Legge di stabilità: ambizione, ma sullo sfondo più di un dubbio

16/10/2014 di Andrea Viscardi

La legge di stabilità inviata a Bruxelles si presenta come un piano sicuramente ambizioso, ma presenta alcuni aspetti potenzialmente critici, nonché elementi le cui conseguenze, per i cittadini, appaiono più che discutibili

Legge di stabilità

Ambizione, questa è la prima parola che viene in mente a leggere il testo della legge di stabilità promossa dal Governo Renzi. Una manovra che presenta, sicuramente, aspetti attesi da molto tempo, quali un taglio deciso del costo del lavoro, con le conseguenze che possono derivare sul numero di assunzioni per il 2015 e sulla disoccupazione. E’ forse questo il punto forte del testo, un testo che, però, presenta, in alcuni passaggi, più di un dubbio.

Partiamo dalla questione più delicata, quella delle coperture. De Bortoli si è detto perplesso, cosi come parte dell’opposizione – capeggiata da Brunetta – e, a dire la verità, non sono gli unici. Vi sono almeno tre punti fortemente critici, che potrebbero causare senza mezzi termini più di un’osservazione da Bruxelles.

Partiamo dagli 11 miliardi previsti a deficit: una cifra che si pone come molto indicativa. L’idea è quella di sforare gli step previsti di riduzione di rapporto debito/pil, che è stato rivisto, con la nota di aggiornamento del DEF, ad un 2,2% tendenziale e ad un 2,9% programmatico. Il primo problema è insito, neanche a dirlo, dalle stime: l’intero capitolo dell’11 miliardi, infatti, prende come riferimento le previsioni al 2015. Ma come è già accaduto negli anni precedenti – pensiamo al Governo Letta – queste sono state riviste in negativo a cadenza regolare. Nulla garantisce – ed i segnali provenienti dai mercati in questi giorni lo dimostrano – che nei prossimi mesi tale trend possa effettivamente cambiare. Sembra un’inezia, ma una differenza dello 0,1% significa più di un miliardo di euro. Il secondo problema è quello di un’Italia che si appella alla magnanimità dell’Europa: Padoan afferma che per il 2015 l’aggiustamento strutturale del deficit sarà dello 0,1 del PIL, mentre quello richiesto dalla UE si aggira intorno allo 0,7%. Un punto decisivo, che potrebbe spingere Bruxelles a rimandare al mittente la legge di Stabilità, o aprire una procedura d’infrazione nei confronti del nostro paese. La Merkel, intanto, avverte, e chiede a gran voce che i patti vengano rispettati senza se e senza ma.

Cottarelli
Del piano di spending review di Cottarelli, nel testo presentato da Renzi, resta poco. Ma la domanda sorge spontanea, è la scelta giusta?

La questione, però, non si limita solamente alle coperture a deficit. Infatti fanno discutere anche due previsioni: i 4 miliardi di tagli richiesti alle regioni e i 4 miliardi che il Governo prevede di incassare dalla lotta all’evasione fiscale. Prendiamo i dati accessabili direttamente dal portale del Senato (qui) “Per quanto riguarda i risultati dell’attività di contrasto all’evasione fiscale nel corso del 2013, si evidenzia un aumento della riscossione del 4,8% rispetto al 2012: le riscossioni complessive sono passate da 12,5 miliardi nel 2012 a 13,1 miliardi nel 2013. Per quanto riguarda i primi quattro mesi del 2014, si evidenzia un incremento delle riscossioni complessive (3% circa)”. Deduciamo – ma occorre aspettare la pubblicazione del testo – che quei 3,8 miliardi si riferiscano a previsioni di aumento di entrate. E’ vero, l’entrata in funzione di Serpico e il nuovo sistema di incroci hanno reso la lotta all’evasione potenzialmente più efficace, ma guardando all’andamento degli ultimi anni ci risulta difficile credere, salvo miracoli, sino a tal punto. Discutibile, anche, utilizzare reinserire dopo alcuni anni tale dimensione come una copertura: non rischia di rendere il fisco più aggressivo verso i contribuenti?

