Governo Letta alle Camere per la fiducia: un discorso più politico che economico

29/04/2013 di Federico Nascimben

I discorsi introduttivi con i quali un governo chiede la fiducia alle Camere sono (ovviamente) sempre molto ampi ed eterogenei, dato che devono lasciar intravedere le linee di politica generale. E così è stato anche per questo. Ma questo Governo vuole – almeno nelle intenzioni – aprire una nuova fase di dialogo e reciproco rispetto. Vuole essere – stando alle dichiarazioni dello stesso Letta – un “governo di servizio al Paese”. A tal riguardo, le risposte ai problemi del Paese sono state individuate con estrema chiarezza dal neo Presidente del Consiglio. Ma ciò che non viene individuato, invece, sono le coperture di spesa necessarie (soprattutto nel momento in cui si propone un ampio programma di riforme).

Un ottimo discorso politico – Il discorso di Letta alla Camera è certamente molto ben impostato e strutturato: è il frutto della grande esperienza di un giovane uomo politico che riesce a mettere d’accordo tutti i partiti che sostengono il suo governo. Le problematiche italiane vengono analizzate in maniera lucida e consapevole. Le risposte che vengono date sono per la maggior parte corrette e condivisibili (tralasciando soprattutto l’azzardo sull’IMU), e vengono inserite all’interno di un contesto europeo votato al dialogo che ricerca un cambio d’impostazione delle politiche economiche. Proprio per questo, anche alla ricerca di una legittimazione in sede europea, Letta si recherà nei prossimi giorni a Berlino, Parigi e Bruxelles.

Enrico Letta durante il discorso introduttivo alla Camera (foto Ansa)
Enrico Letta durante il discorso introduttivo alla Camera (foto Ansa)

Ritrovare la credibilità perduta – Sin dalle parole iniziali appare evidente l’eccezionalità di un tale governo, nato per far fronte ad una situazione di crisi economica e di delegittimazione delle istituzioni nel loro complesso. Per risolvere quest’impasse, ha dichiarato Letta, “il Presidente della Repubblica ci ha concesso un’ultima opportunità di mostrarci degni del ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione”. Vi è quindi la necessaria presa d’atto dell’insostenibilità dell’attuale stato della classe dirigente e del funzionamento delle istituzioni. Le riforme politiche (così come quelle economiche) avranno come base di partenza il lavoro svolto dai saggi, e per attuarle si auspica l’istituzione di una “Convenzione” (che sembra richiamare una sorta di bicamerale) che approvi misure condivise per: rendere più efficace ed efficiente l’assetto del Parlamento, fare una nuova legge elettorale, moralizzare la politica, dare attuazione all’art. 49 della Costituzione sulla democraticità interna ai partiti, perfezionare la riforma del Titolo V e – last but not least, è proprio il caso di dirlo – rivedere e superare l’attuale finanziamento pubblico ai partiti. Proprio perché stiamo parlando di riforme che “il Paese aspetta da troppo tempo”, entro 18 mesi Letta verificherà lo stato dei lavori e, in caso l’esito non fosse “avviato verso un porto sicuro”, ne trarrà “immediatamente le conseguenze” (che tradotto significa: dimissioni).

Le riforme economiche – Come già ribadito, vengono individuate pressoché tutte le problematiche socioeconomiche che riguardano il nostro Paese. Il lavoro “è e sarà la priorità” del nuovo governo, dato che occorre diminuire il livello di disoccupazione (dei giovani e delle donne in primis). Dopodiché si cercherà di: ridurre la pressione fiscale; stanziare nuovi fondi per le PMI per favorirne l’internazionalizzazione e l’aggregazione; rivedere il welfare “all’italiana”; ridurre il cuneo fiscale (soprattutto per i giovani neoassunti in modo stabile); rivedere il sistema di ammortizzatori sociali e “studiare forme di reddito minimo per famiglie bisognose con figli”; sburocratizzare e snellire “l’intero sistema delle autorizzazioni”; favorire lo sviluppo del turismo e del Sud del Paese ecc. ecc.

E le risorse necessarie? – Quello che non convince concerne il “come” trovare le risorse necessarie. È evidente che le maggiori distanze riguardano sia il “cosa” fare che il “dove” tagliare, dato che ulteriori aumenti della tassazione appaiono, ora più che mai, insopportabili. Ma l’art. 81 della nostra Costituzione (troppo spesso disatteso) recita anche che “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”, senza contare le scarse risorse a disposizione e il ristretto margine di manovra. Occorrevano quindi indicazioni più precise – ma pur sempre inserite in un discorso che detta le linee di politica generale, sia ben chiaro – sulle fonti necessarie a finanziare l’enorme mole di riforme che si prevedono, le quali, se attuate, richiederebbero decine e decine di miliardi, senza aggravare ulteriormente sul bilancio dello Stato (oltre a quello dei cittadini, naturalmente). Tale impostazione appare sintomatica alla natura e alla composizione del nuovo governo. Ci troveremo sicuramente davanti a veti incrociati: lo stop del pagamento dell’IMU a giugno (per prendere tempo), non è altro che un piccolo anticipo dei problemi che questo esecutivo troverà per la sua strada.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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