Le inutili diatribe intorno ai talk show

31/05/2016 di Giuseppe Trapani

il Pd contro Ballarò, Giannini contro Renzi ma il problema dei talk è puramente di "genere"

Se fossi in Massimo Giannini rimpiangerei i bei tempi della vicedirezione di “Repubblica” o i puntuali corsivi su Affari&Finanza all’inizio di ogni settimana.  Ma il passo dall’altra parte della telecamera, da ospite a conduttore, sta costando fatiche erculee all’ottimo giornalista economico divenuto traghettatore del programma di Rai 3, organo di Giovanni Floris, convolato a nozze con La7.

Troppo facile però la riflessione a posteriori, più difficile il momento presente. Ed è proprio di queste ore l’ennesima e patetica polemica intorno proprio a Ballarò, in costante collisione con il PD, a pochi giorni dal primo turno elettorale per le amministrative.  “È inconcepibile e inaccettabile che il Pd, primo partito italiano, venga escluso da un talk come ‘Ballarò’ dove sono presenti esponenti di altre forze politiche. Visto il silenzio perdurante dei responsabili del programma di Raitre, chiediamo ai vertici dell’azienda di chiarire la vicenda”, dichiara Ernesto Carbone. “Nessuno – aggiunge – ha il potere di emanare veti nei confronti di una forza politica: si tratterebbe di una gravissima violazione delle regole del pluralismo, per lo più nell’imminenza di un importante turno elettorale”. Insomma, il partito di Matteo Renzi polemizza per l’esclusione del Partito Democratico dal parterre degli ospiti in studio, ma dimentica di aver punzecchiato più volte proprio i talk per scorretta informazione intorno alle politiche di governo.

Si denuncia una violazione della par-condicio, ma tutti sanno benissimo che è una sterile polemica, un’inutile diatriba come le precedenti già viste o sentite. Il talk show è senza dubbio in crisi, non per questo o quel premier in carica, ma perché paga – come genere televisivo –  a caro prezzo la sopravvalutazione di sé. Tutti gli studi dimostrano che per sua natura (sempre di genere) il talk non ha mai spostato un voto da quando esiste. Il Talk nasce ontologicamente per creare una drammaturgia ben specifica, di successo in tempi diversi dagli attuali. Gli anni di governo Berlusconi, col suo portato di egemonia estetico-televisiva era lo sfondo migliore per creare il dualismo (creato magistralmente da Santoro) appassionante del dentro-fuori-la-realtà laddove il microfono si apriva alla piazza per dare voce alla pancia del paese e dentro lo studio i politici prendevano critiche, insulti, stanati dal conduttore savonarola di turno.

Questo schema è saltato con la svolta 2.0 della politica e della società e le sue continue dis-inter-mediazioni: quando infatti il panorama politico italiano è tripartito e non più bipolare, i leader comunicano su più piattaforme e si raccomandano agli influencers sui social network, la mediazione puramente televisiva si percepisce poco incisiva e a bassa intensità drammaturgica. L’ultima clip che si ricorda con uno share da festival di Sanremo è la famosa ospitata di Berlusconi da Santoro (vi ricordate la metaforica pulizia della sedia dove si era accomodato Travaglio?) ma dopodiché si è come spezzato il rapporto produttivo fra politica e tv e conseguentemente il talk ha subito l’effetto saturazione. La crisi economica ha fatto il resto, ha tolto allo spettatore non solo il senso di appartenenza ma anche il desiderio di capire e di questo sono francamente “responsabili” proprio i conduttori dei talk che si ostinano ad impaginare i loro programmi senza tenere il polso dei desiderata di moltissimi spettatori (che poi cambiano canale).

La mediocre qualità degli ospiti, le urla costanti, i tempi delle puntate che superano persino filmoni come Ben Hur o Titanic ma anche il non rispetto dei turni di parola, gli applausi delle diverse claque di parte oppure ancora l’impossibilità di arrivare a chiudere un concetto perché interrotti dal conduttore sono indicatori di un genere saturo e in crisi di scrittura e di messa in onda nonostante le patetiche esternazioni oggi di alcuni del Pd e domani di chi sarà al governo. Sarebbe onesto anche da parte di chi produce e scrive questi programma anche fare autocritica magari chiedendo loro di rivedersi la puntata così da capire il perché della fuga degli spettatori. A controprova di questa considerazione anche il fatto che a livello di ascolti e gradimento il giornalismo di inchiesta puro come Report (Rai3) o i programmi impaginati in modo organico come ad esempio Petrolio (Rai1), Vice on SkyTg24 hanno ottimi feedback da parte degli utenti.

Si dirà che il talk non è l’inchiesta ed è vero. Ma se poi – in termini simbolici – ti manca il “nemico” da mettere sul ring contro il popolo, e magari ti accorgi che non hai neanche il “popolo” da mettere sul ring, beh allora – fossi in Giannini, Floris, Vespa, Porro and co. –  qualche domanda tesa all’autocritica proverei a farla.

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Siculo per nascita ma milanese di adozione, classe 76, si Laurea in Filosofia e in Teologia ma chiede a se stesso un di più perciò studia Linguaggi dei Media presso la Cattolica di Milano. Giornalista e Docente al liceo a tempo pieno, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, Jesus, Gazzetta d'Alba) e negli ultimi anni tiene rubriche anche per i quotidiani online Lettera43 e Linkiesta.
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