano. Favorendo le disfunzioni piuttosto che l’efficienza e la capacità di stare nel mercato. Uccidendo lo sviluppo sotto il peso di sussidi capaci solo di tenere in vita centinaia di aziende in coma celebrale e incapaci di dare qualcosa di più al Paese. Allora, visto che Lei non è stupido ed è assolutamente consapevole di tutto questo, ci risparmi le lezioni di morale, ed eviti di insultare tutte quelle persone che, dopo aver contribuito a far diventare, nell’arco di due generazioni, la sua azienda quella che è, si vedono ricompensati dallo Stato vivendo il dramma di non vedere alcun tipo di futuro per i propri figli.

Un saluto,

Andrea Viscardi

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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