Le diverse angolazioni della cultura di genere

18/10/2015 di Redazione

Nell'ambito della nostra collaborazione con TIA Formazione, un'introduzione alle questioni trattate nel libro “cultura di genere scenari e percorsi”, a cura di Ines Caloisi ed Enrica Tedeschi.

Tia Formazione Internazionale

La cultura vista nell’ottica di un’immagine diversa, nuova, che esce dalla dimensione individuale intesa come insieme di conoscenze, valori, attribuiti ad un singolo individuo o civiltà, quindi fattori di differenze e disuguaglianze, per approdare ad una dimensione collettiva e tangibile di rispetto dell’altro, indispensabile per la corretta convivenza tra popoli diversi. Il testo che trattiamo si occupa di definire la cultura nei suoi aspetti più significativi, affrontati in modalità differenti da ciascun autore che ha preso parte alla costituzione di questo libro.

Lo scenario dell’opera si apre con la presentazione di Ines Caloisi presidente dell’associazione TIA Formazione che affronta il concetto della cultura dal punto di vista dell’impegno dell’Unione Europea nell’intento di attuare attività concrete per unire i popoli nei valori di uguaglianza e libertà. Fondamentale in tale ambito è il dovere di TIA Formazione, formato da tredici aree (tra cui giornalismo europeo, arte della leadership, proposte culturali e formative) indirizzate allo sviluppo di una cultura di genere indirizzata a far crescere la società, eliminando qualsiasi genere di disparità sociale, nella prospettiva europea. L’associazione infatti, come dimostrato anche nel saggio di Chiara Bramini e Jessica Zacchinato, collaboratrici della stessa, si occupa di capovolgere un paradigma culturale troppo stereotipato al fine di farlo divenire espressione della libertà dell’individuo svincolata da ogni categorizzazione di tipo sessuale. Le sue tematiche fortemente attuali sono finalizzate a realizzare una trasformazione culturale coinvolgendo in numero consistente la partecipazione dei giovani ai tanti progetti promossi dall’ente.

Ciò è stato sottolineato ampiamente in un convegno patrocinato da Euroactiv in cui l’attenzione è stata focalizzata sulla considerazione dei soggetti maschili e femminili in una visione più paritaria di entrambi. L’Europa ha una funzione efficiente nella difesa dei diritti delle donne integrata anche con la tecnologia che ha visto la creazione del network “Aretusa”  del quale Niccolò Rinaldi  discute nel suo testo. Aretusa è una rete europea di organizzazioni attive alla promozione delle pari opportunità tra donne e uomini e all’assistenza di donne vittime di violenza e prostituzione. E’ affiancato a tale progetto l’articolo 21 della Costituzione che sancisce il divieto di qualsiasi forma di discriminazione come il Trattato di Lisbona con l’articolo 3, che promuove la giustizia e la protezione sociale.

Significativa è l’azione del Parlamento che si interessa alle “sei P” sulle violenza sulle donne, prevenzione, politica, provvedimenti, partenariato e procedimento giudiziario. L’obiettivo dell’Unione europea in merito alle “questioni di genere” è chiarito da Federica Di Sarcina che identifica l’istituzione di una “democrazia paritaria” fondamentale nel processo di integrazione europea, nonostante sia ancora un cantiere aperto.

Poi, la discriminazione femminile nel rapporto di forza tra maschio e femmina, viene analizzata dalla professoressa Enrica Tedeschi attraverso la presa in esame di quattro variabili che influenzano e determinano il legame conflittuale. Esse sono: la famiglia, la Chiesa, lo Stato e il lavoro. La prima fin dall’antichità ha visto l’attribuzione da parte del maschio ritenuto il “pater familias” di un ruolo secondario della donna a custode della casa, dei figli e del marito.  La status inferiore del genere femminile viene incrementato dalle ideologie pietrificanti della Chiesa, che vede la figura femminile in una mentalità chiusa e arcaica. La donna non trova appoggio neanche dallo Stato, il quale contribuisce a realizzarne il divario con la figura maschile nascondendo le carenze di interesse e interventi da parte della sfera pubblica. Il passaggio dalla dimensione privata a quella pubblica si estende ulteriormente con il lavoro, che la connota come lavoratrice di serie b, costretta ad adempiere ruoli marginali di ancella, assistente e mansioni nocive.

Il rapporto donna-lavoro viene trattato in modo esaustivo dal saggio del magistrato Rosita D’Angiolella la quale ritiene che la corretta integrazione del genere femminile nel mercato del lavoro possa avvenire attraverso uno stretto legame con i valori dell’economia e della politica poiché entrambi focalizzati sulla valorizzazione della dignità umana.  Ciò deve realizzarsi perché bisogna eliminare la sottovalutazione del capitale umano femminile come dimostra il basso tasso di occupazione del nostro Paese. Tale situazione è confermata dai dati riguardanti l’alto tasso di inattività delle donne in Italia pari al 48,5 % rispetto alla media europea del 35,1%. Numeri che purtroppo crescono nel sud Italia che vede primeggiare la Campania per l’elevato tasso di disoccupazione. Allarmante il declino di tale ambito in termini percentuali, causato spesso dalla presenza dei figli che comporta la diffusione del lavoro part time e dei licenziamenti. E’ controproducente penalizzare l’attività lavorativa di mamme, mogli dotate di punti i forza e originalità capaci mediante i servizi “motech” (modi di fare tipicamente femminili) di valorizzare i bisogni personali e sociali dei consumatori.

