L’elezione dei giudici della Corte Costituzionale: atto 27 della vergogna

26/11/2015 di Luca Andrea Palmieri

Tante sono le sedute fino ad ora necessarie, e non bastanti, per l’elezione dei tre Giudici mancanti della Corte Costituzionale. Un calvario che va avanti da 17 mesi, che lascia monca una delle istituzioni fondamentali del nostro paese e che mostra tutta la debolezza del nostro sistema politico.

Ventisette scrutini non sono stati sufficienti per eleggere i Giudici della Corte Costituzionale. Ventisette sedute che le Camere avrebbero potuto diversamente impiegare per affrontare questioni dirimenti per il futuro del Paese. La prima seduta si è svolta il 12 giugno 2014 per eleggere due Giudici. Oggi, a 17 mesi di distanza, il Parlamento era chiamato ad eleggere 3 componenti della Consulta.

Recita così la prima parte del comunicato congiunto delle Presidenze di Camera e Senato di oggi sul tentativo di elezione, ancora una volta fallito, dei tre Giudici di selezione Parlamentare della Consulta. Poche righe che riassumono efficacemente una vera e propria odissea del ridicolo, capace di mostrare tutta la fragilità del nostro sistema politico di fronte a una frammentazione senza precedenti, che mina, in questo contesto, le sue stesse basi istituzionali. Ventisette sedute, 532 giorni, 76 settimane. Sedute, appunto, che potevano essere utilizzate senza dubbio meglio. Ma anche giornate di trattative interminabili, nodi gordiani che neanche la proverbiale spada sembra poter sciogliere, quando il paese, in un periodo di tensione come questo, ha anche altre priorità su cui concentrarsi. E invece eccoci ancora qua a chiederci: si uscirà mai da quest’impasse?

La questione è molto più importante di quanto non sembri. La Corte Costituzionale è attualmente composta da soli dodici componenti, invece dei quindici abituali. Le decisioni della Corte richiedono che si raggiunga al suo interno almeno la maggioranza, e in caso di parità dei voti, nel più dei casi, prevale l’opinione espressa dal Presidente, che si esprime per ultimo. Solitamente questa maggioranza è a otto (sette più il Presidente), nel caso attuale si riduce a sette membri (sei più il Presidente): insomma, nel caso di una decisione controversa, la Corte sarebbe costretta a fare appello a una maggioranza inferiore a quella solitamente necessaria, scevra di una delle componenti fondamentali, quella eletta dal Parlamento (che, per quanto possano esservi critiche al riguardo, è pur sempre l’ente rappresentante il popolo).

Insomma, la sua legittimità ne risulta inevitabilmente sminuita, cosa già di per sé inaccettabile per un’istituzione di tale importanza. Oggi la Corte cerca, nei limiti del possibile, di prendere decisioni all’unanimità. E se venisse il giorno di un giudizio Costituzionale davvero controverso e rilevante per la generalità della popolazione? Una Corte “monca” avrebbe davvero l’autorità per fare una scelta del genere?

E dire che ieri il dado sembrava finalmente tratto: se il Movimento 5 Stelle aveva deciso di continuare a convergere solo e soltanto sul proprio candidato, Francesco Modugno, un accordo pareva essere stato raggiunto tra PD e Forza Italia sulla terzina dei nomi: Augusto Barbera indicato dal PD, Giovanni Pitruzzella per le forze centriste e Francesco Paolo Sisto per il centrodestra. Per ogni singolo giudice, votato a Camere riunite, serviva raggiungere un quorum di 570 voti. La maggioranza più Forza Italia, in teoria, poteva arrivare a 654 voti. Di questi in aula ne erano presenti 625. Eppure nessuno dei tre candidati è arrivato alla meta: il più vicino, Barbera, è arrivato a 536 voti. Pitruzzella si è fermato a 492. Nel mezzo, un centinaio di voti dispersi. Avvertimento politico? Critiche di metodo? Franchi tiratori che trovano in questo contesto modo per esprimere il proprio malessere? Chiarezza non ce n’è, fatto sta che si parla di defezioni sparse in tutta la strana maggioranza, in particolare dalle parti di Forza Italia.

Resta però una sensazione che ha il sapore amaro di una certezza: davanti alla necessità di un accordo generale le forze parlamentari non sono in grado di trovare quel minimo di terreno comune che, indipendente dai nomi (l’autorevolezza di tutti i candidati non è discussa da nessuno), sia in grado di fare andare avanti il paese. Segno di un sistema di valori interno al Parlamento ormai completamente lacerato, spaccato in tre tronconi che, salvo rari casi, non riescono a parlare tra di loro, probabilmente troppo influenzati dalle necessità politiche e personali per sentire ancora il senso dell’interesse nazionale. Una prospettiva decisamente preoccupante per il paese.

Intanto nessuno dei partiti sembra volersi stracciare le vesti, anzi, i nomi proposti sono stati confermati da tutte le forze politiche. Si direbbe un indizio che la fumata nera non sia dovuta tanto a polemiche sui nomi, quanto, effettivamente, a questioni interne ai partiti. Intanto una delle istituzioni più importanti del paese resta incompleta. Il prossimo voto è calendarizzato per il primo dicembre: un’altra giornata che si sarebbe potuta utilizzare per altre questioni importanti.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus