Legge Merlin, prostituzione e moralismi. Un’emergenza concreta

08/10/2013 di Andrea Viscardi

Un'analisi della realtà della prostituzione in Italia, mentre c'è chi, forse, non si rende conto dell'immediatezza e della gravità del problema

Prostituzione in Italia, legalizzare e abolire la legge Merlin?

Prostituzione e case chiuse – Nella giornata di ieri è apparso, nella versione online di un noto quotidiano italiano, un articolo a firma di Emilia Costantini. Il tema? Prendendo spunto da una fiction, in onda prossimamente sui canali nazionali, la giornalista si pone l’interrogativo se sia o meno giusto abolire la legge Merlin e permettere la riapertura delle case chiuse. Tra uno stato accusato, in via preventiva, di “legittimare un vero e proprio reato” e interrogativi privi di senso e facilmente risolvibili – la Costantini si domanda come si potrebbe garantire la privacy dei clienti -, l’articolo finisce per affrontare con superficialità e una certa ipocrisia perbenista, un tema sul quale, al contrario, occorrerebbe riflettere con particolare attenzione.

I numeri – Un dossier della Commissione Affari Sociali della Camera stimava, nel 2006, la presenza di un numero di prostitute, in Italia, compreso tra le 50 mila e le 70 mila. Di queste, circa il 35% fornirebbe prestazioni all’interno di luoghi chiusi mentre, tra le 33 mila e le 45 mila si prostituiscono in strada. Secondo Gruppo Abele, circa il 7% di quest’ultime sarebbero minorenni, con picchi, in alcune regioni italiane, anche superiori al 10%. Per Parsec, la percentuale di “schiave”, cioè di quelle donne costrette a prostituirsi contro la loro volontà, si assesterebbe tra il 7% e il 15%. Tutti questi dati, naturalmente, vanno interpretati come stime, trattandosi di una zona grigia, un mondo nascosto  e difficilmente quantificabile nei suoi numeri.

Prostituzione legalizzata in Italia?Violenze – Difficile, per non dire impossibile, quantificare la quantità reale di violenze e di episodi di cui, oggi, le prostitute sono protagoniste. Violenze attuate dai protettori per costringerle alla prostituzione; aggressioni, rapine e stupri sono all’ordine del giorno, mentre, per molte di loro – clandestine e prive di permesso di soggiorno – probabilmente, il destino è stato ben peggiore. Per avere un’idea dei possibili numeri, basta fare una breve ricerca su Google. Dal 17 settembre ad oggi, sono diversi i casi di violenza registrati e aventi un minimo di diffusione in rete: pestaggi a scopo di rapina, due tentativi di strangolamento, due stupri. Considerando, quindi, che solo una minima percentuale finisce per avere risalto nelle testate giornalistiche o nei siti locali, il numero potenziale è negativamente sbalorditivo. Senza dimenticarsi, poi, che episodi di questo tipo, soprattutto a scopo di rapina o per questioni territoriali, avvengono anche nella direzione opposta, da prostituta a cliente, o tra le prostitute stesse.

Malattie sessualmente trasmissibili – Delicata anche la questione delle malattie sessualmente trasmissibili. Hiv in primis, malattia che, per quanto non riporti cifre preoccupanti in Italia, può avere periodi d’incubazione molto lunghi, tanto che si stimano in un numero pari al 25% della totalità dei casi diagnosticati le persone affette dalla malattia e non consapevoli. Tra le prostitute, il rischio Hiv, secondo le ricerche del Gruppo Abele, è presente soprattutto nella componente africana, nonostante percentuali comunque molto più basse di quanto si possa pensare. Più diffuse, in modo preoccupante, infezioni di altro tipo: gonorrea, sifilide e soprattutto epatiti.

