Le rotte dei migranti: il Pakistan

29/05/2015 di Marco Cillario

Prosegue il viaggio di Europinione alla scoperta dei luoghi di origine dei migranti che sbarcano sulle coste italiane ed europee. Questa settimana ci spostiamo in Asia per occuparci della Repubblica Islamica del Pakistan

Nel 2014 l’Italia ha ricevuto quasi 65 mila richieste di asilo, dicono i dati Eurostat. Più di 7 mila provenivano da cittadini pakistani. Se il numero non è altissimo in termini assoluti, bisogna considerare che è raddoppiato rispetto al 2013 e che è superato solo da quello di nigeriani, maliani e gambiani. Il Pakistan è dunque lo Stato asiatico da cui arrivano al nostro Paese più richieste d’asilo. Il viaggio dei migranti asiatici verso l’Italia è lungo e complesso. Molti arrivano in Turchia attraverso l’Iran e da lì passano il confine dell’area Schengen giungendo in Grecia; con l’inasprirsi della crisi ellenica, è in aumento il numero di coloro i quali da qui procedono verso l’Italia attraverso il Mediterraneo. Ma c’è anche chi sceglie un’altra via, arrivando ai porti africani (Egitto o Libia) per imbarcarsi da lì. Per quale motivo è in continuo aumento il numero delle persone che dal Pakistan decidono di affrontare questo viaggio?

I conflitti con l’India – Con la fine del dominio britannico nel subcontinente indiano nel 1947 ebbero origine due Stati indipendenti: l’India, a maggioranza indù, e il Pakistan, a maggioranza musulmana, quest’ultimo diviso in due parti distanti tra loro 3.000 chilometri (Pakistan Occidentale e Pakistan Orientale) con capitale Islamabad. Questa divisione non fu mai accettata pacificamente dai due Paesi, che si trovano da allora in uno stato conflittuale sfociato più volte in scontri armati. Il primo mezzo milione di morti si ebbe per gli effetti immediati della nascita dei due Stati, nei giorni in cui più di sei milioni di indù lasciarono il Pakistan per l’India e un numero simile di musulmani si mossero in senso opposto. La prima guerra indo-pakistana scoppiò poco dopo e durò fino al ’49; la seconda si combatté 16 anni più tardi, nel ’65. In entrambe l’oggetto del contendere era la regione del Kashmir, a maggioranza musulmana ma parte dell’India per decisione della casta regnante (induista). Entrambe furono inutili: i confini non si mossero di un millimetro. Il terzo conflitto armato, nel 1971, seguì all’indipendenza del Pakistan Orientale, da allora chiamato Bangladesh, sostenuta dall’India e osteggiata dal governo di Islamabad, che uscì sconfitto. Un ulteriore scontro, di dimensioni minori, si consumò a fine secolo, di nuovo a causa del Kashmir. Malgrado una distensione nei rapporti tra i due Stati nel nuovo millennio, la tensione rimane latente ed è sfociata nell’attacco terroristico di dieci estremisti pakistani a Mumbai nel novembre del 2008, evento che ha nuovamente irrigidito le relazioni.

L’instabilità politica e le dittature militari – I continui conflitti con l’India, oltre ad indebolire economicamente il Paese e stremare la popolazione, hanno inciso sulle vicende politiche interne. A partire dal colpo di Stato militare del 1958, il Paese ha visto l’alternarsi di brevi periodi di governo democratico e lunghe dittature militari, le cui albe e tramonti sono spesso coincisi con l’esito delle guerre. La potenza militare del Paese è emersa agli occhi del mondo con i test nucleari effettuati nel ’98: il Pakistan possiede l’atomica. Solo nel 2008, con la fine del regime di Pervez Musharraf, si è avviato un processo di democratizzazione che sembra essere più stabile dei precedenti. L’attuale presidente, Azif Ali Zardari, è stato eletto nel febbraio di quell’anno; nel 2013 si è avuto il primo passaggio democratico da una maggioranza a un’altra nella storia del Pakistan. Difficile prevedere quanto a lungo reggerà questo equilibrio, vista la tradizionale incidenza degli interessi dei militari nella politica del Paese.

Una cartina del Pakistan. Fonte: Wikipedia.
Una cartina del Pakistan.
Fonte: Wikipedia.

Sharia, Afghanistan e terrorismo – Ma il principale fattore di instabilità interna ha a che fare con il radicalismo religioso. Nel 1956, terminato ufficialmente lo status di dominion britannico, il Pakistan veniva dichiarato la prima Repubblica Islamica del mondo. L’incidenza islamica sunnita in politica è sempre stata molto forte. Fu però solo nel corso degli anni Ottanta, durante il regime di Zia ul-Haq, che si ebbe una vera e propria islamizzazione del Paese, con applicazione della sharia e introduzione del reato di blasfemia, punibile anche con la pena di morte (finora mai applicata): l’irrigidimento si deve indubbiamente alla rivoluzione iraniana del ’79, appena oltre confine, e il conseguente rafforzamento della minoranza sciita nel Paese. Importante è la matrice religiosa anche nei rapporti con l’altro complicato vicino, l’Afghanistan, dove i fondamentalisti furono prima appoggiati contro i sovietici negli anni Ottanta, poi contrastati in accordo con gli USA dopo l’11 settembre, decisione che costò al presidente Musharraf notevole discredito in patria. Da allora, il Pakistan ha dovuto fronteggiare le milizie terroristiche talebane, attive specialmente nelle regioni vicine al confine, ma protagoniste anche di incursioni e attacchi nel resto del Paese, specie contro sciiti e cristiani. I rapporti con gli Stati Uniti si sono incrinati negli ultimi anni, soprattutto dopo l’uccisione del leader di Al-Qaeda Osama bin Laden in un raid su Abbottabad, non lontano dalla capitale: il governo pachistano aveva infatti sempre negato la presenza di leader terroristi nel suo territorio.

Le difficoltà economiche – Con 196 milioni di abitanti, il Pakistan è il sesto Paese più popoloso al mondo. Per farsi un’idea della densità abitativa del Paese, basti pensare che, pur essendo grande appena il doppio della California, ha cinque volte la sua popolazione, in un territorio che è peraltro occupato in ampi settori da vette altissime (come il K2) ed è coltivabile solo per un quarto. Decenni di conflitti interni ed esteri e la scarsezza di investimenti stranieri hanno frenato la crescita economica. Incapace di diversificare le esportazioni oltre il settore tessile, il Pakistan ha visto la propria bilancia dei pagamenti fluttuare con il variare dei prezzi nel mercato internazionale. L’instabilità politica e macroeconomica ha portato a un deprezzamento della moneta fino al 40% a partire dal 2007. Fondamentali restano le rimesse dei migranti, pari in media a 1 miliardo di dollari al mese. Nel 2014 l’FMI ha espresso il primo giudizio positivo sull’economia pakistana, definendola complessivamente sulla buona strada.

Ma di strada bisognerà farne ancora molta per riuscire a garantire condizioni di vita decenti e posti di lavoro sufficienti per una popolazione che è in continua crescita e che in porzione sempre maggiore si sposta dalle campagne verso le città. Non sempre verso quelle pakistane.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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