Il sistema elettorale della Francia semipresidenzialista

19/10/2013 di Luca Andrea Palmieri

Il nostro speciale continua oggi con il sistema elettorale vigente in Francia. I modelli finora visti sono stati proposti a più riprese come esempi in vista di una riforma in Italia. Quello che vediamo oggi non fa eccezione: richiamato a più riprese (recentemente dal costituzionalista Roberto D’Alimonte, con i dovuti correttivi), sicuramente cambierebbe più di tutti il volto delle elezioni nostrane. All’ombra della Tour Eiffel il sistema elettorale infatti è molto diverso da quelli visti finora: è infatti di stampo molto più maggioritario. E’ la conseguenza di un sistema di governo diverso in parte rispetto a quelli esaminati finora: ci troviamo di fronte, come spesso viene ricordato, ad semipresidenzialismo.

Il sistema semipresidenziale – La caratteristica fondamentale del semipresidenzialismo francese è che il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dai cittadini, ed è in parte responsabile della gestione del potere esecutivo (insieme al Primo Ministro, espresso dall’assemblea nazionale). Oltre che all’Assemblea Nazionale, il potere legislativo spetta al Senato, ma anche qui non si può parlare propriamente di un bicameralismo perfetto. Il Senato è eletto indirettamente da grandi elettori, principalmente sindaci e consiglieri municipali o dipartimentali, ed ha gli stessi poteri della camera bassa. Il punto è che, in caso di contrasto tra le due camere, il governo può decidere di assegnare l’esame all’Assemblea, che dunque ha una certa predominanza (seppur non utilizzata frequentemente).

Sistema Elettorale In Francia
Il presidente Hollande in un manifesto elettorale

Il Presidente della Repubblica – Presidente e Assemblea Nazionale sono votati separatamente, a una distanza di circa due settimane l’uno dall’altro. E’ una novità introdotta dal 2002: prima il mandato presidenziale era di 7 anni, e poteva dunque capitare che il Presidente e l’Assemblea fossero di colori politici diversi. Possibilità presente ancora oggi, anche se tendenzialmente tra le due elezioni si crea un “effetto trascinamento” che rende il risultato uniforma il risultato delle urne. Così è stato sia col mandato di Sarkozy che con quello attuale del socialista Hollande.

L’Assemblea Nazionale – è composta da 577 deputati (555 in Francia e 22 nei territori oltremare). La sua elezione, come detto, è basata su un sistema tipicamente maggioritario, a doppio turno eventuale. Ad ogni seggio corrisponde un collegio uninominale, dove ogni partito presenta un suo proprio e singolo candidato. Se uno dei candidati prende subito la maggioranza assoluta (ovvero più del 50% dei voti validi) allora è direttamente eletto. In caso contrario si va al secondo turno, dove possono andare tutti i candidati che hanno ottenuto più del 12,5% delle preferenze sul totale degli aventi diritto al voto (tendenzialmente il 20%). In teoria dunque, almeno quattro partiti possono raggiungere questa soglia. Non capita spesso, ma, se anche succedesse, si assiste quasi sempre ad “accordi di desistenza”: il sistema politico francese infatti non prevede in sé coalizioni elettorali. Queste vengono create in ogni caso prima delle elezioni (tendenzialmente, per esempio, tra verdi e socialisti), ed al secondo turno va soltanto il candidato di coalizione che ha preso più voti. E’ un sistema più “utilitaristico”: i partiti minori sono spinti a lasciar spazio all’alleato più forte per evitare di rubargli voti utili e dunque a far vincere la parte più avversa. In questo modo sono i partiti più forti ad avere, solitamente più possibilità di arrivare all’Assemblea, e, non dissimilmente che in Italia, conta molto la tradizione territoriale: ci saranno zone dove i socialisti più spesso vincono, e zone dove ha più forza il centro-destra gollista.

Marine Le Pen, uscita Euro
Marine Le Pen, leader del Front National

I partiti minori – La grandezza estremamente limitata dei collegi uninominali, inoltre, fa si che anche gli altri partiti delle coalizioni abbiano modo di ottenere seggi, seppur in quantità molto più limitata. Il ruolo dei partiti “minori” è comunque importante, soprattutto nel momento in cui non appoggiano la coalizione a cui tendenzialmente dovrebbero partecipare: è il tipico esempio del Front National di Marie Le Pen, che, forte anche delle sue roccaforti, può togliere voti al centro-destra ed arrivare ad alcuni ballottaggi. Basti pensare che, alle ultime elezioni, ha ottenuto il 13,6% dei voti totali: sono valsi solo 2 seggi, ma hanno sicuramente contribuito alla sconfitta di Sarkozy. I vincitori del secondo turno completano così la composizione dell’emiciclo dell’Assemblea, determinando le maggioranze parlamentari.

E in Italia? – Il sistema elettorale francese porterebbe una serie di cambiamenti importanti nel nostro paese. Sarebbe comunque applicabile anche senza il passaggio al semi-presidenzialismo: basterebbe definire le coalizioni (e il candidato premier) prima, o comunque si dovrebbero trovare accordi (regolati prima sulla base dei primi risultati) nella forbice tra i due turni. Il sistema a circoscrizioni uninominali potrebbe essere inoltre essere mutuato da quello presente ai tempi della legge Mattarella. Fino allo scorso anno un sistema del genere, che garantisce comunque maggiori speranze di governabilità, sarebbe stato l’ideale per il nostro paese, vista anche la somiglianza nella struttura dei partiti nei due paesi. Tra l’altro, nel contesto multipartitico italiano, la possibilità di scelta del proprio candidato preferito al primo turno permetterebbe agli elettori di orientare quanto più possibile il voto verso una scelta di “cuore”, seguita da una più “utile” al secondo turno. Resta solo il dubbio, data la storica grandezza dei partiti di testa, su quanto i partiti minori potrebbero rimanere in gioco (ma questo, a seconda dei punti di vista, non è per forza un male).

Con l’attuale situazione politica del nostro paese le carte sono ancora una volta cambiate. E’ difficile, senza esempi precedenti, calcolare cosa succederebbe con il ritorno di un sistema uninominale nell’attuale “tripartitismo”. Uno dei tre partiti con oltre il 20% potrebbe soffrire la nuova struttura, prendendo pochi seggi rispetto ai voti ottenuti (con un effetto sproporzionalizzante). La sensazione, tuttavia, è un certo grado di proporzionalità rimarrebbe, e sarebbe necessario un nuovo ricorso a “larghe intese” fra due dei tre partiti di testa.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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