Le conseguenze dell’Italicum sulla (Terza) Repubblica di Renzi

05/05/2015 di Edoardo O. Canavese

L’Italicum è legge. Renzi supera Porcellum e Consultellum ed inaugura la Terza Repubblica. Il prezzo è però alto: 40 democratici votano la sfiducia, mettendo il pericolo il futuro della legislatura. Mentre l’opposizione rischia di subire un Aventino permanente.

Bollettino della vittoriaMatteo Renzi ce l’ha fatta, l’Italicum è diventato legge. Manca solo la firma del Capo dello Stato per blindare la partita sulla legge elettorale, ma non dovrebbero esserci problemi. L’ultimo round alla Camera recita il seguente bollettino: 334 voti favorevoli, 61 contrari, 4 astenuti, 230 assenti. Ma non sono gli unici numeri che raccontano l’ultimo giorno del ddl, primo giorno dell’Italicum. Dietro vi sono quasi 10 anni di Porcellum, legge elettorale incostituzionale abrogata dalla Corte Costituzionale l’anno scorso, ben 5 governi eletti da ben 3 legislature votate attraverso quella legge (di cui ben tre esecutivi di coalizione), ma soprattutto tante parole e promesse spese sul suo superamento ed innumerevoli occasioni perse.  E’ evidente la portata storica del nuovo modello italiano, che colma una voragine del nostro sistema politico. