La legge elettorale tedesca

09/10/2013 di Luca Andrea Palmieri

Il sistema proporzionale, tra paradossi e pragmatismo

Legge elettorale tedesca

Continua oggi il nostro speciale, con l’analisi della legge elettorale tedesca. Dopo aver esaminato le tre leggi italiane, è arrivato il momento di descrivere i sistemi dei paesi a noi più vicini, e che sono stati proposti spesso come esempi a cui attingere nella formazione di una nuova legge elettorale. Partiamo dunque dalla Germania: un sistema che ha avuto molta attenzione da parte della cronaca recente, date le elezioni federali tenutesi il 22 settembre. Un’elezione che, tra l’altro, ha mostrato tutti i limiti di un modello tutt’altro che perfetto.

Se lo conosci non lo imiti – Stefano Ceccanti, noto costituzionalista da noi recentemente intervistato, ha affermato, rispetto al sistema tedesco che “se lo conosci, non lo imiti”. Questo a causa della sua struttura proporzionale, capace di rende molto difficile l’ottenimento di una maggioranza stabile, soprattutto in un sistema frammentato come il nostro. Tant’è che, nelle ultime tre elezioni, solo una volta si è registrata una vittoria netta di una parte politica; anche oggi, Angela Merkel è costretta a lavorare per la nascita di una Grande Coalizione tra la sua Cdu e il principale rivale elettorale, l’Spd.

Legge elettorale tedescaIl sistema federale – Ricordiamo subito un punto fondamentale: la Germania è una repubblica federale, e i singoli Stati hanno ampi margini di autonomia entro la “Legge fondamentale” (equivalente alla Costituzione). Ciò si riflette sulle Camere del Parlamento. Se il Bundestag, la Camera bassa, è eletta su base nazionale, il Bundesrat, la Camera alta, è al contrario composta di rappresentanti dei singoli Stati, membri dei governi dei singoli Land, in quantità variabili a seconda della popolazione: per esempio il Land di Amburgo, che ha meno di due milioni di abitanti, ha a sua disposizione tre seggi, mentre la Baviera, che ne ha più di sette milioni, sceglie sei rappresentanti. I sistemi elettorali statali possono dunque variare di Land in Land. Noi, in quest’articolo, ci occuperemo solo del Bundestag.

La parte uninominale – Nella Camera bassa è disponibile una base di 598 seggi, che possono aumentare, decisi con un sistema misto: metà di questi vengono scelti in collegi uninominali con sistema maggioritario plurality (lo stesso sistema usato per la parte maggioritaria del “Mattarellum”), basato su collegi uninominali. Per il resto si usa un sistema tipicamente proporzionale, definito oggi da una riforma votata a larga maggioranza a maggio di quest’anno, che ha notevolmente rafforzato la proporzionalità. L’elettorato ha a disposizione due voti. Il primo è quello maggioritario, come accennato, che permette l’elezione diretta di un candidato nel proprio collegio. Vince chi ha la maggioranza relativa dei voti (per esempio: se in uno dei collegi di Berlino arriva primo il candidato dell’Spd con il 38%, seguito da quello della Cdu con il 33%, va al Bundestag il candidato Spd).

Il nuovo proporzionale… – Il secondo voto è invece su un singolo partito, che presenta i suoi candidati in una lista valida per un intero Land (va chiarificato che i collegi non possono essere organizzati a cavallo tra i Land: dunque un Land sarà composto da un tot di collegi). Questi voti definiranno la proporzione dei seggi ottenuti da ogni partito all’interno del Land. Esiste però una soglia di sbarramento: non è contato nella divisione proporzionale chi ha ottenuto meno del  5% dei voti proporzionali e ha avuto meno di tre deputati eletti nella parte uninominale. Si crea dunque una distorsione abbastanza forte: può succedere che un partito, anche se elegge due candidati in collegi uninominali in un Land, non raggiunga la soglia di sbarramento e si veda non contati, per il proporzionale, i voti ottenuti per quei due candidati. Il risultato è che nel conteggio della parte proporzionale può andar persa una quantità di voti anche notevole (cosa che in effetti è successa alle ultime elezioni).

