Le rotte dei migranti: Eritrea

11/08/2015 di Marvin Seniga

Uno dei paesi più poveri, dominato da un regime tra i più rigidi nel continente africano. Qui gli uomini sono costretti a prestare un servizio militare che può durare anche fino ai 60 anni, in situazione di semi schiavitù. Nessuno, fino al termine della leva, può avere diritto a possedere un passaporto. Questa è l'Eritrea, il Paese di origine di una buona parte dei migranti sbarcati sulle nostre coste

Eritrea

L’Eritrea è un piccolo paese situato all’estremità orientale del corno d’Africa affacciato sul mar Rosso, e stretto tra Etiopia, Somalia e Gibuti, ma è  anche una delle nazioni più povere del Mondo, con il 70% della popolazione ancora occupata nell’agricoltura. Un tempo colonia italiana – dal 1879 al 1941 – con la fine della Seconda Guerra Mondiale – dopo un breve periodo sotto il controllo britannico – fu annessa all’Etiopia, da cui divenne indipendente solo nel 1993, dopo anni di violenti scontri tra movimenti indipendentisti e l’esercito etiope. Un piccolo stato, certo, ma fondamentale per comprendere le dinamiche migratorie che colpiscono l’Italia.

Da quel non troppo lontano 1993, sebbene il popolo eritreo si fosse espresso, nel referendum che aveva sancito l’indipendenza, per l’instaurazione della Repubblica, il paese è governato col pugno di ferro da un unico partito: il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia e dal suo leader assoluto Isaias Afewerki.  Non esistendo una costituzione – nel 1997 ne fu scritta una che tuttavia non è mai entrata in vigore – e non esistendo nemmeno un parlamento, l’unica legge è quella promulgata dal regime.

EritreaUn regime ritenuto unanimemente – dalle Organizzazioni Internazionali e dalle ONG – tra i più brutali del pianeta. Freedom House definisce l’Eritrea come un paese in cui nessuna libertà è concessa, dove Afewerki controlla ogni aspetto della vita pubblica e della vita privata. Reporter senza frontiere, invece, la posiziona  addirittura dietro alla Corea del Nord per la libertà di stampa; ma quello che impressione di più, per il quadro drammatico che viene stilato sulle condizioni di vita, è il rapporto pubblicato lo scorso 4 giugno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il governo di Afewerki viene accusato di essere tra i regimi più repressivi al mondo, “avendo creato un sistema in cui anche i più basilari diritti umani vengono ignorati”, e dove “i cittadini non hanno la facoltà di esprimersi e nemmeno di muoversi liberamente, di praticare – senza interferenze del governo – la loro religione e di potersi associare liberamente in partiti o in qualsiasi organizzazione che non sia stata preventivamente approvata dal regime”.

L’emblema della tirannia di Afewerki – che neanche due tentativi di golpe falliti negli ultimi due anni sono riusciti ad ammorbidire – e il motivo principale per cui tanti giovani ragazzi sono disposti ad abbandonare la loro famiglia e la loro casa, per fuggire in Europa, è il servizio militare obbligatorio. Introdotto inizialmente per proteggersi da un eventuale attacco dell’Etiopia – con cui i rapporti rimangono molto complicati, in particolare per il controllo della città di Badammé – la leva militare obbligatoria è stata successivamente utilizzata dal governo come strumento di repressione e di controllo sulla popolazione.

Partiamo da un presupposto: solo al termine del servizio di leva, un cittadino Eritreo può ottenere un passaporto per uscire dal proprio paese. Ufficialmente, la leva è obbligatoria per tutti i ragazzi che abbiano compiuto i 18 anni e dovrebbe durare tra i sei e i dodici mesi. Tuttavia questo periodo può essere allungato, arrivando addirittura a terminare solo al compimento dei sessant’anni. Durante la leva gli uomini vengono sfruttati e fatti lavorare, in condizioni di quasi schiavitù, ai progetti decisi dal governo, spesso in zone periferiche del paese mentre, secondo numerose testimonianze, le ragazze, anch’esse obbligate a fare almeno sei mesi di servizio civile, vengono, in molti casi, violentate impunemente dagli ufficiali.

2002: Isaias Afewerki incontra l'allora Segretario della Difesa degli USA,  Donald Rumsfeld
2002: Isaias Afewerki incontra l’allora Segretario della Difesa degli USA, Donald Rumsfeld

In un contesto del genere, in cui il potere è nelle mani di un ristretto gruppo di persone, e in cui ogni forma di dissenso è duramente repressa, l’unica soluzione, per molti, è quella di tentare la fuga. Gli eritrei cristiani che scelgono di lasciarsi alle spalle la loro vita precedente e la loro famiglia si dirigono verso l’Europa o nella maggior parte dei casi verso l’Etiopia, mentre gli eritrei musulmani preferiscono dirigersi verso i ricchi paesi della penisola arabica. Ecco dunque spiegati i motivi che spingono ogni anno decine di migliaia di giovani eritrei a tentare di raggiungere le nostre coste – 34 mila solo nel 2014 -, rischiando la loro vita pur di fuggire dalla loro prigione, in cui sin dalla nascita sono rinchiusi.

Nel 2014, l’Eritrea è stato il secondo paese di provenienza dei migranti sbarcati sulle coste europee, dietro alla Siria. Consapevoli della drammatica situazione politica del paese africano, gli Stati europei tendono generalmente ad accordare ai migranti eritrei lo status di rifugiato. Tuttavia, i governi occidentali continuano ad adottare atteggiamenti ambigui nei confronti di Afewerki, rendendo complicata l’ipotesi di un cambiamento. Se da un lato, infatti, è riconosciuto universalmente come uno dei regimi più brutali del mondo, dall’altro specialmente l’Italia, in quanto secondo partner commerciale dell’Eritrea, avrebbe la possibilità di esercitare la propria influenza per portare ad un qualche cambiamento, ma sembra preferire lasciare piuttosto questo onere alle ONG,  per non rischiare di compromettere i buoni rapporti con chi comanda ad Asmara.

 

 

The following two tabs change content below.

Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
blog comments powered by Disqus