La legge di stabilità e le critiche della Commissione

26/10/2016 di Alessandro Mauri

La Commissione Europea, come da previsioni, mette in evidenza dubbi sulla legge di stabilità presentata dal Governo. Si tratta del solito impuntarsi sugli “zero virgola” di deficit e debito, o ci sono effettive mancanze nella legge di bilancio italiana?

La Commissione Europea, come da previsioni, mette in evidenza dubbi sulla legge di stabilità presentata dal Governo. Si tratta del solito impuntarsi sugli “zero virgola” di deficit e debito, o ci sono effettive mancanze nella legge di bilancio italiana?

Dialogo fisiologico – Il primo a provare a smontare le polemiche sulla legge di stabilità è stato proprio il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, durante la trasmissione di RaiTre “In mezz’ora” ha affermato che la Commissione Europea è solita mandare lettere sulle leggi di bilancio, riconducendola quindi ad un “dialogo fisiologico”. Inoltre, Nei giorni scorsi inoltre il premier aveva affermato che, anche qualora l’Europa avesse sollevato rilievi sulla legge di stabilità, non ci sarebbero state modifiche sostanziali all’ impianto della manovra. Una posizione molto forte, sostenuta tuttavia dal fatto che anche altri paesi dovrebbero ricevere rilievi (ad esempio Belgio, Spagna, Portogallo, Estonia e probabilmente Francia e Olanda), ma che questi ultimi non saranno comunque in grado di rispettare gli stretti vincoli europei.

I decimali fatali – Come spesso accade nelle trattative con gli organi dell’Unione Europea, e in particolar modo quando si parla di deficit, la discussione sulla legge di stabilità sembra essersi concentrata su uno sfasamento tra gli obiettivi concordati tra Italia e Commissione negli scorsi anni e quanto effettivamente previsto dalla legge di stabilità. Nonostante di recente l’Italia abbia già beneficiato di molta flessibilità (nella scorsa legge di stabilità di tutta quella possibile, restando ai trattati), quest’anno ci dovrebbe essere un altro scostamento: il deficit nominale salirebbe dal 2% previsto al 2,3%, mentre quello strutturale sarebbe in salita dall’1,2% all’1,6%. Conoscendo l’attenzione quasi maniacale di Bruxelles per i decimali, appaiono evidenti le divergenze con Roma, anche se il ministro Padoan rimanda al mittente le accuse di abusare della flessibilità. Il ministro dell’economia, solitamente molto attento ai toni e alle dichiarazioni, ha infatti sostenuto che “L’Europa deve scegliere da che parte stare: può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3 per cento del Pil per far fronte all’emergenza terremoto e a quella dei migranti. Oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri, e che va rigettata. Ma così sarebbe l’inizio della fine». Una posizione difficilmente contestabile.

La lettera, in effetti, è poi arrivata (e non solo all’Italia) e chiede per l’appunto chiarimenti per quel che riguarda il cambio dei target e le misure economiche presentate, in particolare per quel che riguarda le emergenze dovute al terremoto e alla gestione delle migrazioni.

Il nodo delle misure – In realtà il focus della Commissione non è tanto, o meglio non è solamente, sul deficit, ma sul merito di alcune norme che dovrebbero garantire le coperture per la manovra. Secondo l’Europa infatti l’Italia farebbe eccessivo affidamento su entrate “una tantum” e non strutturali (esempio ulteriori entrate dalla voluntary disclosure), e ci sarebbero previsioni troppo ottimistiche sulle entrate fiscali del prossimo anno. Da questo punto di vista la commissione si pone degli interrogativi più che legittimi, dal momento che le previsioni su questo tipo di entrate (lotta all’evasione, tagli alla spesa non meglio dettagliati, etc.) si sono spesso rivelate errate.

Il gioco delle parti impedisce di avere una visione d’insieme della situazione, e ammettere che, in fondo, entrambi hanno, in parte ragione. Da un lato è inutile da parte della Commissione concentrarsi su pochi decimali e poi lasciare completamente isolata Roma su un tema delicato (e costoso) come l’immigrazione. Dall’altro la flessibilità è un’arma a doppio taglio, e andrebbe utilizzata solo a fronte di effettivi efficientamenti della spesa o delle entrate, come leva a breve termine per la crescita. Sembra invece che quello che manchi è proprio una visione a medio-lungo periodo della politica economica dell’Italia e dell’Europa.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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