Neo-proibizionismo? Un rischio – Partendo dal presupposto che quanto scritto sopra dimostra, senza ombra di dubbio, il fallimento del modello italiano, occorrere chiedersi quale sia la strada da seguire. Quella del neoproibizionismo, adottata in Svezia, per esempio, ha portato a risultati sorprendenti. Nel Paese scandinavo, infatti, non solo ogni tipologia di prostituzione è considerata illegale, ma è il cliente stesso a compiere un reato di violenza sessuale e ad essere pesantemente perseguito. Per quanto tale modello abbia portato la prostituzione a scomparire quasi del tutto (aumentando il turismo sessuale verso Olanda e Germania), in Italia, risulterebbe difficilmente applicabile. O meglio, potrebbe portare difficilmente a dei risultati concreti. Per quanto il problema della prostituzione in strada potrebbe così essere risolto, si spingerebbe la criminalità organizzata a fare ancora più cerchio sul business e, semplicemente, a rendere il fenomeno ancora più sommerso e più difficilmente controllabile.

Prostituzione, legalizzazione la giusta via?
Un quadro raffigurante una casa chiusa

Regolamentazione e vantaggi – Il sistema-regolamentazione, invece, condurrebbe sicuramente ad alcuni – non trascurabili – passi avanti. Tralasciando la questione inerente al gettito fiscale, la regolamentazione della prostituzione, da esercitare solo ed esclusivamente in apposite “case chiuse”, introducendo degli obblighi sanitari e dei controlli periodici, gioverebbe in tre sensi. In primis, appunto, rispetto all’emergenza MST; quindi, aiuterebbe ad affrontare il problema della prostituzione minorile, insieme a quella della prostituzione “clandestina” e, cosa non di poco conto, gioverebbe parecchio all’ordine pubblico. Meno episodi di criminalità da parte o verso i clienti, più sicurezza in alcuni quartieri, rivalutazione di aree degradate anche a causa della massiccia presenza di episodi di prostituzione, più garanzie – anche se non in senso assoluto – per le stesse prostitute.

Ma non è una panacea – Non bisogna, comunque, illudersi. Come appena scritto, i vantaggi per le prostitute – le vere protagoniste, in negativo, di questa situazione – esisterebbero, ma non rappresenterebbero certo una panacea. In un sistema altamente corruttibile come quello italiano, i rischi sono parecchi. Difficile affermare che una percentuale significativa non continuerebbe a far parte di sistemi criminali. Il problema della schiavitù, per quanto sicuramente ne risentirebbe, non potrebbe essere considerato risolto e sarebbe utopico pensare, realmente, un sistema del genere risolutivo rispetto al problema della tratta internazionale di donne, soprattutto africane e dell’est Europa, alimentato oggi dal mercato della prostituzione “da strada”. Per combattere questi fenomeni – che già oggi rappresentano reati perseguibili – nessun sistema può essere considerato risolutivo. Occorrerebbe, in caso di adozione del modello-regolamentazione, un impegno maggiore, più coordinato e quasi ossessivo delle forze dell’ordine e dello Stato. Sembra scontato, ma in Italia, è molto più facile a dirsi che a farsi.

Moralismi inutili – Tornando all’articolo citato in apertura, approcciare l’argomento da un punto di vista etico-morale, augurandosi che “dopo tante battaglie per l’emancipazione femminile […] quando sarà che certe donne alzeranno finalmente la testa e si ribelleranno definitivamente anche a questa schiavitù, nel rispetto del proprio corpo e della propria dignità?” e accusando lo stato, in caso di riapertura delle case chiuse, di legittimare un reato, non può che essere considerato come un danno. Il fenomeno, purtroppo – e sottolineo il termine – esiste, ed è una realtà con cui lo Stato, prima o poi, dovrà avere a che fare. Perché se ciò non accadrà, tutto rimarrà com’è. Sedicenni per strada, rapine, violenze, stupri e omicidi. Alla faccia di un (eccessivo) femminismo che, sempre più spesso, rischia sull’argomento di sfociare in discorsi utopistici, estranianti il contesto reale ed immediato, capaci solo di ritardare il momento in cui potrà essere fatto qualcosa per quelle persone che – mentre viene scritto questo articolo – sono costrette a prostituirsi ai bordi di una strada. Sperando, certo, che un domani le cose potranno andare diversamente. Ma fino ad allora?

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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