Le firme di Chiamparino

14/07/2015 di Edoardo O. Canavese

Chiamparino è stato salvato alcuni giorni fa dal Tar, sebbene la possibilità di annullamento per lista provinciale del Partito democratico di Torino resti in piede. Sollievo solo parziale, dunque, per Renzi. E intanto le conseguenze rischiano di portare ad un'implosione del PD locale

Pd Piemonte

Il Tar piemontese ha respinto il ricorso leghista sul caso di possibili firme false di cui avrebbe goduto Sergio Chiamparino nella sua corsa alla presidenza della regione. Ogni tanto una buona notizia, potrebbe sospirare Matteo Renzi, che ultimamente ha poco di che gioire, in casa nostra e in Europa. Perché la questione delle firme false avrebbe potuto gettare nel caos una regione riconquistata solo poco più che un anno fa. E perché il caso-Piemonte è qualcosa che tocca direttamente il segretario-premier, da sempre vicino a Chiamparino, ancor di più al renzianissimo segretario regionale Davide Gariglio, il quale è stato visto da molti – soprattuto dai fassiniani – come il principale artefice dell’imbarazzante pasticcio creatosi sulle firme.

Il caso-Piemonte, da alcuni mesi, aveva messo a dura prova i nervi di Chiamparino. Insofferente di fronte alla caccia di poltrone dell’establishment dem piemontese, disgustato dalla prospettiva di ripetere l’esperienza di Cota che resistette in sella alla regione quattro anni nonostante le firme false, aveva visto anche esplodere il caos interno tra la segreteria provinciale di Morri – uomo di Fassino – e quella di Gariglio.  Proprio Morri, pochi giorni prima della sentenza, era arrivato a rilasciare a Repubblica un’intervista piuttosto pesante nella quale, dopo un avviso di garanzia ricevuto da un membro della sua segreteria, accusava neanche troppo velatamente Gariglio di aver tramato per lo scarica barile.

Davide Garirglio, ieri, si è presentato alla direzione regionale dimissionario, in attesa, però, di una probabile riconferma lunedì prossimo. La questione di una tregua o di un’implosione del Pd piemontese si fa ora più delicata, e dipenderà presumibilmente da quanto accadrà giovedì in Direzione Provinciale: Morri seguirà le orme di Gariglio, o non si assumerà alcuna responsabilità? Nel primo caso, per così dire, tra i fassiniani e Chiamparino si firmerà una tregua. Nel secondo, invece il rischio è il deflagrare definitivo di una guerra tra bande che rischia di creare ancora più danni e imbarazzo al partito.

Chiamparino, già con largo anticipo, aveva annunciato le proprie dimissioni nel caso di un prosieguo delle indagini del tribunale amministrativo. Un’ipotesi non vista con troppo favore dalla segreteria renziana, impossibilitata ad aprire un nuovo fronte di crisi politica e partitica anche in una realtà, il Piemonte, di così fresca e larga conquista. Le dimissioni di Chiamparino avrebbero significato il ritorno al voto, con un Chiamparino presumibilmente di nuovo candidato – a patto di una maggiore autonomia anche sulla gestione delle liste – e con una campagna elettorale molto più dura a causa delle frizioni interne del partito.

In Piemonte, alla fine, non ci sarà un Cota bis. Ma il sereno è ben lontano dal tornare nella regione sabauda. Il Gioco della Poltrona ha lasciato ferite aperte di complessa cicatrizzazione. Anzitutto, il ricorso non è stato rigettato per quanto riguarda la lista provinciale del Partito Democratico di Torino, concedendo ai ricorrenti di proporre querela di falso in sede civile. Questo significa che, qualora si arrivasse ad un annullamento della lista, i pezzi da novanta del Consiglio Regionale, come il Presidente Laus o lo stesso Gariglio, decadrebbero, e la maggioranza si ritroverebbe con un solo uomo di vantaggio sull’opposizione.

Oltre a ciò, il rapporto di fiducia tra il presidente Chiamparino e il Partito Democratico piemontese si è profondamente logorato,e potrebbe costituire un problema per il prosieguo della legislatura stessa. Quella regionale s’intenda, anche se Renzi potrebbe risentire dell’influenza negativa dei fatti piemontesi, non solo per il peso politico di Chiamparino sul Pd nazionale, ma soprattutto per la messa in evidenza dell’ennesimo bubbone di malagestio dei tanti, troppi e diversi partiti democratici.

Il Piemonte è un po’ lo specchio del momento di salute del Pd di corso renziano. Ad una leadership forte e carismatica non corrisponde un rinnovo intestino, dalla segreteria nazionale a quella provinciale. Il problema non è tanto di Chiamparino per il Piemonte, ma è soprattutto di Renzi sia per Roma sia per il Piemonte stesso. Come emerso dall’ultimo giro di elezioni locali, il Pd sta annaspando in quella paluda che il suo stesso segretario/premier aveva promesso di bonificare. Dimenticando la parola data e in certi casi aggiungendo di tasca propria nuovo fango. In Piemonte si è potuto ripartire da una gestione politica completamente nuova, con i favori dei pronostici e il vento renziano in poppa. Ne è conseguito uno subitaneo sfilacciamento nel partito per un pugno di poltrone. Renzi tira il fiato, come in parte sul caso De Luca. Ma i bubboni scoppiano e di garze non ve n’è traccia.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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