La Lega Nord è in crisi? Un problema più politico che elettorale

29/12/2012 di Luca Andrea Palmieri

Roberto Maroni, Lega Nord
Roberto Maroni

Ma la Lega Nord è davvero in crisi? Il partito prima di Bossi ed ora di Maroni ne ha passate di tutti colori nell’ultimo anno; prima vi è stata la caduta del governo Berlusconi, seguita dalla salita dei tecnici di Monti che hanno portato una rottura che pareva insanabile con il Pdl. A maggio sono scoppiati gli scandali legati ai rimborsi elettorali e alla famiglia Bossi. Sembrava che il declino fosse inarrestabile, quando l’elezione di Bobo Maroni a capo del partito ha calmato finalmente le acque. Molti critici hanno comunque parlato di un trend negativo difficile da interrompere.

Ma è davvero così? La crisi politica interna è innegabile: il ritiro dalla leadership (quantomeno diretta) di Bossi non è roba da poco, soprattutto quando si parla di un leader carismatico che aveva mantenuto la sua posizione indiscussa anche in seguito a un ictus. Da un altro punto di vista però la situazione ha anche favorito una transizione che era nell’aria: le polemiche intorno all’accresciuta influenza di Maroni, allora ministro degli Interni, con una visione diversa e più vicina a Roma di quella di bossiana, stavano rischiando di minare le fondamenta della Lega. Paradossalmente quel che è successo ha evitato la creazione nel partito di due anime fortemente contrapposte.

Fatto sta che dall’estate, quando la transizione è avvenuta, le alte sfere leghiste paiono esser riuscite a ricompattarsi, almeno agli occhi dell’opinione pubblica. Il ritorno ad una ferrea opposizione in parlamento, habitat naturale della Lega, ha aiutato in questo senso. Certo, si tratta di una Lega molto più silente di quella a cui eravamo abituati: ma dopo la sequela di scandali pare una scelta politica saggia. Meglio un’opposizione ortodossa e meno urlatrice che faccia il suo mestiere senza il rischio di vedersi rinfacciare gli scandali al minimo urlo anti-sistema. Così si sono susseguiti voti contrari al governo dell’aumento dell’imposizione fiscale, al fine di giocarsi il “noi ve l’avevamo detto” in campagna elettorale, magari con il redivivo Berlusconi: lui della Lega sa di averne bisogno, il suo problema è che ora Maroni è nella posizione di porgli condizioni. Vedremo dove porteranno le trattative.

E sul piano elettorale? Qui l’analisi, comparata con i risultati dell’ultimo ventennio di elezioni, si fanno interessanti. Si parta dai dati medi degli ultimi sondaggi, risalenti al 21 dicembre (fonte: Electionista): la Lega viene data al 5,77%. Un risultato ben più basso dell’8,29% delle ultime elezioni. Ma più alto sia del 2006, quando arrivò al 4,58%, che del 2001, dove non riuscì ad andar oltre un misero 3,94%. Solo nelle elezioni precedenti era riuscita a fare di meglio: nel 1996 con il risultato record del 10,1% e nel 1994 con l’8,36%. Si nota subito un dato fondamentale: la Lega rende al meglio quando esce da un governo in cui è stata all’opposizione. E’ il dato che si è verificato nel 2008 e nel 1994. Non ci si faccia ingannare dal 1996: era stata la Lega stessa a far cadere il governo Berlusconi e si era presentata da indipendente alle elezioni, facendo una forte campagna elettorale anti-sistema che la premiò molto nelle regioni del nord.

La situazione odierna è nuova per il partito di Maroni: si trova infatti a venire da 4 anni di governo seguiti da un anno di opposizione. I sondaggi sembrano parlare di un mix di queste due situazioni: nonostante la crisi, il calo di consensi leghista non è mai sceso sotto il 4% (che, ricordiamo, è un dato nazionale, per un partito che a sud dell’Emilia va dal contar poco al non esister proprio); anzi, l’anno di opposizione ha fatto bene, facendola risalire quasi al 6%. Dunque, la base elettorale storica creatasi nell’ultimo ventennio non pare esser stata toccata dagli scandali, e pare rimanere stabile. Un dato interessante è quello riguardante la dispersione del voto: dove andavano i voti della Lega quando riduceva le sue percentuali dopo gli anni al governo? I dati sembrano indicare che il principale recettore sia stata l’ex Forza Italia, oggi Pdl: nel 2001 per esempio, con il crollo della Lega dal 10,1% al 3,94% questa passò dal 20,6% al 29,43%: difficile pensare che in una zona dove l’elettorato tende al centro-destra lo spostamento non sia stato in questo senso, soprattutto contando le fluttuazioni interne al centro-sinistra. Situazione che si è ridotta nel 2008, quando pare che la crescita della Lega sia stata influenzata in parte dal crollo, soprattutto al nord, dei partiti di sinistra radicale.

Oggi questi trend paiono però essere scomparsi. Il problema principale di Maroni è ricostruire un’immagine di partito capace di attirare i voti degli indecisi: gli scandali, che si sono nel frattempo estesi anche sul piano regionale (vedi le recenti indagini sul consiglio regionale lombardo), renderanno difficile mantenere un’impronta anti-sistema: i tempi di “Roma ladrona” sono finiti. Tant’è che, con il Pdl in crisi nera e pronto a una rincorsa disperata (che passa per la Lega stessa), è evidente come i voti di protesta siano emigrati in massa verso le forze anti-sistema, come il Movimento a 5 Stelle. Grillo tra l’altro è stato abile a toccare corde sensibili al tipico elettorato leghista, mostrando per esempio posizioni di chiusura verso un tema come l’immigrazione. Dunque ci si aspettano novità sul piano della strategia politica. In primis circa l’alleanza col Pdl; poi per quel che riguarderà la campagna elettorale: l’impostazione sarà la solita, o la leadership di Maroni porterà novità? Difficile non pensare alla seconda.

D’altronde un occhio di riguardo va dato anche alle elezioni regionali lombarde: sondaggi di novembre danno la Lega al 15%, in netto calo rispetto al 26% dell’ultima tornata elettorale. Torna sicuramente comodo in questo senso l’election day, che permetterebbe di arginare gli effetti potenzialmente catastrofici di una pesante sconfitta in una regione chiave come la Lombardia.

Per tirare le somme, la Lega è a un bivio. La “crisi” è più politica che elettorale. La base c’è: bisogna mantenerla, ma allo stesso tempo trovare soluzioni per migliorare la performance a livello di voti (magari nelle grandi città, da sempre punto debole). Il rischio è di finire chiusi all’opposizione e di trovarsi schiavi del proprio passato, divisi tra le vecchie alleanze col centro-destra ed il rischio di perdere “l’appalto” sulla propria forza di opposizione pura a favore delle nuove forze di protesta. La scelta di cambiare impostazione o di provare a ridare linfa alla propria anima storica sarà decisiva per i destini di uno dei partiti principe della “Seconda Repubblica”.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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