Le nomine ai vertici delle società pubbliche: un lavoro da Prima Repubblica?

15/04/2014 di Luca Andrea Palmieri

L’ufficializzazione delle nomine da parte del Governo Renzi delle nuove società pubbliche porta con sé una serie di dubbi e considerazioni, su cui è utile soffermarsi. Prima di tutto va ridimensionata una questione, quella delle quote rosa che hanno riempito i titoli dei giornali ieri: le nomine di Emma Marcegaglia, Patrizia Grieco e Luisa Todini alla presidenza, rispettivamente, di Eni, Enel e Poste Italiane ha sicuramente un certo valore simbolico, ma poco più di questo. Ciò perché il ruolo dei presidenti delle società è per lo più di rappresentanza, ed alla prova dei fatti gli stessi consigli d’amministrazione offrono la maggioranza dei poteri decisionali agli amministratori delegati, salvo questioni più “spinose” che strategiche in cui la scelta viene fatta collegialmente.

Nomine-Marcegaglia
Emma Marcegaglia, nuovo presidente di Eni

Così si ridimensiona l’idea del ruolo dell’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e su Luisa Todini, imprenditrice di successo proveniente però dall’area di centro-destra: diviene più una questione di esperienza nel campo, anche a livello internazionale, che di capacità di gestione. Quel che invece si può notare, è una certa discontinuità: è stato confermato il solo Gianni De Gennaro alla presidenza di Finmeccanica, mentre per il resto sono cambiati tutti. Un principio, quello utilizzato dal Governo Renzi, che vuole essere cardine, anche se rimane da vedere il modo in cui si va sviluppando.

Prendiamo Mauro Moretti, che da Ferrovie dello Stato è passato ad amministrare Finmeccanica, e di cui ultimamente ci siamo occupati più di una volta: pare che le sue lamentele siano servite, visto che è passato ad una società quotata in borsa. Così il suo abbondante stipendio è salvo dalla tagliola che, a quanto pare, ha effettivamente colpito il resto delle società pubbliche. E forse è meglio che uno come Moretti vada in una società che opera a tutti gli effetti su un mercato internazionale, e che in fondo è posseduta dallo Stato a poco più del 32,5%: l’ex AD di FS aveva portato risultati, sul piano economico, in una società che storicamente ha macinato perdite, spesso però a scapito del servizio pubblico. Finmeccanica, che di servizio pubblico ne fa molto meno e che di certo non brilla per gli utili, avrebbe bisogno di una cura dimagrante. Rimane il dubbio su quale senso abbia che certi colossi dalle fondamenta pericolanti rimangano in mani pubbliche, ma questo è un altro discorso.

Per il resto, alcune nomine non sanno certo di novità. Da un lato c’è la continuità, dimostrata con Francesco Starace, già amministratore delegato di Enel Greenpower ed ora alla casa madre, e con Claudio De Scalzi, Chief Operating Officer di Eni fino alla sua nomina ai vertici. Quest’ultimo pare noto negli ambienti come il vero e proprio delfino di Scaroni, segno della forza presente fino all’ultimo del supermanager nell’azienda energetica più importante del paese. Pare infatti che questa nomina sia stata la condizione imposta perché lasciasse senza strascichi, contro l’idea renziana di nominare Vittorio Colao, numero uno mondiale di Vodafone. Diversa invece la situazione con Francesco Caio, nuovo AD di Poste Italiane. Il manager ha gestito Omnitel nel periodo del suo lancio commerciale, ed ha lavorato per gli ultimi vent’anni in settori a stretto contatto con l’elettronica. Tant’è che era stato chiamato da Enrico Letta come “Mister Agenda Digitale”, un incarico schiantatosi contro le resistenze di quella parte della PA che di questa già si occupa. Toccherà a lui gestire un’azienda che è sempre e comunque migliorabile ma che negli ultimi anni ha portato risultati economici piuttosto positivi.

Nomine-Caio
Francesco Caio, nuovo AD di Poste Italiane

Insomma, parte della smania rinnovatrice di Renzi si è andata a schiantare contro la forza delle muraglie interne ai colossi di riferimento dell’amministrazione. Così da un lato il cambio quasi totale delle cariche ha fatto si che una discontinuità, inevitabilmente, si sia creata. Dall’altro la presenza di nomi interni sa di mezza sconfitta. E’ però vero, ed è un aspetto rilevante, che la conoscenza dell’azienda e dei meccanismi in cui opera è importante per una buona gestione. Però casi come quello di De Scalzi mostrano quanto sia difficile portare avanti cambiamenti di rotta quando c’è da confrontarsi con poteri di grande rilevanza e influenza nella macchina pubblica: un ottimo avvertimento per quando ci sarà da “intervenire in tackle” sulla Pubblica Amministrazione, dove certi meccanismi sono anche più consolidati.

Si può parlare dunque di “nomine da Prima Repubblica”, come qualcuno ha suggerito? Si e no. Moretti fa e farà discutere, così come la Marcegaglia, per la quale forse sarebbe più giusto concentrarsi sul compenso da capo del Consiglio d’Amministrazione. Soggetti come Starace e Caio andranno valutati in corso d’opera, per capire quale impronta daranno alle loro aziende, mentre da De Scalzi ed Eni, come detto, c’è da aspettarsi molta continuità. Se dunque rilievi di novità ci sono, è altrettanto vero che sembra quasi si sia usato un “Cencelli” aziendale, con nomi che non scontentino davvero nessuno: in questo Renzi (con Padoan) ha mostrato una buona fetta delle sue origini democristiane. C’è da chiedersi una cosa: si poteva far meglio?

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus