Legge di Stabilità: maneggiare con cura

21/09/2015 di Alessandro Mauri

Al momento la legge di stabilità prevede meno tasse, ma più deficit. Luci e ombre di una manovra da 27 miliardi di euro

Secondo le indicazioni giunte finora dal Governo, la legge di stabilità si baserà sulla riduzione delle tasse e su una maggiore crescita. Un approccio già dichiarato molte volte in passato, ma mai realmente attuato. Sarà la volta buona?

I numeri in gioco – Secondo le dichiarazioni del premier Matteo Renzi, la legge di stabilità dovrebbe aggirarsi sui 27 miliardi di euro, di cui 10 deriverebbero dalla spending review e i rimanenti dalla flessibilità concessa dall’Europa e da un maggiore deficit. Questo dovrebbe essere garantito da una maggiore crescita, che nella nota di aggiornamento al DEF è stata portata al +0,9%, che consentirebbe di migliorare il rapporto deficit/PIL e dare più margini di manovra. L’idea di continuare a finanziare la spesa in deficit potrebbe essere controproducente, considerando il livello già elevatissimo del debito pubblico italiano, e la possibilità che le condizioni favorevoli sul mercato dei Titoli di Stato non si protrarranno ancora a lungo. Del resto ci sono numerosi segnali di ripresa dell’economia, dall’export ai consumi (+2,1%, crescita più alta negli ultimi 5 anni) passando per i contratti a tempo indeterminato, e sfruttare questa finestra utilizzando le risorse per sostenere una ripresa ancora fragile, piuttosto che ridurre immediatamente il debito, potrebbe rivelarsi un azzardo vincente.

Abolizione di IMU e Tasi – Il pilastro fondamentale, e forse anche lo spot pubblicitario, su cui si articola la legge di stabilità è la riduzione delle tasse a partire dalla Tasi e dall’IMU, compresa quella sugli imbullonati e quella agricola. La tassazione sulla casa è stata oggetto in questi anni di continui ripensamenti, tagli e rimodulazioni, che in realtà sono finiti per aumentare il prelievo sugli immobili. Le critiche ad un’operazione di questo tipo si basano soprattutto sul fatto che, secondo molti, sarebbe stato più incisivo per la crescita tagliare prima le imposte su imprese e lavoratori. Un’obiezione sicuramente fondata, ma che non tiene conto di alcuni fattori: in primo luogo entità del taglio e tempistiche.

Il taglio di Tasi e IMU costerebbe circa 4,5 miliardi di euro, una cifra assolutamente alla portata anche in tempi stretti, mentre interventi su IRES e IRPEF, per essere incisivi, dovrebbero superare nettamente i 10 miliardi di euro ciascuno. Certo, rimane da vedere se effettivamente i comuni saranno compensati per il mancato gettito nelle loro casse. Inoltre la tassazione sulla prima casa è percepita come particolarmente odiosa, specialmente in un Paese come l’Italia, dove le abitazioni di proprietà sono molto più diffuse che altrove, e generalmente non appannaggio esclusivo delle classi più abbienti. Il taglio di Tasi e IMU nella legge di stabilità significherebbe l’abbattimento del 10% delle tasse patrimoniali in Italia, che ammontano a circa 48 miliardi di euro secondo uno studio della Cgia. Già, perché sebbene siano chiamate in altro modo, le tasse patrimoniali in Italia sono ben presenti e particolarmente gravose, basti pensare a: imposta di registro e sostitutiva, imposta di bollo, imposta ipotecaria, diritti catastali, bollo auto, canone tv, imposta su transazioni finanziarie e varie altre imposte “straordinarie”. Un vero e proprio accanimento.

Le clausole di salvaguardia e gli sgravi – Buona parte delle risorse previste dalla legge di stabilità serviranno ad evitare le clausole di salvaguardia, vale a dire aumento di IVA e di varie altre accise previste per il prossimo anno che ammontano a più di 16 miliardi di euro. Si tratta dunque di un mancato aumento di imposte che erano previste per garantire i tagli alla spesa previsti nelle varie manovre e, benché di buona parte di questi tagli non vi sia traccia, almeno per il prossimo anno dovrebbero essere scongiurate (nella speranza che non vengano fatte passare per “tagli di tasse” come già accaduto in passato). Possibili margini ci sono anche per quanto riguarda gli sgravi fiscali, specialmente per le imprese del Sud: si pensa di anticipare il taglio dell’IRES dal 27,5% al 24% (o addirittura meno) per il meridione, sfruttando il fatto che le risorse così investite non rientrerebbero nel calcolo del deficit e cercando di dare fiato ad un’economia al collasso come quella del Sud Italia.

Il nodo pensioni – Sembra invece lontana l’ipotesi di un intervento sulle pensioni, sia esso a costo zero o meno, all’interno della legge di stabilità. Le ipotesi circolate in questi giorni riguardano la possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro in cambio di prestazioni inferiori, in modo tale da garantire il ricambio generazionale e consentire a chi lo desidera di andare in pensione con qualche anno di anticipo. Il problema in questo caso è duplice: innanzitutto è una misura che, almeno nei primi anni, comporta dei costi piuttosto elevati; in secondo luogo l’attuale sistema è considerato dall’Unione Europea un tassello fondamentale sulla via del risanamento dei conti, e qualsiasi modifica difficilmente sarebbe apprezzata a Bruxelles, almeno in questo momento.

Per quanto emerge fino ad ora quindi la legge di stabilità presenta luci e ombre: la riduzione delle tasse è sicuramente positiva, ma restano dubbi sul finanziamento in deficit di buona parte della manovra. Purtroppo la pessima abitudine di introdurre clausole di salvaguardia che scaricano sul futuro il reperimento di risorse economiche assorbirà gran parte della legge di stabilità, in un momento in cui si sarebbero potuti usare quei 16 miliardi di euro per sostenere con forza la ripresa.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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