Legge elettorale Germania… ed i suoi mille calcoli – Ricapitoliamo: il primo voto permette l’elezione diretta del singolo candidato che ottiene la maggioranza relativa dei voti. I secondi voti creano la spartizione proporzionale dei seggi. In questa non sono contati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia di sbarramento. Viene dunque effettuata la divisione dei seggi. Vengono distribuiti tutti (compresi quelli uninominali) tra i Land in base alla loro popolazione, e vengono suddivisi tra i partiti in base ai voti proporzionali: può succedere che, grazie agli eletti direttamente, i partiti abbiano mandati diretti in eccedenza rispetto ai seggi previsti proporzionalmente: viene a questo punto aumentata la quantità di seggi disponibili nel Land fino al ristabilimento della proporzionalità. Così, se in Sassonia la Cdu prende tutti i seggi uninominali e il 35% del proporzionale, può trovarsi ad avere, una quantità di seggi superiore al 35% nel Land. Il risultato è che i seggi aumentano e sono distribuiti tra i partiti (o viceversa) fino a che la proporzione è rispettata. Il discorso viene poi portato a livello nazionale, e può succedere che ci sia un ulteriore aumento (o anche diminuzione, più raramente) dei seggi per i singoli partiti nei Land. Dopo tutti questi calcoli si arriva infine al totale dei seggi assegnati, che supera facilmente i 598 inizialmente disponibili. Tant’è che nelle ultime elezioni i seggi assegnati sono stati 630, ed è stato calcolato che, nel 2008, avrebbero potuto superare i 670.

I paradossi del sistema – E’ evidente quanto, data la struttura dell’elettorato tedesco, la parte proporzionale sia fondamentale. Se è vero che i candidati uninominali sono i più vicini al singolo elettore, in quanto frutto della loro precisa espressione di voto, la parte proporzionale è quella che più di tutte influisce sulla composizione del Bundestag, decidendo gli equilibri tra i partiti. Il problema è che, in un sistema progressivamente sempre più frammentato, si creano situazioni quasi paradossali. Alle ultime elezioni la Cdu-Csu della Merkel ha effettivamente dominato: ha ottenuto il 42,5% dei voti, e il 49,37% dei seggi, a soli 5 dalla maggioranza assoluta. Questo risultato (8% in più rispetto alle precedenti elezioni) è però andato a scapito degli alleati storici, i liberali dell’Fdp, che, con il 4,8% (contro il 13% precedente) non hanno superato la soglia di sbarramento. Così, paradossalmente, la Merkel, pur stravincendo, non è in grado di formare un governo se non di “larghe intese”. Tra l’altro, la combinazione del proporzionale con la soglia di sbarramento ha fatto si che, oltre ai liberali, anche il nuovo partito anti-euro Alternativa per la Germania (AfD) ed il Partito dei Pirati non abbiano superato la soglia, rispettivamente con il 4,7% e il 2,2% dei voti. Ergo, almeno il 12% dei voti dei cittadini tedeschi è andato perso. Un problema che aggrava e si va ad aggiungere alle questioni poste dallo stesso Ceccanti: la presenza di un partito “non alleabile” come Linke, che si attesta stabilmente intorno all’8%, fa si che per avere la maggioranza ci voglia sempre un margine piuttosto elevato (che va tutto a svantaggio soprattutto dell’Spd). Una situazione che non fa altro che favorire le larghe intese

Perché in Germania si governa? – Perché questo sistema, non molto proponibile in Italia, permette alla Germania di avere comunque governi attivi e capaci di fare la fortuna del paese negli ultimi anni? La risposta è probabilmente insita nell’odierna cultura politica tedesca e nel suo grande pragmatismo. Il risultato è che, anche se c’è bisogno di fare una grande coalizione, non si rischiano sollevazioni di massa e disastri elettorali, ma si fa “di necessità virtù”, cercando, tra i partiti, di ottenere più risultati possibili. Il tutto sempre, e questo forse in Italia bisognerebbe tornare a ricordarlo, nell’interesse generale del paese.

E in Italia? –  Il sistema tedesco, applicato all’Italia, permetterebbe di sicuro il ritorno a una selezione più diretta dei candidati, ma non cambierebbe la sostanza dal punto di vista della governabilità. L’enorme frammentazione politica del nostro paese porterebbe infatti a una necessità perenne di larghe coalizioni affinché possa esservi una maggioranza in grado di prendere decisioni. Certo, le percentuali delle forze politiche italiane non dovrebbero portare a un aumento consistente dei seggi alla Camera. Ma siamo sicuri, nel mezzo di un dibattito in cui si parla di necessità di ridurre il numero dei parlamentari, di volere un sistema che potrebbe, se cambiasse qualcosa, aumentarlo anche sensibilmente?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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