Leandro Arpinati, da podestà del regime a “podestà” della Resistenza

29/05/2014 di Matteo Anastasi

Leandro Arpinati

Nella vita personale di Benito Mussolini esiste un altro tormentato 25 luglio, da collocarsi nove anni prima di quello fatale del 1943, giorno della caduta del regime. Si tratta del 25 luglio 1934, giorno in cui il Duce ordinò l’arresto di un’illustrissima personalità fascista: Leandro Arpinati, fedele seguace della prima ora e capo indiscusso del partito a Bologna.

Nato nel 1892 a Civitella di Romagna, Arpinati era stato dapprima socialista, poi anarchico rivoluzionario. Nel 1910 aveva incontrato, restandone ammaliato, il ventisettenne Mussolini, allora segretario socialista a Forlì e direttore del settimanale La lotta di classe. Da quel momento il legame fra i due divenne indissolubile. Interventista come Mussolini alla vigilia della Grande guerra, Arpinati fu il principale promotore dello squadrismo nella sua terra, organizzando, su tutti – nel novembre del 1920 – l’assalto a Palazzo d’Accursio, il municipio bolognese allora in mano alle sinistre: un raid che fece registrare dieci morti e oltre settanta feriti. Ancor prima della marcia su Roma, Mussolini lo volle in Parlamento dove Arpinati non rinunciò alla sua intemperanza: il 9 agosto 1922 fu bloccato mentre si accingeva a esplodere un colpo di pistola contro il deputato comunista Luigi Repossi. Fu, in seguito, in prima fila nella difesa di Mussolini dopo l’attentato Matteotti e nella battaglia contro l’ala sindacalista del Pnf.

Leandro ArpinatiNella seconda metà degli anni Venti, Arpinati si consacrò come l’uomo più potente di Bologna: podestà della città dal 1926, divenne comproprietario del Resto del Carlino; fondò il più grande stadio di calcio del Paese, il Littoriale; varò una riforma tramviaria che raddoppiò la rete cittadina; attuò piani di costruzione di case popolari ed edifici scolastici; avviò l’edificazione di un nuovo aeroporto militare. Bologna non vide mai, prima e dopo di lui, una simile imponente quantità di iniziative. Ma se in Emilia il suo potere era consolidato, a Roma Arpinati aveva legato con pochi, non mancando di prendere le distanze da importanti scelte varate dal regime nelle stanze del potere capitolino: si schierò apertamente contro i Patti Lateranensi, contro Giovanni Gentile per la gestione della Treccani, contro il segretario del Pnf Giovanni Giuriati e, soprattutto – atteggiamento che gli sarà fatale – contro il successore Achille Starace.

Il nuovo leader del Pnf, non gradendo affatto le licenze che Arpinati si concedeva nella sua città – pronunciando in pubblico frasi del tipo «L’Italia non è un feudo della famiglia Mussolini» o «A Bologna posso fare tutto quello che voglio perché Mussolini l’ho in pugno» – ne chiese la testa al Duce. L’occasione propizia arrivò quando Arpinati tentò di porre l’amico Mario Missiroli alla guida del Resto del Carlino, facendo pressione sul regime affinché gli fosse rilasciata la tessera del partito. Arpinati fu arrestato e condannato alla pena massima: cinque anni di confino, scontati prima a Lipari poi nella sua villa di Malacappa, alle porte di Bologna. Fu nel periodo della detenzione che iniziò a prendere contatto con gli ambienti antifascisti.

Quando Mussolini fu liberato dai tedeschi a Campo Imperatore, volle incontrare Arpinati per chiedergli di seguirlo nell’avventura della Repubblica Sociale Italiana. Arpinati rifiutò. Pochi mesi più tardi, nell’intervista rilasciata al giornalista Giovannini, Mussolini ebbe a dire: «Per ciò che riguarda Arpinati, la colpa è mia. Se non ci fossimo incontrati, sarebbe probabilmente rimasto un buono e innocuo anarchico. Si era trasformato in un cattivo fascista e ora è liberale, in ritardo di cinquant’anni. Mi dicono che treschi coi partigiani». L’ipotesi avanzata era esatta. Alcune testimonianze ricordano – ma si tratta di memorie tutt’altro che univoche – che gli fu offerto il comando di una banda partigiana. Ciò che è certo è che la sua villa di Malacappa divenne un piccolo quartier generale della Resistenza: vi furono nascosti due giovani dell’intelligence alleata, “Gigi” e “Augusto”, il “dottor Bernardo” (l’azionista Dino Zanobetti) e diversi partigiani sfollati. Nella villa risiedeva anche l’amico di sempre, l’avvocato socialista Torquato Nanni, che, il giorno della liberazione, lo abbracciò esultando: «Leandro, ce l’abbiamo fatta!».

Ma all’improvviso, qualche ora dopo, giunse al portone della villa un furgoncino dell’Unione nazionale da cui scesero quattro uomini e due donne: chiesero di Arpinati e lo uccisero a freddo, così come fecero con Nanni. Una ragazza del commando urlò che l’assassinio era stato compiuto per vendicare l’uccisione del proprio padre. Ancora oggi non sappiamo chi fossero quei sei. La radio diffuse immediatamente la notizia della fucilazione del «gerarca fascista», mentre a Bologna venivano affissi manifesti recanti la scritta: «Arpinati ucciso a furore di popolo».

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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