Ddl lobby: chi l’avrebbe mai detto?

19/07/2013 di Andrea Viscardi

Il testo di regolamentazione delle lobby rischia di naufragare

DDL lobby

Ddl lobby – Poco più di un mese fa il Presidente del Consiglio Enrico Letta aveva annunciato all’Italia la ferrea volontà di creare, finalmente, una legislazione coerente e organica sulle lobby. La questione era stata portata alla ribalta, l’ennesima volta, dopo un servizio mandato in onda sulle Iene, nel quale un assistente parlamentare denunciava regolari tangenti elargite verso i membri del Senato dalle lobby per guadagnare il loro appoggio in Parlamento. Una necessità imprescindibile in un Paese che, scandalo dopo scandalo, ha ben dimostrato di essere, in materia, uno dei fanalini di coda dei Paesi sviluppati.

Registro o albo? Facoltativo o obbligatorio? –  Tutto, però, rischia nuovamente di concludersi con un buco nell’acqua. Ironicamente, i punti di scontro sul ddl – già rinviato il 5 luglio – sono gli stessi che dovrebbero essere considerati imprescindibili per regolare la materia. Il primo contrasto si ha sull’esistenza di un albo – o di un registro – obbligatorio al quale tutti i portatori di interessi dovrebbero iscriversi e, annualmente, aggiornare una serie di informazioni, tra le quali le attività svolte oltre alla professione di rappresentanza di interessi, i soggetti e gli interessi rappresentati, le risorse economiche impegnate nell’attività. In molti vorrebbero fosse istituito uno strumento ricalcante il registro europeo, facoltativo e quindi meno costrittivo. La questione, però, è che il registro creato a Bruxelles ha dimostrato tutti i suoi limiti e la sua poca utilità, e sono in molti a volerlo cambiare in un senso più stringente. L’essere facoltativo lo rende, in gran parte, uno specchietto per le allodole.

Legge sulle lobby
La legge sulle lobby rischia di subire un nuvo ritardo

Regolamentazione dei rapporti,report annuali e donazioni – Discussioni anche su un altro elemento fondamentale per la buona regolamentazione in materia lobby: quello della relazione annuale. Tale strumento, ripreso dalla legislazione statunitense, prevede un report annuale – poi pubblicato – da inviare alla Commissione competente nel quale i lobbisti dovrebbero riportare le attività svolte, i soggetti e i processi decisionali interessati, le risorse umane e finanziarie utilizzate e eventuali somme elargite a titolo di erogazione liberale in favore di partiti, movimenti o gruppi politici organizzati. Qui i punti critici sono molti: in primis la possibilità di effettuare delle donazioni ai partiti, che per Palazzo Chigi andrebbe eliminata (volontà che suscita grandi proteste) e quindi le stesse forme di pubblicità e di dettaglio degli incontri tra il decisore pubblico e il lobbista. Due elementi fondamentali per garantire trasparenza al processo di rappresentanza degli interessi.

Regime sanzionatorio – Una piccola osservazione, invece, su di un aspetto forse troppo morbido. Le sanzioni presentate all’interno del testo appaiono perfettibili, prevedendo multe dai 10 mila ai 300 mila euro per chi esercitasse l’attività senza essersi registrato nell’elenco dei lobbisti, e da 5 mila a 150 mila euro per chiunque avesse dichiarato, all’atto di registrazione, il falso. Violazioni del testo di legge, se reiterate, porterebbero ad una cancellazione dall’elenco per cinque anni. Sicuramente, in materia, se il segnale vuole essere forte, sarebbe forse più percorribile la strada statunitense intrapresa con il Full Public Disclosure of Lobbying, con il quale il regime sanzionatorio diviene penale e punibile con una condanna massima di 5 anni di reclusione.

Quest’ultimo punto, però, rappresenta solo un dettaglio sul quale si sorvolerebbe con il sorriso stampato sulle labbra, pur di vedere approvato e votato un testo efficiente e realmente risolutivo. L’impressione, però, è che la realtà sia ben distante dall’essere questa. Se la linea a vincere dovesse essere quella della non obbligatorietà dell’iscrizione ad un albo/registro e di una più morbida regolamentazione della trasparenza riguardo alle attività svolte dal lobbista (e dal decisore pubblico), la stessa approvazione del testo perderebbe, in ogni caso, di significato. Purtroppo, vista la prassi degli ultimi decenni, e i numerosi disegni di legge presentati e sempre naufragati nel corso degli anni, l’impressione è proprio che si vada in questa direzione, accontentando un po’ tutti coloro che, sia dalla sponda delle lobby che da quella dei decisori pubblici, preferiscono il tutto si concluda con un italianissimo “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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