L’eletta, il radicale, i rissosi: la partita per Roma che anticipa le politiche

01/06/2016 di Edoardo O. Canavese

Virginia Raggi è la favorita delle amministrative capitoline, ma Giachetti è riuscito a rubare i riflettori ad una destra divisa; il probabile ballottaggio potrebbe prefigurare un inedito gioco di sostegni cui la politica nazionale sarà costretta con l’entrata in scena dell’Italicum.

Elezioni Roma Capitale

In principio era il caos. Ladrocinio istituzionalizzato, malavita, malgoverno, degrado urbano e crisi morale della classe dirigente capitolina. Sono passati esattamente otto mesi da quando Ignazio Marino fu dimesso dal consiglio comunale di Roma, e in particolare dal Pd. Allora il destino della città pareva segnato: interregno straordinario ed elezioni scontate. Chiunque avesse vinto, lo avrebbe fatto sulle ceneri del Pd romano. E in effetti oggi la grande favorita delle amministrative è Virginia Raggi, M5S; ma nei sondaggi non è solo la destra a seguire i grillini, ma Roberto Giachetti, per l’appunto Pd. La possibilità che sia proprio l’esponente radicale – e non uno dei due candidati di centrodestra – ad affrontare la Raggi al ballottaggio non soltanto ridisegna gli equilibri politici della Capitale, ma anticipa il gustoso balletto dei sostegni al secondo turno cui potremmo presto assistere anche alle elezioni nazionali: chi sta con chi?

L’eccezionalità del caso Roma è la forza del M5S, virtualmente primo partito della città in un sistema tripolare equilibrato (o addirittura quadripolare, se si riflette sulla destra divisa). Il M5S ha investito molto sulla Raggi, perché conscio delle prospettive che il governo della Capitale potrebbe spalancare. La candidata ha saputo farsi largo nei sondaggi grazie all’immacolato curriculum politico e all’ostentata aurea di algida e distaccata professionalità. Tuttavia, tale atteggiamento ha attirato sulla Raggi le critiche di chi la vede manovrata dalla Casaleggio Associati. Critiche comprensibili. La Raggi viene seguita passo a passo dal M5S, che per mezzo del responsabile nazionale dei Comuni, Luigi Di Maio, vuole che la sua candidatura non riservi alcuna sgradita sorpresa. L’idea dell’assessorato “a tempo” è stata partorita nella stanza dei bottoni pentastellati. L’impressione che la Raggi sia solo il terminale di proposte grilline prese altrove ha permesso agli avversari di recuperare terreno, almeno nei sondaggi.

Giachetti potrebbe giocarsela con la Raggi al secondo turno, ed è già una notizia. Il fatto è che la cura-Orfini, presidente dem nonché commissario straordinario del partito, sembrava aver lasciato più ferite aperte che materiale di ricostruzione. Ciononostante la candidatura dell’esponente radicale del Pd pare aver garantito al partito una patente di legittimità. Tra i migliori eredi della lotta non-violenta pannelliana, Giachetti s’è guadagnato la fama di combattente. Attento ai diritti civili, intollerante ai conservatorismi, rompiscatole; vero, anche Marino era difensore dei primi, tuttavia si lasciò inabissare da questioni che non seppe o non volle affrontare. Giachetti non è uomo che guarda dall’altra parte. Di contro, più di una perplessità pesa sul resto del carrozzone che lo sostiene, in primis il Pd romano. Il suo stato di salute lo si misurerà presto, ma il rischio che il partito torni a cedere alle sirene del luciferino affarismo delle partecipate è reale; soltanto allora si potrà capire il valore del Giachetti non solo gladiatore, ma pure amministratore.

Dietro ci sono le destre. Si può pensare che la scissione tra le due anime del centrodestra rischi di compromettere l’ottima occasione di riconquistare la Capitale. Sarebbe una lettura superficiale: a Roma si assisterà ad una sorta di resa dei conti tra Berlusconi e Salvini. Una partita in campo neutro, sul quale ci si contende la guida del futuro centrodestra. La schizofrenica campagna forzista ha spinto l’ex Cavaliere a sostituire Bertolaso con Alfio Marchini: esponente di un’imprenditoria neutra, manager bianco offertosi per l’occasione al conservatorismo berlusconiano. La retorica proibizionista e l’alleanza con Storace raccontano di una candidatura speculare a quella di Giorgia Meloni, sostenuta da Salvini. Marchini e Meloni sono gli alfieri dei leader di FI e Lega Nord, intesi a rivendicare la propria indispensabilità e l’assoluto protagonismo nella coalizione.

M5S e Pd che se la giocano, centrodestra al terzo posto, per ora. E al ballottaggio che succede? Salvini, indiscusso dominus dell’area elettorale riconducibile a Giorgia Meloni, ha già detto che voterebbe la Raggi. Si tratta di un endorsement importante, e non solo in ottica romana. Lo sponsor leghista nei confronti della candidata 5S racconta della solidarietà politica maturata negli ultimi due anni all’ombra del renzismo. Come già visto in occasione del referendum sulle trivelle e come sembra prospettarsi anche per la consultazione referendaria di ottobre, le battaglie sostenute da Renzi uniscono un ampio orizzonte della politica italiana, e il turno amministrativo non farà eccezione. Se Renzi immaginava che la sua azione politica gli consentisse di ereditare parte dell’elettorato berlusconiano, la battaglia di Roma potrebbe costituire un’importante smentita con conseguenze nazionali.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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