Le rotte dei migranti: il Mali

01/05/2015 di Marco Cillario

Se ne parla poco, ma è uno dei principali Paesi d’origine dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa: guerra civile, fame, minaccia jihadista. Alla scoperta di uno dei Paesi più poveri del mondo.

Migranti

Chi decide di fuggire dal Mali verso l’Europa deve affrontare un viaggio di migliaia di chilometri, passando per il deserto e le frontiere di due Stati – Algeria e Libia – prima di imbarcarsi per attraversare il Mediterraneo. Eppure, ogni anno migliaia di maliani tentano la traversata, cercando un nuovo inizio oltre il mare: si stima che il flusso migratorio dal Paese verso il nostro continente, nel 2014, sia stato secondo solo a quello dalla Siria e dall’Eritrea. Cosa sta succedendo in Mali?

Qualche elemento generale. Il Mali è un Paese dell’entroterra dell’Africa occidentale senza sbocco sul mare, con un territorio desertico nella parte settentrionale e la savana a Sud; confina a Nord con l’Algeria, ad Ovest con Mauritania e Senegal, a Sud con Guinea, Costa d’Avorio e Burkina Faso, ad Est con il Niger. La capitale è Bamako, Timbuctu la città più nota (patrimonio dell’UNESCO dalla fine degli anni Ottanta); entrambe si trovano sul fiume Niger, che attraversa la parte centro-meridionale del Paese. Il francese è la lingua ufficiale, l’Islam sunnita la religione più diffusa.

Mali MappaUn po’ di storia. E’ diventato indipendente dalla Francia nel 1960. Il primo presidente eletto, Madibo Keita, ha orientato il Paese in senso marxista, avvicinandosi al blocco orientale e instaurando un regime a partito unico. Nel 1968 il regime di Keita è stato rovesciato da un colpo di Stato guidato da Moussa Traorè che, pur riavvicinandosi all’Occidente, ha mantenuto inalterato il monopartitismo. Nel 1991, dopo forti proteste contro il regime, l’esercito ha deposto Traorè e guidato una transizione democratica; nel 1992 è stato eletto democraticamente il nuovo presidente Alpha Oumar Konarè, confermato per due mandati (limite costituzionale) e poi sostituito nel 2002 da Amadou Tounami Tourè, rieletto nel 2007. Il Mali si è affermato nel corso degli anni Novanta e dei primi anni Duemila come uno Stato democratico stabile politicamente e in crescita economica, un vero e proprio modello per l’Africa occidentale.

La guerra civile. La situazione è cambiata radicalmente nel 2012 in seguito alla ribellione dei tuareg, una popolazione berbera del Nord che reclamava da tempo l’indipendenza dal Mali della regione settentrionale dell’Azawad; molti di loro avevano combattuto al fianco di Gheddafi in Libia e dopo la sua sconfitta erano tornati nella regione d’origine addestrati e armati. I tuareg si sono uniti a un gruppo di fondamentalisti vicini ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Il presidente Tourè è stato rovesciato da un colpo di Stato da parte dei militari che, insoddisfatti per la sua gestione della ribellione, hanno instaurato un governo di transizione per portare il Paese fuori dalla crisi. I ribelli hanno occupato le principali città dell’Azawad (tra cui Timbuctu) e ne hanno dichiarato l’indipendenza ad aprile.

L’alleanza tra tuareg e jihadisti si è presto rotta e gli islamisti hanno preso il controllo di alcune città, in cui è stata instaurata la sharia. Centinaia di migliaia di persone hanno lasciato il Paese: è stato l’inizio dei flussi migratori. Nel gennaio del 2013 il governo del Mali, di fronte alle minacce jihadiste di un attacco alla capitale Bamako, si è rivolto alla ex-colonizzatrice Francia per ottenere un intervento militare contro l’Azawad. Grazie all’intervento francese, in un mese l’intero Paese è tornato sotto il controllo del governo malese. A giugno è stato siglato un accordo di pace con i tuareg. A luglio si sono svolte nuove elezioni democratiche, vinte dall’attuale presidente Ibrahim Boubakar Keita.

La situazione politica oggi. Malgrado le apparenze e il silenzio quasi unanime dei media, la situazione in Mali non si è stabilizzata. Il cessate il fuoco siglato a giugno 2013 è stato rotto già nel settembre successivo. Attentati contro civili e operatori Onu impegnati nella stabilizzazione continuano a essere compiuti dai separatisti tuareg e dai fondamentalisti islamici. Il governo risponde con dure rappresaglie ed è spesso accusato di violazione dei diritti umani. Trattative di pace sono state avviate lo scorso autunno con la mediazione del governo algerino; i mediatori hanno proposto un accordo a governo e tuareg, ma difficilmente il testo riceverà, nella data fissata per il 15 maggio, la firma dei separatisti, dal momento che non prevede il riconoscimento politico e giuridico dell’Azawad, che i tuareg continuano a chiedere. Insomma, il Mali, specialmente nella zona settentrionale, si presenta ormai da tre anni come il teatro di una guerra civile fra tre fazioni: il governo di Bamako, i tuareg e i jihadisti vicini ad al-Qaeda.

La situazione economica. Il Mali è tra i 25 Paesi più poveri al mondo. Oltre un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà. L’80% della forza lavoro è impegnata nel settore agricolo; le attività produttive sono concentrate nelle zone intorno al Niger. L’economia del Paese si basa sull’esportazione di oro e prodotti agricoli e la situazione finanziaria dipende dal variare dei loro prezzi sul mercato internazionale. E’ fortemente danneggiata dall’instabilità politica, che in alcune zone del Nord sfiora l’anarchia, oltre che dalle condizioni del territorio – per il 60% desertico –, dal continuo incremento demografico, dalla corruzione e dalla carenza di infrastrutture.

Ecco perché in tanti fuggono, oltre il deserto e il mare, anche a rischio della vita. Le radici delle migrazioni e delle tragedie sulle nostre coste si trovano anche qui, a 2500 chilometri dai porti libici e dagli scafisti.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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