Legge elettorale e minoranza Pd: a che gioco si gioca?

17/04/2015 di Luca Andrea Palmieri

La partita sull’Italicum è ormai nel vivo: la minoranza Pd è sempre più minacciosa, mentre la posizione di Renzi è sempre più granitica. Ma le idee della minoranza non sembrano molto chiare. Così, da un lato il premier blinda la legge anche rispetto a possibili miglioramenti, dall’altro Bersani e i suoi non sembrano puntare davvero ad alcun sistema, se non a un indebolimento del segretario

A una settimana dal voto al Senato, è ormai nel vivo la trattativa sull’Italicum, la legge elettorale che ha bisogno di un solo ulteriore passaggio perché sia approvata in via definitiva. E’ ben noto come il suo iter sia stato decisamente travagliato, tra modifiche (anche importanti), alleanze più o meno di governo, opposizioni interne e altro. Tant’è che la situazione, ancora oggi, è più ingarbugliata che mai.

Era la mattina del 29 gennaio quando l’Italicum sembrava ancora in una botte di ferro, ancorato ai voti della maggioranza di Pd e Forza Italia, legati dal patto del Nazareno. Poi, durante l’assemblea dei grandi elettori democratici, arrivò l’annuncio da parte di Matteo Renzi di Sergio Mattarella come nome unico per il Quirinale. Da lì le dichiarazioni di Romani di Forza Italia: il partito di Berlusconi non avrebbe votato il nome del premier, adducendo poi questioni di metodo. Si certificava così il crollo del patto e di tutte le certezze di Renzi sulle riforme istituzionali.

Insomma, se la cronaca politica definì quello del Quirinale un “capolavoro politico” del Premier, se non altro per il caos che è riuscito a portare in tutte le opposizioni, dall’altro il voto del 31 gennaio ha riportato in auge tutti i dubbi che già seguivano il suo progetto all’alba della salita a Palazzo Chigi. Colpa o merito delle minoranze Pd, guidate da un attivissimo Pierluigi Bersani, che sono tornate a pesare davvero sulla strada delle riforme. Se il gruppo della dirigenza storica riuscirà a raccogliere intorno a sé i nomi necessari per non far passare il voto al Senato, dove la maggioranza è molto più risicata che alla Camera, per il premier saranno dolori. E i vari Cuperlo, Fassina, D’Attore e appunto Bersani hanno una ferma intenzione di far valere il loro peso fino all’ultimo momento.

Quel che non torna del tutto sono le motivazioni. D’altronde, si sa, la prima cosa che conta nelle trattative parlamentari sono gli equilibri di potere: è il gioco degli interessi contrapposti, su cui si basa – nel bene ma più spesso nel male – il Parlamento. La trattativa interna al Pd sulla legge elettorale non fa eccezione. A dimostrarlo sono le posizioni delle forze in campo. Renzi, forte di molti passaggi parlamentari, di alcune concessioni fatte alle minoranze e di diversi voti favorevoli in direzione del partito (a lui favorevole), preme per andare avanti con l’impianto di legge attuale. La minoranza, sfruttando il fatto che, senza Forza Italia, dovrebbero cadere le motivazioni di certe scelte politiche, attacca a tutto spiano. Ma le posizioni dei suoi componenti non sempre sono coerenti.

Bersani – che fino a qualche anno fa promuoveva un sistema uninominale – negli ultimi mesi si è fatto paladino delle preferenze. Messo spalle al muro sulle sue precedenti posizioni, ha evitato di tornare di petto sull’argomento, motivando per lo più la sua contrarietà sull’impianto di legge in generale. Alfredo D’Attore, forse il maggiore oppositore della linea renziana alla Camera, ha dichiarato pochi giorni fa che “forse è meglio votare con il Consultellum”, ovvero la legge elettorale, puramente proporzionale, uscita dall’ormai famosa sentenza della Corte Costituzionale, che tanto somiglia a quella precedente al 1994.

Le ultime raccontano che Renzi avrebbe offerto un ritorno del Senato elettivo – smentito fermamente nelle ultime ore – e di un Bersani che ha rilanciato dicendo che, se si deve andare avanti con queste riforme, allora è meglio andare verso il presidenzialismo. Praticamente l’opposto della situazione attuale: per dirla all’americana, “When in trouble go big”. A questo punto però, sfugge se ci sia una logica e una coerenza nelle dichiarazioni della minoranza: andare avanti o tornare indietro? Non è che forse questo tira e molla abbia come fine ultimo il solito immobilismo all’italiana?

Ma forse è proprio nelle parole di D’Attore a La7 che si trova la risposta a tutto: votare con il Consultellum priverebbe Renzi – come chiunque altro oltre lui – della possibilità di una vittoria. La caduta del suo Governo, in un periodo di calo nei sondaggi, potrebbe avere effetti negativi ulteriori in termini elettorali, qualora il premier non tenesse il controllo della situazione. E un Renzi debole è un Renzi ancora più attaccabile. Non a caso è lo stesso D’Attorre ad aver dichiarato che “questi strappi richiedono un congresso straordinario dopo le regionali […]”. Ergo, parte della minoranza (non tutta), sembra sperare nell’improbabile eventualità che Renzi, messo in un angolo proprio dal suo partito, decida di tornare al confronto interno. E nell’altrettanto difficile eventualità che l’elettorato di centro-sinistra torni dalla parte della dirigenza che ha governato il Pd negli ultimi 10, disastrosi, anni; o quantomeno (più facile) che tolga a Renzi parte del primato che lo rende così forte in questo momento storico.

Insomma, la solita sinistra che pur di auto-conservarsi è disposta a perdere, difendendo radici ideologiche che evidentemente non sono neanche più tanto chiare, visto il modo sconnesso in cui si pone su di un argomento centrale come quello delle riforme. Tornano in mente le parole di Roberto Giachetti, ex, radicale, vicepresidente della Camera, che propose un ritorno “di sicurezza” al Mattarellum, bocciato anche dalla stessa minoranza Pd. Il 30 marzo scorso si lamentò di un Italicum sostanzialmente peggiorato nel tempo, senza però risparmiare strali contro la minoranza: “Oggi Bersani dice che “il mattarellum lo firmerebbe anche domani”. Ecco adesso io faccio fatica a non incazzarmi. A Bersani dico, l’avete avuta l’occasione di votare Matterellum (ndR: che, tra l’altro, prevede proprio un uso abbondante di collegi uninominali), e avete imposto, chiamando la gente al telefono, di votare contro”. Come dargli torto?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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