Le rotte dei migranti: il Gambia

22/05/2015 di Marco Cillario

Il presidente Jammeh lo presenta come la nuova superpotenza africana, ma la sua economia si regge essenzialmente sulle rimesse. E’ una delle mete turistiche più prestigiose dell’Africa occidentale, ma metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Tutti i paradossi del piccolo Gambia.

Gambia

Il 18 febbraio 2015 si sono festeggiati in Gambia i 50 anni dell’indipendenza dal Regno Unito. Per l’occasione, il presidente Jammeh ha annunciato di voler fare del Paese una superpotenza economica entro il 2025. Eppure, decine, se non centinaia, di migliaia di gambiani hanno festeggiato il cinquantenario lontano da casa, in fuga attraverso Senegal, Mauritania, Algeria; in attesa di imbarcarsi sulle coste libiche o marocchine; oppure già approdati in Europa, aspettando di ottenere l’asilo. Sono tanti i paradossi del più piccolo Paese dell’Africa continentale.

Con una superficie di 11.300 chilometri quadrati (di poco superiore a quella dell’Abruzzo, per intenderci) sviluppata intorno al fiume omonimo, è completamente circondato dal Senegal, eccetto gli 80 chilometri di costa in cui il fiume sfocia nell’Atlantico e dove si trova la capitale Banjul.

Nello stesso anno in cui il Paese otteneva l’indipendenza, il 1965, nasceva l’uomo che 29 anni dopo, nel ’94, con un colpo di Stato militare avrebbe spazzato via ogni forma di democrazia e libertà: Yahya Jammeh. Rieletto, da allora, in una serie di tornate elettorali puramente formali, esercita il potere con estrema brutalità: torture, processi sommari ed esecuzioni extra-giudiziali di oppositori, attivisti e giornalisti sono all’ordine del giorno. Ma Jammeh è noto al mondo soprattutto per la sue frequenti affermazioni sconcertanti. In passato ha affermato di poter curare l’Aids con un rimedio fatto di erbe naturali e ha dichiarato di aver concesso “fin troppa libertà di espressione” prima di limitare drasticamente la libertà di stampa nel 2005. Le sue ultime clamorose esternazioni, in ordine di tempo, riguardano gli omosessuali, ai quali durante un discorso pubblico ha minacciato di tagliare la gola; del resto, il codice penale gambiano prevede dal 2014 l’ergastolo per “omosessualità aggravata”. Proprio in Jammeh e nelle sue politiche liberticide sta la prima causa dell’emigrazione.

Mappa GambiaLa seconda risiede nella povertà del Paese. Povertà che, se non è certo una novità per l’Africa subsahariana, assume però in Gambia i tratti del paradosso. La costa del Paese, per le sue bellezze naturali e la sua relativa vicinanza all’Europa, è una meta turistica prestigiosa, nota al mondo con il nome di smiling coast. Ma, mentre i turisti si godono il sole delle spiagge, quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il turismo non ha migliorato le condizioni di vita degli abitanti. La situazione economica è addirittura peggiorata negli ultimi anni, sia per il calo dei turisti per via del timore dell’ebola, sia per responsabilità dello stesso Jammeh, che nel 2013 ha deciso l’uscita del Paese dal Commonwealth (definito “un’istituzione neocoloniale”) e che con le violazioni dei diritti umani del suo regime ha portato l’Unione Europea a tagliare il sostegno economico allo Stato africano nel dicembre 2014.

In migliaia scappano, quindi. Difficile stabilirne il numero esatto, perché tanti si trovano in cammino per anni, fermandosi in Senegal o Libia a lavorare per cercare di mettere da parte i soldi per il viaggio attraverso il Mediterraneo. Secondo il Migration Policy Institute, nel 2013 erano circa 65 mila i gambiani registrati all’estero (anche se altre fonti citano numeri fino a 90 mila), principalmente in Spagna, Nigeria, Stati Uniti, Senegal e Regno Unito. Se non sembrano grandi cifre, bisogna rapportarle al numero complessivo di abitanti del Paese, che sono meno di 2 milioni.

Ed ecco l’altro grande paradosso: nonostante i proclami del presidente sul Gambia come grande potenza economica, malgrado le minacce ai familiari di chi è emigrato, in realtà l’economia del Paese si regge in misura essenziale proprio sui soldi versati dai migranti ai parenti rimasti a casa: l’incidenza delle entrate per questo mezzo è stimata addirittura intorno al 10% del PIL, cifre che peraltro non includono i soldi trasferiti attraverso canali non ufficiali. Una circostanza dovuta in parte ad un altro dato molto significativo: quella dal Gambia è una delle migrazioni con la più alta qualificazione professionale al mondo; in altre parole, non emigrano solo contadini, ma anche medici e ingegneri.

Difficili sono le condizioni dei migranti gambiani, non solo per il lungo viaggio fino ai porti libici e marocchini. E’ complicato anche, una volta sbarcati sulle coste italiane o spagnole, ottenere lo status di rifugiato o qualche altra forma di protezione: ufficialmente, il Gambia non è né uno Stato in guerra né una dittatura.

Il dato più impressionante riguarda l’incremento del numero di emigrazioni dal Gambia negli ultimi anni: se nel 2013 le domande d’asilo da parte di cittadini gambiani erano 3500 in tutta l’Unione Europea, l’anno successivo erano 8500 solo in Italia, un numero inferiore solamente a quello di nigeriani e maliani; e soltanto nei primi quattro mesi del 2015 sono sbarcati nel nostro Paese altri 2100 gambiani.

Una diaspora senza fine, insomma, avente radici politiche che sembrano inestirpabili e su cui ormai si regge la stessa economia. Può essere questa una nuova superpotenza, come annuncia il suo presidente?

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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