Letta e le “balls of steel”, quando la politica si fa bella (senza motivo)

07/11/2013 di Andrea Viscardi

“Oh yes, they (ndr. i leader europei) say that Letta has balls of steel.”. Queste sarebbero state le parole di Enrico Letta davanti ai taccuini di un giornalista dell’ l’Irish Times. Il Premier continua: “E’ novembre e siamo ancora qui, credo che il governo abbia la possibilità di fare un buon lavoro nei prossimi mesi”. Forse sarebbe il caso che, qualcuno, da una delle cancellerie europee, o magari dal nostro Consiglio dei Ministri, potesse rendere partecipi gli italiani tutti di quali siano stati i meriti di Enrico Letta, tali da avergli costruito l’immagine di un superman “dalle palle d’acciaio”. (*nota: la frase è stata smentita, per dovere lo riportiamo. Non si sarebbe parlato di palle di acciaio ma di attributi, il che, comunque, non inficia minimamente il resto dell’articolo)

Da aprile ad oggi, infatti, le palle – i lettori mi perdonino il termine – sono state forse proprio quella qualità tanto necessaria quanto mancante nel suo operato. La fiducia ottenuta a discapito di Berlusconi, non può essere sufficiente a giudicare l’operato del Governo in senso positivo. Più simile ad un burattino, il nostro caro Premier viene controllato da due burattinai in contrasto tra loro, ed al pubblico rimane solo la visione di una marionetta che si muove sul palco in modo asincrono e innaturale (vedi caso IMU).  Le marionette, per di più, sono fatte di legno, non d’acciaio, e rischiano di prendere fuoco alla prima scintilla.

Enrico Letta durante il discorso introduttivo alla Camera, solo sei mesi fa (foto Ansa)
Enrico Letta durante il discorso introduttivo alla Camera, solo sei mesi fa (foto Ansa)

Tornando ad Aprile, infatti, erano ben chiari alcuni punti: no all’aumento dell’IVA, revisione del patto di stabilità interno, stop al sistema di tassazione sulla prima casa. Come non ricordarsi, poi, la sua citazione di Papa Francesco, mentre parlava dei giovani e di quanto fossero una risorsa fondamentale per il futuro di questa nazione? O delle sue parole sul non richiedere sacrifici sempre e soltanto ai soliti noti, sulla valorizzazione del lavoro autonomo e delle libere professioni? Per non citare, quindi, la legge elettorale, e il paletto di 18 mesi stabilito per portare a termine le riforme strutturali necessarie.

Ora, a distanza di 7 mesi, possiamo dire candidamente – e senza paura di essere smentiti – non solo che i provvedimenti intrapresi in queste direzioni, quando esistono, sono per lo più inconsistenti, ma che le uniche palle d’acciaio sembrano essere quelle raccontate proprio dal Premier, alle Camere, mentre chiedeva la fiducia dei parlamentari e, indirettamente, degli italiani. L’IVA è aumentata, l’abolizione dell’IMU ha portato ad un rimodellamento complessivo della tassazione il cui risultato sembra – rispetto al 2013 – un aumento della stessa (alla faccia delle smentite), la disoccupazione giovanile è ai livelli massimi, mentre la pressione fiscale, anche considerando solamente quella sul lavoro, è forse più lontana dall’essere abbassata oggi di quanto non fosse durante il governo Monti.

Per non parlare delle riforme politiche e istituzionali. Non volevamo molto. Nessuno avrebbe mai pensato che, sin dall’inizio del suo governo, si sarebbe potuta pianificare una revisione costituzionale tale da poter cambiare struttura alle due Camere in tempi brevi. Ma il Porcellum, signor, Letta, suvvia! Sul serio Le sembra normale esista ancora oggi il rischio – per quanto remoto – che, la  pronuncia della Corte Costituzionale, il 3 dicembre, non solo accetti (cosa quasi ovvia) il ricorso della Consulta ma, magari, forzi a tal punto la mano da cancellarLe il Porcellum da sotto il naso e resuscitare, sul trono della reviviscenza, il Mattarellum? Il tutto mentre le Camere non hanno ancora approvato una nuova legge elettorale? Sarebbe ancora un governo credibile, quello da Lei guidato, in quel caso?

Nessuno vuole affermare la colpa sia solo ed esclusivamente sua, anzi. Il compito di portare avanti un governo, con due schieramenti come questi – responsabili prima di tutto verso se stessi e poi, solo secondariamente, verso il Paese – sarebbe stato arduo anche per i migliori uomini di politica che la storia possa ricordare. A volte, però, l’avere le palle si traduce anche nell’ammettere di non poter fare nulla – data la situazione – per raggiungere realmente e concretamente gli obiettivi prefissati e cercando, con parole forti – non certo di scuola democristiana – di richiamare tutti alle proprie responsabilità.

Onorevole Letta, ci risparmi, allora, mentre il Paese va a fondo e gli indicatori economici si presentano peggiori di quanto voi stessi avevate previsto pochi mesi fa, il suo vantarsi di essere un toro davanti ai leader europei. Perché, per salvare degli accordi difficili da rispettare, si sta seguendo una strada sbagliata e si sta affossando un Paese. E quel Paese è il nostro. Secondo l’OCSE, per far rientrare il rapporto debito/pil nella soglia del 60% entro il 2030, occorrerà un avanzo strutturale del 2% all’anno ( circa 50 mlrd per anno rispetto al 2013) che sarà perseguito, stando così le cose, anche e soprattutto con la politica della tassazione. Perché, caro Enrico, il suo governo si è dimostrato, al momento, incapace di fare diversamente. Ecco, abbia le palle di dire questo agli italiani, invece di andare a vantarsi sulle pagine dell’Irish Time di come la considerino nel resto d’Europa, dove il ritornello “Tarsu, Tares, Trise, Tari” non hanno neanche idea di cosa significhi.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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