Leone III e Carlo Magno, il ritorno dell’impero in Occidente

23/03/2014 di Davide Del Gusto

Leone III

Roma, Natale 795: solamente poche ore separarono la morte di Adriano I dall’elezione e consacrazione del suo successore, Leone III, un pontefice che, con un semplice gesto, avrebbe condizionato la visione del potere nel mondo cristiano per i secoli successivi. Inoltre, fu con lui che si consolidò maggiormente il rapporto tra la Sede Apostolica e i Franchi, a partire dallo stesso Carlo Magno, già grande protagonista del precedente pontificato.

Carlo Magno

Pur non provenendo dall’aristocrazia romana, Leone fu uno stretto collaboratore di Adriano: era il suo vestarario, il responsabile cioè dell’ufficio di Curia che amministrava il tesoro papale, un incarico che divideva con il ruolo di prete cardinale di Santa Susanna. Acceso sostenitore del potere temporale della Chiesa e del ruolo centrale del papa, non godeva di un comune consenso tra il popolo romano, soprattutto da parte di quelle famiglie nobili che, nelle poche ore che avevano preceduto la sua elezione, non erano riuscite a mantenere il controllo sul Laterano.

Come primo provvedimento, in segno di grande continuità politica con il suo predecessore, Leone inviò a Carlo le chiavi di San Pietro e lo stendardo della città di Roma, per informarlo della sua elezione: accettando questi doni simbolici, il re dei Franchi riconosceva non solo la sua affiliazione alla Chiesa romana, ma anche la riconferma a difensore della Chiesa, essendo già stato nominato Patricius Romanorum da Adriano. Invitandolo poi a inviare in Italia suoi ambasciatori che giurassero fedeltà al thronus di Pietro, è evidente che Leone puntasse su Carlo per rafforzare il potere temporale e la sua autorità su Roma, smarcandosi così dalle continue ingerenze dei nobili locali.

Dal canto suo, sembra che inizialmente Carlo sia stato titubante nell’accettare l’elezione di Leone: lo attesta una sua lettera che l’abate Angilberto di Centula consegnò al pontefice neoeletto, in cui il re lo esortava a seguire i canoni della Chiesa e gli insegnamenti dei Padri, nonché a combattere la simonia. Era come se il sovrano facesse da moralizzatore del papa, al quale, però, non mancò di far recapitare una consistente parte del tesoro sottratto agli Avari, come dono per la Chiesa: Leone lo utilizzò per abbellire e restaurare le chiese di Roma, per acquistare preziosi oggetti e tessuti per le liturgie e per edificare in Laterano una vasta sala per le cerimonie non religiose, simile a quelle dei palazzi imperiali di Bisanzio. Qui, con l’intento di rafforzare ancor di più il suo legame con i Franchi attraverso una precisa iconografia, fece comporre un meraviglioso mosaico absidale in cui, da una parte, Cristo consegnava a San Pietro le chiavi e a Costantino il vessillo con la croce; dall’altra, invece, il Principe degli Apostoli conferiva allo stesso Leone il pallio vescovile e a Carlo il vessillo: il papa e il sovrano si dividevano congiuntamente la cura del popolo cristiano, come i loro illustri predecessori, e rispondevano di ciò esclusivamente all’autorità della Chiesa di Cristo.

L’attività di Leone continuò, nel 798, con una serie di azioni e provvedimenti volti a consolidare il suo ruolo: inviò il pallio arcivescovile ad Arnone di Salisburgo e istituì la diocesi di Baviera, un altro porto per l’evangelizzazione dell’Europa centrale; confermò Canterbury come prima sede d’Inghilterra e sollecitò il re di Mercia a inviare a Roma l’obolo di San Pietro; condannò infine, in un sinodo voluto da Carlo, l’eresia adozionista, secondo cui Cristo venne semplicemente adottato da Dio Padre.

Nonostante ciò, la politica accentratrice di Leone alimentò l’odio nei suoi confronti da parte della nobiltà, che lo accusava di essersi sottomesso al re franco. Ne conseguì che, il 25 aprile 799, mentre si recava a San Lorenzo in Lucina fu vittima di un’aggressione da parte di un gruppo di congiurati non estranei alla Curia. Costoro lo disarcionarono dal cavallo, lo trascinarono all’interno della vicina chiesa di San Silvestro in Capite, lo bastonarono, cercarono di cavargli gli occhi e mutilargli la lingua, e lo rinchiusero poi nel monastero di Sant’Erasmo sul Celio. Solo grazie ad alcuni fedeli e alla protezione del duca di Spoleto Winichis egli riuscì a scappare da Roma e ad avere salva la vita.

Leone iii
Il mosaico absidale del “Triclinium Leoninum”, oggi in Piazza di San Giovanni in Laterano.

