Le regole per sfuggire alla paura

23/03/2016 di Francesca R. Cicetti

Se c’è una soluzione umana contro il terrorismo, passa dalle pillole di coraggio che fanno scorrere le vite. Da un biglietto della metropolitana, da una conferma di un volo low-cost.

Aeroporto

Esce al cinema la nuova avventura di Batman e Superman. È solo l’ultima di un franchise fortunatissimo e longevo. Marvel, DC, ora anche “Lo chiamavano Jeeg Robot”, perché persino Tor Bella Monaca abbia un suo super. Gli eroi hanno fatto il boom. Di incassi, di titoli, di fiducia. E i prodotti vengono sfornati a una velocità impressionante, in una lunghissima catena salvifica. Siamo in guerra, c’è crisi, disoccupazione, inflazione, recessione. E quando la soluzione sembra distante e articolata, un buon inizio sembra essere chiudersi in sala. Nei cinema, per lasciarsi tranquillizzare dalle storie coinvolgenti ma non troppo di supereroi di mondi lontani. Se non riusciamo ad essere salvati dai nostri drammi, almeno che ci salvino loro. Per un paio d’ore e un pacchetto di popcorn.

I super sono pronti a sconfiggere i nemici. Non sono i nostri, ma non importa. Posseggono comunque lo straordinario potere di distrarci. Di farci sentire difesi, nel caldo delle nostre case, mentre fuori la tempesta infuria. È il senso di protezione anche quando un viaggio in metropolitana può significare saltare in aria, non tornare più a casa. È la prima regola per sfuggire alla paura: combattere il terrore con la cultura, di ogni tipo. Anche pop, anche senza ghirigori intellettuali. Anche Superman va bene.

La seconda regola è più antica ancora. La consigliavano già le staffette partigiane, le nonne, le bisnonne. Non dare spazio a chi semina terrore. Che non vuol dire non lasciar circolare l’informazione. Vuol dire però non ricamare sulla morte per guadagnare una prima serata. Niente diretta di sei ore sulla vita del terrorista. Niente primo piano sugli arti dilaniati. Niente dettagli da soap per audience o gusto del macabro. Non aiutano a superare la paura, non aiutano a combattere. Alimentano solo il senso di impotenza e il disgusto.

La terza è una regola nuova, per l’era di internet e delle battaglie del duemila. Sembra esistere una scala di commozione prioritaria. Per alcune stragi vale la pena piangere, per altre no. O almeno è di questo che ci si lamenta a gran voce. Perché Parigi sì e la Siria no? Perché piangere solo sui propri morti? Perché solo Bruxelles nei telegiornali? Le accuse di ipocrisia fioccano. Ma non può esistere una gara a chi è più commosso, né si deve litigare su quale sia la maniera migliore per versare lacrime o sul grado di sensibilità di chi percepisce più vicino, forse anche logicamente, una bomba a Bruxelles piuttosto che una a Damasco. Il pianto, però, è di tutti.

Infine la regola più banale, quasi sciocca. Non smettere di viaggiare, non chiudersi in casa. Non lasciarsi spaventare. Si chiama terrorismo per un solo motivo. E forse, prima degli ultimi mesi, questo ultimo consiglio non sarebbe esistito. Non lo si potrebbe formulare se il terrore non colpisse indiscriminatamente. Nessuno vuole leggere le chiacchiere di intellettuali benestanti che da lustri non vivono più in mezzo alla gente, eppure si permettono di fornire indicazioni. Ma ad oggi la storia è diversa. Se c’è una soluzione umana contro il terrorismo, passa da qui. Dalle pillole di coraggio che fanno scorrere le vite. Da un biglietto della metropolitana, da una conferma di un volo low-cost.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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