La legge sulla trasparenza: multe in arrivo per chi non pubblica i dati

01/10/2013 di Luca Andrea Palmieri

La trasparenza, questa sconosciuta. Soprattutto nel nostro paese, dove, sia dal punto di vista politico che amministrativo, capire cosa succede “dentro” l’apparato statale appare impresa impossibile. C’è da scommettere che anche all’interno della P.A. molti non siano in grado di capire i gradi complessivi di spesa di comuni, province, regioni, ministeri, uffici amministrativi di vario genere, nell’ambito dell’impressionante dedalo dello Stato italiano.

Una legge inapplicata – Non bisogna però pensare che niente cambi o sia destinato a cambiare. In realtà il principio biologico del “tutto si trasforma” vale anche per un sistema conservatore e tendenzialmente statico come il nostro. Il problema, principalmente, sta nel fatto che è tutto molto lento. Decisamente troppo per un mondo che corre ed a cui la nostra Italia non riesce a star dietro. D’altronde è lo stesso apparato statale ad accentuare la sensazione di lentezza, avendo fatto di tutto per prendersi in giro da solo. La legge del 5 luglio 1982, infatti, già prevedeva per il governo, i parlamentari, i consiglieri regionali, provinciali e i consiglieri dei comuni con più di centomila abitanti, il deposito delle dichiarazioni sui redditi e su tutti i propri beni, interessi, eccetera, con tanto di forme diverse di pubblicazione anche periodiche. Dunque un obbligo esiste, ed ha più di trentacinque anni. Peccato per l’assenza di un qualsiasi genere di pena in caso di violazione, che ha permesso in pratica agli eletti di fare come gli pare. Va detto, molti hanno mandato la dichiarazione, anche all’interno del Parlamento. In quest’ultimo però, come è stata fatta la regola, presto è stato trovato l’inganno: sfruttando una supposta violazione della privacy è stato infatti vietato il libero accesso agli atti, che dunque, per quanto siano depositati, restano in naftalina.

Il decreto legge 33 del 14 marzo 2013 – Come si accennava, però, le cose hanno preso a cambiare. Nel silenzio dei media (concentrati sulla genesi delle larghe intese), uno degli ultimissimi decreti del governo Monti, il d.l. 33 del 14 marzo 2013, ha riportato in auge il problema. Rispetto al 1982, gli obblighi risultano allargati, oltre che agli “organi di indirizzo politico”, anche ai “dirigenti titolari degli organi amministrativi” e sono evidentemente attualizzati alle possibilità tecniche di oggi. Così adesso tutto, dai curriculum al patrimonio dichiarato, deve essere consultabile direttamente sul sito internet dell’ente stesso di appartenenza. Inoltre, e questo è il punto principale, è stato colmato il grande vuoto dell’assenza di sanzioni in caso di inadempimento. Sono infatti previste sanzioni amministrative, in caso di mancata pubblicazione dei dati, che vanno dai cinquecento ai diecimila euro, erogate dal prefetto (come da legge 689 del 1981). E’ previsto che l’inadempienza scatti a partire dalla “data di adozione del primo aggiornamento annuale del Piano triennale della trasparenza, o comunque dal 180° giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto” (il 20 aprile). La data in questione è il 17 ottobre, giorno dal quale potranno partire le multe.

Il problema famiglia – Il quadro dei dati da rendere pubblici è ampio e variegato, e comprende, oltre a curriculum e compensi, anche gli importi dei viaggi di servizio, i dati su assunzioni in altre cariche e tutte le specifiche patrimoniali (beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri, azioni e quote di partecipazioni in società, esercizio di funzioni di amministratore o sindaco di società). Vi è anche una specifica riguardante la famiglia del politico o dell’amministratore. Coniugi non separati e parenti fino al secondo grado hanno a loro volta l’obbligo di presentare il proprio stato patrimoniale, ma possono altresì negare il consenso, che va pubblicato.  Qui si potrebbe individuare un punto debole del provvedimento: la non pubblicazione ovviamente può aprire a sospetti, ma rimane troppo poco per una valutazione sana. Il sospetto in sé non significa colpevolezza o situazioni al limite (come si potrebbe superficialmente pensare), e, allo stesso tempo, non pare giusto che i cittadini siano portati ad avere dei sospetti senza possibilità di una valutazione reale dei fatti. Sarebbe meglio a questo punto imporre la pubblicazione degli stati patrimoniali quantomeno dei parenti di primo grado, quali figli, fratelli e coniugi. Diventerebbe così più difficile intestare a terzi beni o partecipazioni “scomode” e si aprirebbe anche a un certo grado di selezione “esterna”, visto che l’evidenza significa capacità di valutazione da parte del cittadino. Il problema di contro è che, data l’ampiezza delle figure soggette al decreto (amministratori oltre che politici), si potrebbe configurare un’eccessiva (ed effettiva) violazione della loro privacy. Come risolvere questo problema? Per esempio, imponendo una richiesta specifica (non negabile) per accedere ai dati dei parenti di primo grado, che limiterebbe quantomeno l’imposizione di un occhio perennemente aperto sopra persone che dell’amministrazione o della politica non fanno realmente parte.

La trasparenza da sola basta? – Dunque abbiamo visto come, sul piano della trasparenza, qualcosa si stia muovendo. Rimane triste che a fare il passo più grande in questa direzione sia stato un governo tecnico (come già con la legge Severino). Un altro punto da ricordare è che tutto questo, da solo, non basta. La trasparenza è un bene nel momento in cui viene ben sfruttata. Bisogna saperne punire gli abusi (il problema della privacy ne è un esempio) senza limitarla, e allo stesso tempo bisogna saperla utilizzare in modo critico. In questo senso il mondo dell’informazione è essenziale. Nel marasma dei dati che, si spera, diventeranno pubblici, saper capire se ci sono situazioni sospette o moralmente discutibili è compito, oltre che del giudice e degli organismi di controllo, di un sistema dell’informazione neutro e imparziale. Il rischio è che si creino allarmi eccessivi, o che si tengano sotto silenzio situazioni strane. L’informazione italiana, qualsiasi ne sia il colore e che sia nazionale o locale, sarà in grado di svolgere serenamente un servizio del genere? Purtroppo è tutto da dimostrare, ma questo è un altro problema.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus