La corsa del Senatore e le mille contraddizioni della legge elettorale

11/01/2013 di Luca Andrea Palmieri

legge elettoralePrendo spunto dall’articolo del 10 gennaio di Federico Nascimben sulle riforme di cui l’Italia ha bisogno per introdurre questa riflessione sulla legge elettorale. Dopotutto si tratta di dibattiti che si intrecciano strettamente, e non a caso la ricerca di stabilità di governo è invocata da entrambi i principali schieramenti in gioco oggi; c’è chi la invoca direttamente, come Berlusconi quando richiama al voto solo per uno dei due grandi partiti, e chi indirettamente: il riferimento al Pd è chiaro, nel momento in cui proclama di giocare per una vittoria totale che significherebbe un governo di sinistra senza se e senza ma. Intanto chi “gioca” di più con la legge elettorale attuale è proprio chi ha detto che la cambierebbe come prima cosa, una volta salito al Governo.

Si tratta ovviamente di Mario Monti; personalmente ritengo che il suo giudizio sia sincero. Tuttavia è un dato di fatto quanto lo schieramento centrista ottenga da questa almeno due importanti vantaggi. E’ una cosa che non deve stupire, tra l’altro: per quanto sia stato Calderoli l’autore e il firmatario principale del testo, nel 2005, il suo contenuto è nato da intense trattative all’interno del centro-destra. Le caratteristiche che oggi tornano utili a Monti provengono proprio dalle pressioni di due dei suoi attuali alleati: Fini e Casini.

Veniamo dunque a questi due famigerati vantaggi: quali sono? Innanzi tutto il sistema delle liste bloccate. Questo non solo permette all’ex premier di scegliere direttamente i candidati. Gli da modo soprattutto di incentrare la campagna elettorale su se stesso. Per comprenderci meglio: se vi fosse un sistema basato sulle preferenze o sull’uninominale, dove sono i singoli deputati a fare campagna elettorale sul proprio territorio per la propria personale elezione, sicuramente le possibilità di Monti risulterebbero ridotte. Non basterebbe la campagna elettorale di partito, conterebbe in parte anche il radicamento dei singoli candidati sui territori. Si tratta di un gap in parte risolvibile con le personalità che recentemente sono passate dalla parte Montiana (come l’ex sindaco Albertini o l’europarlamentare Mario Mauro), ma che rimarrebbe in molte zone del paese in confronto a chi è da molto sulla scena politica. Un problema che Monti, col poco tempo a disposizione, avrebbe difficoltà a tamponare con la sua sola personalità.

Altro punto favorevole al centro, il più importante, è quello riguardante la strutturazione dell’elezione al Senato, coi premi di maggioranza su base regionale. Lo studio effettuato dal prof. D’Alimonte sul Sole 24 Ore ha evidenziato come siano poche le possibilità per il centro sinistra di ottenere una vittoria totale a palazzo Madama. Vi sono quattro regioni decisive ancora in bilico: Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia. Il centro-sinistra, per governare da solo, a parità di risultato nelle altre regioni ha bisogno di vincere in almeno tre di queste quattro. Con due vittorie o una, avrà bisogno necessariamente dei centristi Montiani, anche in sostituzione di Sel. Ed è su questo che il Senatore a vita punta nella sua atipica campagna elettorale: sapendo di non poter vincere, vuole portare a sé più voti possibili degli elettori moderati del centro-sinistra, sperando di diventare così essenziale al Pd. Bersani questo rischio lo comprende benissimo, ed è anche per questo che la sua campagna nei confronti di Monti è basata sul bastone e la carota.

D’altronde Fini e Casini al tempo spinsero proprio per questo sistema: permetteva loro di mantenere la propria indipendenza, rimanendo al contempo essenziali per il fronte Berlusconiano. La storia racconta che l’AN di Fini fece scelte diverse. Ma Casini nel tempo si è aggrappato con tutte le forze a questa situazione, e proprio oggi, sotto l’ala di Monti, vuole farla valere per impedire l’affermazione del bipolarismo.

Personalmente ritengo che questo sia il difetto più grande dell’attuale legge elettorale. Un sistema del genere impedisce sostanzialmente la stabilità dei governi, rendendo difficile l’ottenimento di una maggioranza univoca al Senato. Non è un problema da poco; in Italia pare che non ce ne si renda conto, abituati come si è a una prima Repubblica fatta di governi capaci di durare anche soli sei mesi. Un governo instabile è un governo che non ha la forza di prendere decisioni difficili. Questa è la base di tanti problemi del nostro paese, mai risolti perché sempre dispersi nella necessità di ascoltare minoranze che non vogliono, per loro natura, tenero conto dell’interesse globale del paese nel lungo termine.

Per quanto abbia una sua importanza,  ritengo il dibattito sulle liste bloccate, ed in particolare sul ritorno alle preferenze, strumentale a una questione di immagine presso l’opinione pubblica. Non dimentichiamo che a inizio anni ’90 il passaggio alla legge Matterella, sull’onda di Tangentopoli, fu basato sull’abbandono delle preferenze, considerate tra le responsabili dello sfacelo etico e morale alla base della caduta della prima Repubblica. Il discorso si moltiplica al sud, dove le influenze della camorra si sono sentite molto. D’altronde Mario Segni, promotore del passaggio, prima nel 1991 e poi nel 1993 a un nuovo sistema elettorale, già all’inizio della campagna del suo “Movimento per la riforma elettorale” proponeva un sistema uninominale a doppio turno alla francese.

Un sistema ripreso recentemente dal prof. D’Alimonte che darebbe stabilità ai governi (d’altronde la Francia questa stabilità la ha, pur avendo una frammentazione politica non dissimile dalla nostra), dando, attraverso i collegi uninominali, modo all’elettore di scegliere direttamente il proprio candidato riducendo i problemi del sistema delle preferenze. Una soluzione che il nostro paese aspetta ormai da vent’anni.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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