Le suggestioni di Natale sul petrolio (e sulla benzina)

24/12/2015 di Alessandro Mauri

Il prezzo del petrolio, salvo fisiologici rimbalzi, continua a puntare verso il basso, anche se il prezzo della benzina in Italia non cala di pari passo

Il prezzo del petrolio, salvo fisiologici rimbalzi, continua a puntare verso il basso, anche se il prezzo della benzina in Italia non cala di pari passo: troppe tasse su una materia prima che, secondo alcuni speculatori, potrebbe toccare i 15 dollari al barile.

L’andamento nell’anno – L’anno per le materie prime, ed in particolare per il petrolio, è stato caratterizzato da tendenze ribassiste molto marcate: attualmente il prezzo del petrolio si aggira tra i 35 e i 40 dollari al barile, un’inezia, se si considera che fino a qualche tempo fa superava ampiamente i 100 dollari al barile. Il continuo ribasso delle quotazioni è dovuto a fattori ormai noti, tra cui l’aumento della produzione degli USA, legata allo sviluppo della tecnologia per l’estrazione dello shale oil, che ha permesso agli Stati Uniti una sostanziale indipendenza energetica, unito alla decisione dell’Opec, confermata in questi giorni, di non diminuire la produzione di petrolio greggio per spingere il prezzo del petrolio verso il basso ed escludere i competitor che hanno costi di produzione più elevati. Se a questo uniamo il rallentamento delle economie emergenti, tra le principali fonti di domanda di petrolio, il crollo del prezzo di questa e altre materie prime è presto spiegato.

Futuro ribassista – Come se non bastasse, i mercati scommettono su un ulteriore calo delle quotazioni del petrolio. Qualche speculatore particolarmente propenso al rischio scommette addirittura sui 15 dollari al barile, ma in realtà la maggior parte degli investitori punta deciso su un prezzo intorno ai 30 dollari al barile per tutto il 2016, con puntate anche verso i 20/25 dollari al barile. A far supporre che la caduta del prezzo del petrolio non sia finita concorrono le già nominate decisioni dell’Opec di non ridurre la produzione, l’imminente ingresso dell’Iran sul mercato, dopo la cancellazione delle sanzioni per il nucleare, e la resistenza dimostrata da molti Paesi che teoricamente avrebbero già dovuto ridurre la produzione del petrolio in risposta al calo dei prezzi.

Secondo la stessa Opec, il prezzo del petrolio si manterrà al di sotto del 100 dollari al barile ancora per molti anni, considerando che nel 2020, secondo le stime, il prezzo dovrebbe attestarsi attorno ai 70 dollari al barile, il doppio di quello attuale, ma ben al di sotto delle quotazioni alle quali eravamo abituati negli ultimi anni. Ovviamente si tratta solamente di stime, ma data l’influenza delle aspettative in questo tipo di mercati, ipotizzare un prezzo del genere non è affatto improbabile.

L’effetto sulla benzina – Sebbene l’effetto si sia fatto sentire, anche notevolmente, sul prezzo dei carburanti, tanto che l’Eni ipotizza un risparmio di 500 euro all’anno per i consumatori, in realtà il prezzo della benzina non si è contratto con la stessa intensità mostrata dal petrolio. Se si torna al 2008, anno in cui le quotazioni del greggio erano pressappoco uguali a quelle attuali (circa 40 dollari al barile), il prezzo della benzina si aggirava attorno ad 1,1 euro, ben il 30% in meno del prezzo medio attuale, che si attesta su 1,45 euro al litro. La differenza è dovuta in parte all’aumento del costo industriale, che comunque si mantiene in linea con i costi degli altri Paesi europei, e in parte (quasi esclusivamente, in realtà) per l’aumento delle accise e dell’IVA, che hanno subito un aumento totale del 32% dal 2008 ad oggi. Si tratta di un’incidenza sul prezzo totale del 68,2%, seconda solamente a quella dei Paesi Bassi, dove supera il 70%, e molto superiore a quella dei Paesi confinanti.

Fuori dal dibattito – Il problema che emerge con chiarezza è che la benzina viene ritenuta fonte praticamente certa di nuove entrate in caso di aumento del prezzo, data la limitata elasticità della domanda (cioè si possono ridurre i consumi fino ad un certo punto), ma non si considera mai l’effetto recessivo di una eccessiva tassazione. E’ del tutto evidente come i soldi utilizzati per l’acquisto di carburanti, proprio perché rappresentano una spesa praticamente ineludibile per famiglie e imprese, non possano essere utilizzati altrove, con un forte impatto sui consumi. La tanto annunciata riduzione delle tasse dovrebbe passare anche da qui, ovvero dal taglio delle accise sui carburanti, non solo perché hanno raggiunto un livello inaccettabile per qualsiasi bene, ma anche perché si libererebbero risorse per famiglie e imprese che, con ogni probabilità, sarebbero rapidamente utilizzate per acquistare altri beni e servizi, rilanciando i consumi.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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