Quindi, l’ultimo nodo, quello delle regioni, che hanno visto i tagli previsti aumentare di almeno un miliardo di euro rispetto a quanto garantito dall’esecutivo. Chiamparino è stato estremamente chiaro: la conseguenza è o un aumento delle tasse o ulteriori e significativi tagli socio-sanitari e ai trasporti. Nel primo caso, è indubbia la conseguenza che un aumento della tassazione avrebbe sui cittadini e il loro potere d’acquisto, anche considerando il miliardo di euro richiesto ai comuni: asili nidi, trasporti, parcheggi sono solo alcuni dei servizi che risentirebbero, inevitabilmente, di aumenti. Chiamparino, anzi, aggiunge come l’80% del budget delle regioni sia dedicato alla sanità, che perciò sarà il settore nel quale intervenire, vedendo violati gli accordi presi con Roma solo qualche mese fa. Perché “Se si concentrassero solo sulle spese non sanitarie, si azzererebbero praticamente i contributi non centrali al trasporto pubblico, al diritto allo studio e gli aiuto ai disabili”. Ciò che stupisce, più che altro, non è il taglio, di per sè non criticabile, quanto la solita linearità, nessuna distinzione, nessuna divisione tra enti virtuosi e meno. Anche alla luce dei limitasissimi tagli che vengono previsti per i ministeri – nonostante le ovvie difficoltà di riuscire a farli entrare in regime in tempi brevi – i dubbi di come sia stato portato avanti questo aspetto, permane.

Questione molto dibattuta è anche quella del TFR in busta paga. Inserita nella manovra, prevede la possibilità – vincolante sino al 2018 – di richiedere tale integrazione. C’è solo un piccolo dettaglio, che graverebbe sulle spalle degli italiani e dei contribuenti: verrebbe sottoposto, infatti, a tassazione ordinaria e non più separata (circa il 25%). Un punto, a parere di chi scrive, cruciale: vale veramente la pena avere qualche decina di euro in più, oggi, e meno risorse al momento dell’abbandono del posto di lavoro, contando che ciò che si otterrebbe oggi sarebbe meno di quanto si ricaverebbe, senza tale integrazione, un domani? L’unico a guadagnarci, a medio termine, sarebbe proprio lo stato, che conta così di incassare circa 5 miliardi di euro in più. Una stangata cammuffata da un aiuto che, in realtà, avrà grandi ripercussioni un domani. A questo va aggiunto un altro passaggio significativo: circa 400 milioni verranno incassati attraverso l’aumento della tassazione al 20% sui fondi pensioni. Insomma, segnali forti per far capire che lo Stato, verso un sistema previdenziale già di suo disastrato, invece di cercare di migliorarlo decide di colpirlo ulteriormente. E’ la scelta corretta?

In attesa della pubblicazione del testo definitivo, che potrà meglio chiarirci alcuni passagi, l’azzardo di Renzi sembra evidente. Un forte segnale per l’Europa verso un cambiamento di politica rispetto alla dura austerity passata, certo, ma anche uno strumento che può ritorcesi contro come una tempesta in caso di una nuova congiuntura economica negativa. Se le coperture non saranno garantite, allora scatteranno le oramai note clausole di salvaguardia. Traduzione? Aumento dell’iva e delle solite accise sul carburante. Inolte, non dimentichiamoci due questioni di fondamentale importanza: anche qualora l’UE desse il via libera, salvo miracoli nei prossimi 360 giorni, non vi sarà più alcuno spazio per una nuova manovra in deficit. Perché a quel punto si sforerebbe il tetto del 3% del rapporto con il PIL. Anzi, entro il 2017 occorrerà raggiungere il fatidico pareggio, con tutte le conseguenze che ciò comporterà. Il rischio è quello che, se la rivoluzione Renzi non porterà i risultati sperati, nel giro di un anno ci ritroveremo a dare indietro tutto, e con gli interessi.

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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