Un contributo a questa triste situazione, ci viene offerta dal saggio di Alessandra Flora che approfondisce la questione delle statistiche sul calcolo delle percentuali. Ad esempio secondo le cifre pubblicate dalla Commissione Europea, le donne guadagnano il 16,2 % in meno rispetto ai colleghi, mentre, per quanto concerne i dirigenti, il maggior numero si trova nelle amministrazioni centrali dove occupano il 46% dei posti, e il 25% nel settore dell’università. Anche in tali settori, la retribuzione delle donne va dal 4,8% al 22% in meno rispetto a quella degli uomini. Inoltre la penalizzazione si verifica anche nell’ambito della scrittura, dove oggi, rispetto al passato, si caratterizza una forte ripresa che vede il genere femminile interessarsi ad opere fondate sull’immaginazione e l’ambito collettivo, in maniera diversa rispetto al passato, dove dava importanza più all’aspetto individuale.

La reputazione della donna purtroppo è negativa anche nel mondo orientale, in particolare nella fascia asiatica dove frequenti sono gli aborti selettivi, violenze psicologiche e maltrattamenti fisici. Un passo in avanti è stato compiuto per merito della dottrina religiosa del Buddismo, alla quale molte donne attualmente stanno aderendo per non soccombere di fronte al mancato riconoscimento dei loro diritti ed essere più consapevoli del loro valore. Il Buddismo infatti, conferisce autorevolezza all’emancipazione femminile che prima era diffusa in India e nel Tibet poi è rimasta solo in quest’ultimo Paese, poiché in India il primato è stato strappato dal Brahmaneismo che ha ridotto la popolazione alla sottomissione.

Lo scarso interesse verso i soprusi subiti dalle donne si evidenza anche in ambito artistico come nell’opera “il ratto delle Sabine” il cui rapimento delle donne viene concepito come un atto eroico e non come un atto violento escludendo la violenza come tema vero del dipinto. Lo stesso accade con le rappresentazioni di “Susanna e i vecchioni” la cui attenzione proviene anche dalla Bibbia, che invece di dare risalto alla salvezza della protagonista, si sofferma sul favore che Daniele, il salvatore della donna, gode presso Dio.

La divisione tra maschio e femmina interessa anche l’ambito letterario in particolar modo quello linguistico come descritto da Sabrina Cicin. Spesso infatti, la comunicazione si manifesta attraverso un linguaggio monosessuato che evidenzia la difficoltà a riconoscere una coniugazione femminile soprattutto in ambito lavorativo dove prevale l’uso di un termine maschile spesso preceduto da un articolo femminile. Il linguaggio deve essere suddiviso nelle sue articolazioni di genere per conferire visibilità e pari dignità al mondo femminile, poiché il linguaggio condiziona anche il nostro modo di pensare.

L’esistenza della maggior parte delle parole declinate al maschile è approfondita da Raffaella Rognoni che evidenzia come le parole declinate al maschile sono soprattutto riferite ai ruoli professionali (il presidente, il direttore, l’amministratore delegato) e per non tenere conto di tale aspetto dobbiamo riferirci esclusivamente ai termini inglesi (esempio management, conference call, business, leadership). La comunicazione inoltre, si avvale di stili diversi applicati al mondo “azzurro” e “rosa” nel modo di comunicare con amici, parenti ecc.

Ciò avviene principalmente perché la differenza tra maschi e femmine, oltre ad essere radicata nella natura umana, è radicata anche nell’esistenza di determinati codici maschili e femminili che determinano differenti comportamenti di ambedue le persone. Ci dimostra questo il saggio di Simona Oberhammer. I codici femminili infatti sono quelli dell’interconnessione, l’intuizione, l’empatia, il sentimento, mentre quelli maschili la settorializzazione, la sistematizzazione, leadership, la ragione. In tutti questi prevale comunque la tendenza da parte dell’uomo a interessarsi al successo personale, al raggiungimento del comando del potere mentre la donna è più interessata alla dimensione collettiva, le relazioni che instaura nel mondo familiare e lavorativo, intese come fondamento della realizzazione della sua essenza di donna.

Dunque, ciò che realmente conta per il benessere di tutti i popoli è diffondere una relazionalità costruttiva per una cultura di pace con il sostegno delle istituzioni, il rispetto delle differenze e diritti umani, nonostante principi di libertà e autodeterminazione abbiamo prodotto una crisi delle identità individuali. Per questo, è necessario prestare attenzione a Johnny Mariotto, che affronta il perno del dibattito dal punto di vista filosofico. Lo scrittore ritiene che si crea un futuro bello e armonioso solo se ognuno di noi è capace di lasciare andare ogni esperienza negativa appartenente al passato per benedire il presente, avendo fiducia in se stessi e aspettandoci solo il meglio. In tal modo, l’uomo diventa fautore di esperienze positive che possono attuarsi mediante la gioia dell’essere qui e ora, consci delle proprie potenzialità e del proprio valore perché ogni essere ha uno scopo che può aiutare a realizzare un universo migliore.

Benedicta Felice

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