Le riforme istituzionali: il gioco della politica

26/04/2014 di Luca Andrea Palmieri

Ma il patto sulle riforme, è in discussione o no? Con Silvio Berlusconi ogni dubbio è lecito, dopo la bordata lanciata a Porta a Porta. L’ex premier non è nuovo a salti mortali, inversioni di 360° e similia: lo dimostra il caso della bicamerale D’Alema che, nel 1997, aveva portato quasi ad un accordo sul semipresidenziale con doppio turno e collegi uninominali. Tra svariate piroette e colpi di scena, questa crollò all’improvviso: il primo febbraio 1998, Berlusconi cambiò completamente le sue posizioni, illuminato sulla via di Damasco dalle preferenze e dal premierato forte, arrivando a un ultimatum che portò al definitivo fallimento del progetto. Inutile dire che il ragionamento politico dietro all’inversione, non si limitava allora a questioni “ortodosse” sulla forma di governo: c’era sotto anche lo zampino di un’altra famigerata riforma, quella della giustizia che, da anni, in un modo o nell’altro, il nostro paese aspetta.

Luciano Violante.
Luciano Violante.

La bozza Violante – La bicamerale non è stata certo l’unica fuga di Berlusconi dal banco delle riforme: se ne può ricordare almeno un’altra, nel 2009, quando l’ex Cavaliere boccio la “bozza Violante”, proposta nell’ottobre 2007 e portata avanti dal primo segretario del PD, Walter Veltroni. Quest’ultimo ddl, tra l’altro, è ancora molto attuale: prevedeva una riduzione di deputati e senatori, un Senato con funzioni legislative ridotte salvo una serie di materie (come previsto dalla bozza Chiti), e non elettivo (come nel progetto di Renzi). Inoltre la riforma prevedeva maggiori poteri per l’Esecutivo, che poteva richiedere l’iscrizione con priorità all’ordine del giorno di un disegno di legge, al prezzo di limitazioni all’uso della decretazione d’urgenza (il cui esame rimaneva bicamerale, e quindi sottostava al rischio di maggioranze alternate, a seconda del colore dei consigli regionali). Insomma, per quanto nei disegni di legge di oggi vi siano alcune sostanziali differenze, il dibattito politico al tempo andava a toccare temi molto simili a quelli di oggi, molto sentiti dal leader di Forza Italia. Mancava solo la visibilità mediatica di questo periodo.

I dubbi di Renzi – Questi due precedenti sono piuttosto importanti, e dovrebbero dare più di un’indicazione a Matteo Renzi. In primis, si mette in evidenza l’ondivaga natura di Berlusconi, che ha sempre portato avanti le sue alleanze solo e soltanto in base alla propria convenienza politica. Si tratta di una critica che gli alleati più scettici hanno fatto fin da subito al premier, in occasione dello storico incontro del Nazareno, ma che non ha scalfito, quantomeno in un primo momento, la sua fiducia. Il perché di tale convinzione  è presto detto: il quadro politico è cambiato enormemente rispetto agli ultimi 15 anni, con un Berlusconi sul viale del tramonto  e una Forza Italia in continuo calo nei sondaggi. Era logico, per Renzi, pensare che questa volta l’atteggiamento di Berlusconi potesse essere diverso.

… e quelli di Berlusconi – La domanda è lecita: conviene o no al centro-destra contrastare l’impeto riformatore di Renzi? I numeri parlano chiaro: se l’appoggio di Scelta Civica e di Ncd rimane, i numeri potenzialmente ci sono perché la riforma passi anche senza larghe intese: starà ai cittadini, poi, attraverso il referendum, decidere se la nuova forma di governo sarà quella giusta. Ma questo è un problema che attualmente la maggioranza non sembra volersi porre. Forza Italia invece porta con sé numeri decisivi perché la riforma non abbia bisogno del passaggio per le urne. Da un punto di vista cinicamente politico, se il progetto di Renzi si rivelasse vincente, nel clima di fuggi fuggi generale che accompagna FI oggi, sarebbe utile stare sul carro del vincitore: potrebbe dare slancio a un centro-destra che, nonostante tutto, ha ancora (difficili) velleità bipolariste. Inoltre si darebbe un po’ di ossigeno a Renzi e al suo Governo, permettendo alla truppa berlusconiana di riorganizzarsi (o sfaldarsi definitivamente) al meglio.

Le contraddizioni riformiste del centro-sinistra – Un’altra indicazione che si può dedurre è insita nella natura altrettanto ondivaga dell’ala storica dello stesso centro-sinistra. Nel 1997 si portò avanti con una certa convinzione un progetto che, in un modo o nell’altro, avrebbe condotto ad una leadership forte sul sistema istituzionale. Un sistema che la riforma di Renzi porterebbe avanti solo in via indiretta, dato che non vengono toccati i poteri del premier. Nella bozza Violante vi erano invece alcuni concetti ripresi dal ddl Chiti, come altri più cari a Renzi: oltre alla non elettività del Senato si potrebbe citare una riorganizzazione sostanziale del sistema delle competenze tra Regioni e Stato, resa molto più radicale dall’attuale premier alla luce delle spese pazze degli ultimi anni.

Perché dunque tutto quest’astio di un’ala del Pd verso un sistema di riforme non lontano da quelli già presentati negli anni passati? La questione, come prevedibile, è banalmente politica. Se è vero che il diavolo sta nei dettagli, e nel Pd molti hanno avuto da ridire su alcune virgole della bozza Renzi, è anche vero che in Parlamento la maggioranza di deputati e senatori fa sempre riferimento al blocco che appoggiava Bersani. E’ inevitabile quindi pensare che una manovra di disturbo quale il ddl Chiti abbia le sue origini anche nell’intento di far valere questa influenza Parlamentare. E’ come se qualcuno di loro dicesse: “per quanto Renzi abbia la leadership assoluta nell’assemblea nazionale, fino alla fine di questa legislatura dovrà scendere a patti con noi su ogni disegno di legge”. Parrebbe un messaggio vincente, visto che proprio in queste ore si parla di una nuova bozza governativa con alcune modifiche che, dopo l’approvazione in Commissione, dovrebbe approdare in Aula quanto prima. Ma sarà vincente anche per il Governo e per il futuro del PD?

Un classico gioco politico – Sulla base di queste considerazioni, si può dare una lettura diversa delle parole di Berlusconi, da Vespa prima e in privato ad alcuni fedelissimi poi. Non si tratterebbe di un segnale di rottura, quanto di un avvertimento. Il rischio incostituzionalità dell’Italicum sarebbe dunque un pretesto per portare un messaggio al premier: Forza Italia deve avere voce in capitolo su ogni parte della riforma e non ci deve essere niente – o quasi – che vada fuori dal patto originale. Fare solo da stampella a FI non conviene: andare contro il sistema delle riforme vorrebbe dire mettersi nei panni dell’opposizione pura e dura, facendo concorrenza al Movimento 5 Stelle nel suo campo, dove la partita è più difficile. Questo è il limite a cui Renzi deve far fronte, indipendentemente dal modo in cui le riforme verranno portate avanti. E’ probabile si debba giungere ad un nuovo compromesso, e starà alle capacità negoziali di Renzi riuscire ad arrivare alla conclusione. Un ddl che sia una via di mezzo tra quello Chiti e quello attuale già potrebbe essere una buona soluzione, sempre vi sia il beneplacito di Berlusconi. L’alternativa è la confusione, accompagnata da una domanda: fallita la riforma del Senato,  il premier lascerebbe davvero la politica?

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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