Da leader a vassallo: la parabola di Passera favorisce lo status quo

13/04/2016 di Edoardo O. Canavese

Voleva guidare i liberali italiani, si è ritirato per sostenere il candidato milanese Parisi. E’ la malinconica capriola di Corrado Passera, costretto dall’irrilevanza politica a piegarsi all’opportunismo di partito: una mossa che muove le acque delle elezioni milanesi, sempre più in bilico.

Da aspirante candidato unico del centrodestra a Milano a paladino della scelta indipendente, per poi offrire i propri voti a Stefano Parisi. E’ questa la triste parabola di Corrado Passera, il super manager che mobilitò il suo piccolo partito per conquistare i liberali e che si piegò all’opportunismo politico come il più consumato onorevole del gruppo misto. A gennaio raccontammo la suggestione di Passera di ottenere l’endorsement di Berlusconi, grazie alle difficoltà di Forza Italia e Lega Nord nel trovare un candidato comune. Quando la scelta ricadde su Parisi, Passera si ritrovò schiacciato tra due potenti alleanze partitiche a sostegno di due manager, come lui, alieni delle vicende politiche milanesi, come lui. La prospettiva di un risultato mediocre ha convinto il fondatore di Italia Unica a saltar sul carro a lui più prossimo per tentare di sopravvivere. Una mossa che mortifica la sua zoppicante carriera politica ma che galvanizza il centrodestra contro Sala.

La schizofrenica campagna elettorale di Passera si è inchiodata di fronte alle scarsissime speranze di successo. Nonostante i milioni versati per manifesti di dubbia efficacia e i toni populisti assunti per solleticare i palati grossolani dell’elettorato destrorso, Italia Unica non è riuscita a rappresentare una reale alternativa a Palazzo Marino. Quindi l’improvvisa svolta di sabato. Solo quindici giorni prima criticava Berlusconi “ostaggio della Lega” che, aggiungeva due mesi fa “non ha alcun rispetto delle istituzioni democratiche”. Messa la coerenza da parte, Passera ha dovuto fare i conti col proprio comitato elettorale. Alessandro Rimassa, presidente dimissionario dello stesso, ha criticato la scelta dell’ex ministro, che in nome del calcolo politico ha rinunciato ad un progetto “alternativo, libero, indipendente”, per salire su di un carro di “arroganza, estremismo, opportunismo”. Il responsabile della campagna elettorale Giacomo Biraghi ha commentato il cambio di strategia con un laconico “offline”.

Passera ha perso la sua personale sfida con la politica. Da ministro dello Sviluppo Economico di Mario Monti, nonostante il grande potere di cui godette, non lasciò il segno. Da candidato leader dei liberali italiani alla meno peggio si vedrà riconosciuto un assessorato nel Comune di Milano. Il sogno di raccogliere l’eredità di Berlusconi si è trasformato nell’incubo di un vassallo che presta fedeltà ad uno dei tanti volti del decadente berlusconismo. A chi lo definisce sconfitto, Passera risponde che si è deciso come usare al meglio un consenso importante. Tralascia che sostenere Parisi significa portare acqua al mulino del leghismo di Salvini, che fino a ieri considerava l’ex ministro inavvicinabile per via della partecipazione al luciferino governo Monti-Fornero. Sovrastima inoltre la compattezza dell’elettorato che ha raccolto intorno a sé, che, sostiene l’ex Rimassa, piuttosto che votare Parisi si asterrà o si ripartirà tra M5S e Pd. Forse un endorsement in occasione del ballottaggio avrebbe riscosso più successo: certo non avrebbe salvato Passera dal fallimento politico.

Il ritiro di Passera semplifica le cose per il centrodestra milanese. Nata senza i favori del pronostico, l’alleanza a sostegno di Parisi ha saputo trovare nell’antirenzismo il punto di convergenza. E’ paradossale per chi, come il leader del centrodestra nazionale, ha sempre criticato l’antiberlusconismo cavalcato a sinistra. Si tratta tuttavia di un sintomo della crisi che l’area “moderata” sta attraversando dilaniata, in Parlamento come a Milano, tra tendenze verso il conservatorismo berlusconiano e il radicalismo populista di Salvini. Si tratta di una coalizione promettente nei numeri, molto meno nei programmi. Il rischio concreto è che Parisi divenga ostaggio delle tante anime che nel centrodestra milanese si fanno concorrenza. I ciellini di Lupi, i forzisti della Gelmini, i neo-missini di La Russa, i leghisti di Salvini, senza dimenticare lo stesso Passera. Un’armata Brancaleone costruita più per buttar giù Renzi che per governare Milano.

Lì dove, senza nemmeno troppo impegno, è riuscito il centrodestra, ha fallito il centrosinistra. La sciagurata gestione che il sindaco Pisapia ha fatto della propria eredità politica, investendo molto su un candidato – la vicesindaco Balzani – che si sarebbe dimostrata difficilmente assimilabile a Sala, ha permesso agli avversari di recuperare. Il M5S, nonostante la caotica scelta del candidato sindaco e una tradizionale debolezza nel feudo della Casaleggio Associati, gode del 15% dei consensi. L’incapacità della sinistra extra Pd di trovare una sintesi efficace con Sala ha disperso una parte importante del popolo arancione che nel 2011 sostenne Pisapia. A sinistra di Sala c’è Basilio Rizzo, presidente del Consiglio Comunale sostenuto da Civati, c’è il radicale Marco Cappato, ci sono ben due candidati comunisti. Di fronte alle difficoltà a sinistra, Sala guarda al centro: dopo la svolta di Passera, punta ad incamerare i brandelli di Scelta Civica, il cui peso parlamentare forse non corrisponde a quello municipale, e ai cattolici.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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