Per salvaguardare la sua persona e il suo ruolo, nell’estate del 799 Leone fuggì a Paderborn, in Sassonia, dove venne accolto da Carlo in persona, che, però, non compì alcun gesto di omaggio all’arrivo del pontefice. Il sovrano, supportato dal suo principale collaboratore, Alcuino di York, constatò – non a torto – di essere rimasto l’unica vera autorità con il compito di defensor ecclesiae: il papa aveva perso la sua sede, aveva rischiato la morte ed era stato costretto a fuggire da Roma; a Oriente, invece, l’imperatore Costantino VI era stato deposto e fatto accecare dalla madre Irene, che assumeva la reggenza di Costantinopoli. Era dunque giunto il momento di riportare il potere imperiale in Occidente.

Carlo, molto intelligentemente, respinse fermamente la richiesta dei congiurati di accusare genericamente il papa di adulterio e spergiuro; Alcuino stesso, sulla base dei canoni, affermò che il pontefice non potesse essere giudicato da nessuno e che non esistesse alcuna autorità con tale potere: essendo vicario di Pietro, Leone non dovette subire un processo, né confessare le colpe attribuitegli dai suoi nemici. Calmatesi le acque, il papa poté rientrare a Roma nel novembre 799, ove venne accolto a Ponte Milvio dal popolo, il quale temeva ripercussioni da parte dell’esercito franco in caso di disordini. Dopo aver celebrato messa in San Pietro e in Laterano, Leone decise di inviare in Francia i congiurati senza pronunciare una sentenza.

Finalmente, nell’agosto dell’800 Carlo, rivestendosi del ruolo di Patricius Romanorum, scese in Italia alla testa del suo esercito, dichiarando di voler indagare personalmente sulle accuse che erano state rivolte al papa dalla nobiltà romana. Venne accolto il 23 novembre da Leone presso Mentana, al XII miglio da Roma, dove era tradizione che i vescovi romani ricevessero l’imperatore bizantino. Il giorno seguente, il pontefice e il re entrarono assieme nella basilica vaticana, ove venne allestito un tribunale composto da nobili franchi e romani: dopo tre settimane di consultazioni, non solo il papa venne sollevato da tutte le accuse, ma venne ribadito il principio teorizzato da Alcuino, secondo cui nessuno al mondo avesse il potere di giudicare la Sede Apostolica. Fu uno scacco per Carlo stesso che, accolto comunque trionfalmente dai romani, richiese il riconoscimento di un’autorità superiore a quella di re dei Franchi, dei Longobardi e di Patricius Romanorum: nessuno infatti aveva dimenticato che il trono imperiale di Bisanzio era retto da una donna e considerato quindi come vacante.

Nel Natale dell’800 i riti liturgici tradizionali vennero spostati dalla basilica di Santa Maria Maggiore a San Pietro, ove venne preparato tutto per l’acclamazione di Carlo da parte del popolo, secondo il cerimoniale bizantino, cui sarebbe seguita l’incoronazione vera e propria eseguita dal papa. Secondo le due fonti principali di questa vicenda, il Liber Pontificalis e gli Annales Francorum, Leone incoronò Carlo prima dell’acclamazione popolare scandendo tre volte a gran voce la formula: «A Carlo, il piissimo Augusto incoronato da Dio, al grande imperatore apportatore di pace, vita e vittoria». Fu un momento eccezionale e fondamentale per la storia d’Europa: il papa si poneva di fatto come la sola autorità capace di disporre su quella imperiale. Eginardo, il biografo di Carlo, sottolineò, qualche anno più tardi, una certa delusione da parte del neoimperatore nell’accettare il fatto; una cosa però è certa: il gesto di Leone III, nell’immediato assicurò un grande vantaggio alla sua persona, che usciva così più che degnamente dal caos degli anni precedenti, ma costituì soprattutto il precedente per una prassi che si sarebbe consolidata nei secoli successivi e per il rapporto politico-simbolico tra i ruoli del sacerdozio e del regno.

Carlo si fermò a Roma sino alla Pasqua dell’801: quell’inverno, secondo Alcuino, servì per migliorare i rapporti tra i due. Dopo la sua partenza, il papa riprese finalmente le redini della Chiesa, avendo sempre la figura dell’imperatore al suo fianco; l’incoronazione, in un certo senso, aveva rafforzato la caratteristica teocratica del governo imperiale: ma nonostante alcune intromissioni di Carlo in alcuni affari strettamente teologici (come la disputa sul Filioque), Leone rimase inflessibile nel consolidare e imporre le disposizioni della Chiesa di Roma fino alla sua morte, avvenuta nell’816, dopo un lungo e travagliato pontificato.

 

 

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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