La legge elettorale di comuni e regioni

28/10/2013 di Federico Nascimben

Un modello italiano di governo esiste, ed è di stampo neoparlamentare

Forse non molti lo sanno, ma un modello italiano esiste: è quello che abbiamo adottato per comuni, province e  regioni a partire dalle riforme degli anni ’90. Vista la situazione alquanto fluida, da almeno due anni, delle province, queste non verranno prese in considerazione, ma basterà tenere a mente che il modello utilizzato era pressoché identico a quello dei comuni con più di 15 mila abitanti.

Il modello italiano – In Italia il processo di decentramento politico è stato molto lungo (basti pensare, per dare un’idea, che l’istituzione delle regioni ordinarie è avvenuta solo nel 1970), e ancor più lungo è stato il processo che ha dato attuazione a quel decentramento. Le scelte compiute a livello centrale, per quanto riguarda l’ordinamento di regioni ed enti locali, hanno prodotto, soprattutto a partire dagli anni ’90, un’importante serie di modifiche tramite legge ordinaria (241/1990, 81/1993, 43/1995, 167/2000) e legge costituzionale (1/1999, 3/2001). Questa serie di modifiche si è avuta a causa del generale scontento per il sistema precedentemente adottato che vedeva – oltre alla già citata scarsa attribuzione e definizione di poteri – governi fortemente instabili e distanti dalle richieste dei cittadini; a ciò si è aggiunto il successo di un partito fortemente federalista come la Lega Nord. Ebbene, gli importanti cambiamenti di quel periodo hanno dato vita a quello che alcuni politologi definiscono come il “modello italiano”, ossia una declinazione nostrana della c.d. forma di governo neoparlamentare ideata da Duverger. Questo modello fondamentalmente prevede: elezione diretta dei capi degli esecutivi (i sindaci dei comuni, per esempio) con conseguente rafforzamento dei poteri del Presidente e della sua Giunta; sistema elettorale di stampo proporzionalistico con premio di maggioranza che garantisce la governabilità e il bipolarismo; adozione della regola “simul stabunt simul cadent“, cioè se il Consiglio sfiducia il Presidente e la sua Giunta cade assieme a loro e si torna ad elezioni. Questi sono i tre punti fondamentali che caratterizzano il regime di governo di comuni, province e regioni italiane, e che, mischiando elementi presidenziali ad elementi parlamentari hanno saputo dare vita a degli esecutivi stabili e legittimati dal voto popolare, anche grazie ad una legge elettorale con effetti maggioritari (a cui si unisce il voto di preferenza).

elezioni-regionali2Regioni – A livello regionale, per superare i sopracitati problemi di instabilità dovuti soprattutto ad una legge puramente proporzionale, si provvide inizialmente con l’approvazione della c.d. legge Tatarella, ovvero la  legge n. 43 del 1995 (qui il testo). Questa, innanzitutto garantiva un premio di maggioranza alle liste vincitrici, e, in secondo luogo, consentiva agli elettori di indicare (ma non di eleggere) il futuro Presidente della regione. Le conseguenze di tali scelte erano per lo più politiche e consentivano di rafforzare il ruolo del Presidente e della sua Giunta a discapito del Consiglio. Per cementificare quanto previsto dalla legge ordinaria, intervenne la legge costituzionale n. 1 del 1999. Questa prevede che i Presidenti delle regioni siano eletti a suffragio universale diretto (salvo che gli statuti regionali non prevedano diversamente). Per quanto riguarda l’elezione dei Consigli regionali, l’elettore ha a disposizione due schede: la prima, per eleggere 4/5 (80%) dei consiglieri con metodo proporzionale sulla base delle liste presentate a livello provinciale (che rappresentano le diverse circoscrizioni elettorali); la seconda, ovvero il restante quinto (20%), rappresenta il premio di maggioranza che viene assegnato con sistema maggioritario plurinominale ad un “listino” bloccato unico a livello regionale (in cui non è possibile, quindi, esprimere preferenze, a differenza che nella prima scheda), collegato al candidato Presidente della regione. La funzione del “listino” è quella di contemperare la parte proporzionale con quella maggioritaria e opera sulla base di due possibilità: se la lista più votata nella parte proporzionale ha preso in tutti i collegi oltre il 50%, porterà la metà degli iscritti al proprio listino collegato, mentre l’altra metà verrà divisa proporzionalmente tra tutte le altre liste minoritarie; se la lista più votata non arriva, come di solito succede, a conquistare nella parte proporzionale una maggioranza assoluta, si porta dietro un numero di iscritti al listino maggiore della metà, ma tale da consegnarli almeno il 55% dei seggi. Con l’avvento della riforma del titolo V del 2001, comunque, la quasi totalità delle regioni italiane ha mantenuto un sistema elettorale molto simile a quello descritto finora.

Comuni – Il punto di svolta, per quanto riguarda l’elezione del Sindaco e della sua giunta, è stata la legge Ciaffi, ovvero la legge n. 81 del 1993. In precedenza i Sindaci erano eletti dai Consigli regionali, ma nel 1993 si introduce in Italia il principio dell’elezione diretta partendo proprio dal livello comunale. Il sistema di elezione varia a seconda che il Comune sia inferiore o superiore ai 15 mila abitanti (10 mila in Sicilia). Nel primo caso il sistema è maggioritario di tipo plurality: è sufficiente, per la lista o le liste collegate, prendere un voto in più degli altri per avere una maggioranza assoluta in Consiglio comunale pari ai 2/3. Nel secondo caso il sistema è maggioritario di tipo majority in cui risulta eletto chi prende la metà più uno dei voti: se, come quasi sempre avviene, al primo turno nessuno raggiunge tale maggioranza, dopo due settimane si tiene un secondo turno in cui partecipano solamente i due candidati più votati; la lista o le liste collegate al Sindaco vincente hanno il 60% dei seggi in Consiglio.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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