Le drammatiche regionali di un centrodestra terminale

06/04/2015 di Edoardo O. Canavese

La candidatura di Toti in Liguria; il caos nella Puglia di Fitto; il rischio testa a testa veneto tra Zaia e Moretti. Tutti i problemi di Forza Italia e del centrodestra, all'opposizione nel Paese, impreparato e pasticcione per le regionali del 31 maggio. 

Centrodestra

Se le prossime elezioni regionali fossero una partita a poker, potremmo dire che a Berlusconi è rimasta una sola fiche. Su una delle facce, l’effigie del suo più stretto consigliere politico, uno dei reggenti del cerchio magico azzurro, Giovanni Toti: uomo immagine della campagna elettorale di Forza Italia per le Europee 2014, grazie alle quali fu eletto eurodeputato, oggi soldato di fanteria impegnato nell’ultimo, disperato assalto alla politica che conta. E il caso ligure, con l’improvvisa e mal digerita staffetta tra Toti e il leghista Rixi, è l’emblema di come Forza Italia stia navigando a vista verso l’appuntamento elettorale, trascinando gli alleati in un nebuloso attender indicazioni da Arcore. Indicazioni che, ad onor del vero, non brillano per coerenza e lucidità. Pare smarrita quella fame di animale politico che fino al febbraio 2013 permetteva a Berlusconi di ribaltare interi risultati elettorali a proprio vantaggio, contro ogni pronostico. In queste settimane appare stanco, rassegnato, tradito, ad un passo dal mollare tutto; intorno, il centrodestra appassisce.

Il Cavaliere delle deleghe – Si diceva del poker. C’è stato un momento della ventennale partita politica di Berlusconi in cui l’ex Cav avrebbe potuto ritirarsi dal tavolo ed offrire il posto ad un giovane, più fresco ed abbastanza energico da conservare le sue fiches. “Han tutti deciso di giocare contro di me”, potrebbe dire Silvio riferendosi ai Fini, Casini, Alfano e ai suoi numerosi delfini mancati. La verità è che Berlusconi da quel tavolo non s’è mai alzato. Al più ha sostituito i membri della claque, ma il pallino del gioco ce l’ha sempre voluto avere in pugno, da solo. Così in politica ha comandato l’immagine pubblica del partito (e dei suoi affari) e delegato per gli aspetti “burocratici”. L’ultimo ribelle alla gestione personalistica di Forza Italia è Fitto, che però non si arrende e prosegue nel tentativo di scalare le gerarchie del partito. Nella speranza che il logoramento forzista prosegua a suo vantaggio e che magari le cronache pugliesi gli diano ragione.

L’inutile suicidio pugliese – Difficile dipanare la matassa in cui si sta strangolando il centrodestra in Puglia. Fitto, che qui ha costruito la sua carriera politica dalla poltrona di governatore alla cascata di preferenze incassate per le Europee, ha fatto della sua regione uno dei baluardi dell’opposizione forzista alla leadership di Berlusconi. Qui l’ex Cav ha scatenato tutta la sua sete di vendetta anti-fittiana, epurando i vertici locali vicini all’eurodeputato. Qui, a sorpresa, il candidato del centrodestra Francesco Schitulli ha rotto con Forza Italia, rea di non aver prestato tangibile sostegno politico. In Puglia si registrano dunque almeno quattro destre, quella dei fittiani, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Ncd, ufficialmente alleati, praticamente diversissimi, in ultimo sul candidato unico; che, dopo lo strappo di Schitulli, manca. FI intanto fa scaldare il coordinatore regionale Luigi Vitali, altra fiche della disperazione. Ed Emiliano, candidato di centrosinistra, sorride sornione.

Allerta pareggio Veneto – Il “litigismo” forzista ha contagiato anche il granitico Veneto verde-Lega. La frattura tra Zaia e la Liga Veneta, la versione euganea del Carroccio, ma soprattutto il divorzio tra Salvini e il sindaco veronese Tosi ha riaperto clamorosamente la corsa alla guida della regione. E oggi la candidata del Pd Moretti ha “solo” meno di dieci punti di svantaggio sul governatore uscente. I quali potrebbero sparire nel caso in cui, presentatisi i due al ballottaggio, i supporters di Tosi (e magari qualche grillino) virassero verso l’ex eurodeputata democratica. Perdere il Veneto, o vincervi “male”, sarebbe uno sfacelo, per Salvini, al primo, grave stop in un anno e mezzo di accattivante ascesa, ma per tutta la destra, che abbandonerebbe un’altra roccaforte. Nonostante la tradizione favorevole, qui più che altrove Forza Italia rischia l’estinzione: alcuni sondaggi la danno al 6%, totalmente assorbita dalla Lega e irrilevante dal punto di vista strategico.

Momento Meloni –Sono due al momento i punti fermi delle regionali 2015 per il centrodestra. Il primo è la Campania che, con Caldoro, dovrebbe confermarsi regione di marca forzista (con un mezzo placet di Renzi, che si vedrebbe risolto il problema De Luca). Il secondo è l’ascesa di Giorgia Meloni. Dopo le ultime, sfortunate Europee pareva schiacciata dal protagonismo salviniano e incapace di imporsi sulla scena in modo ficcante. Oggi cresce nei sondaggi, nelle presenze televisive e si propone come piccola sorpresa del centrodestra al tramonto. Prestandosi anche a gustose letture fantapolitiche, che la vedono punto di congiuntura tra la Lega Nord e la malata Forza Italia. Tra Salvini e Berlusconi la scintilla non è scattata, e il reciproco scetticismo sta facendo male ad entrambi, spezzando l’idillio creatosi tra l’ex Cav e Umberto Bossi. La Meloni potrebbe metterli d’accordo. Perché di destra, radicale, ascendente, come quella salviniana. Perché di destra governativa, come quella berlusconiana. Papabile candidata premier di un ritrovato, ricostruito centrodestra del domani?

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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