L’entusiasmo di Erdoğan per Trump

08/02/2017 di Sabrina Sergi

Il positivo colloquio telefonico avvenuto durante la giornata di ieri tra i due leader non nasconde qualche piccola difficoltà.

Trump e turchia

Quando lo scorso novembre, Donald J. Trump è stato eletto 46^ presidente degli Stati Uniti, diversi Paesi mediorientali hanno esultato. Per molti di loro, infatti, Hillary Clinton avrebbe rappresentato un ritorno al vecchio concetto di boots on the ground, ovvero un più ampio impiego di truppe statunitensi all’estero.

Nel gennaio, durante i giorni dell’insediamento ufficiale, alcuni leader di Paesi mediorientali hanno proferito encomi nei confronti del neo-eletto presidente e, tra questi, uno dei più entusiasti è stato senza dubbio il capo di Stato turco, Recep Tayyp Erdoğan. Uno degli organi di stampa più vicini all’AKP, il Daily Sabah, dichiarava infatti che il 20 gennaio avrebbe rappresentato l’inizio di una nuova era di cooperazione tra Turchia e USA, definendo Trump «una forza positiva» per l’intera regione. La Turchia si era infatti sempre mostrata estremamente critica rispetto alle politiche dell’amministrazione Obama in Medio Oriente. L’elezione di Trump rappresenta quindi un occasione, per Erdoğan, di realizzare due obiettivi.

Il primo di questi è senza dubbio l’avviamento del procedimento per l’estradizione di Fetullah Gülen, al quale è stata attribuita la responsabilità del colpo di Stato del 15 luglio scorso. Su di lui pende inoltre l’accusa di essere a capo di un’associazione terroristica, la FETÖ- Fetullahçı Terör Örgütü. In secondo luogo, ad Ankara si aspettano che Trump interrompa i rapporti con il PYD in Siria, sospettato di avere legami con il PKK, e supporti maggiormente l’operazione turca Scudo dell’Eufrate.

Il positivo colloquio telefonico avvenuto durante la giornata di ieri tra i due leader, comunque, non nasconde qualche piccola difficoltà. Sebbene infatti sarebbero stati trovati molti punti d’incontro sulla gestione della situazione in Siria e sulla lotta al terrorismo, alcune misure intraprese dalla Casa Bianca hanno preoccupato la popolazione turca. In particolare, l ’ordine esecutivo emanato dal presidente americano per impedire l’ingresso nel Paese ai cittadini di sette Stati a maggioranza musulmana, ha indignato l’opinione pubblica. Tale decreto é stato infatti interpretato come uno schiaffo morale per un Paese il cui presidente si è più volte presentato come «il difensore di tutti i musulmani».

Per quanto concerne la questione Gulen, l’ex imam potrebbe effettivamente essere allontanato dagli USA, in quanto a capo di un network religioso di stampo musulmano. In ogni caso, sempre che tale espulsione avvenga, saranno necessari ancora mesi se non anni prima che si delineino modalità e tempistica. Infine, il segretario di Stato americano Rex Tillerman ha dichiarato di recente che, dopo la sconfitta dello Stato Islamico, tra i prossimi obiettivi ci sarà anche l’organizzazione dei Fratelli Musulmani. L’associazione islamica, transfuga dall’Egitto dopo il golpe di al-Sisi, gode attualmente della protezione di Erdoğan. Un’altra criticità che non contribuirà a mettere i due Paesi sulla stessa rotta, sebbene Hilal Kaplan, columnist  del già citato Daily Sabah, abbia apertamente sostenuto che ciò che importa veramente in questo periodo storico è la sorte dei «musulmani nella nostra regione».

In conclusione, l’attuale atteggiamento attendista di Erdoğan non è probabilmente solo frutto di una strategia. É infatti probabile che egli nutra una sincera ammirazione per il presidente americano, viste le affinità tra le loro politiche. A questo vanno aggiunti altri fattori su cui entrambi i Presidenti hanno fondato la loro elezione, il nazionalismo, l’avversione per la stampa e le teorie cospirazioniste contro le banche. Inoltre, la stessa retorica dell’uomo forte al comando potrebbe essere assunta da Erdoğan dal momento che, dopo il referendum indetto per il prossimo 16 aprile, potrebbe diventare lui stesso il capo di una repubblica presidenziale.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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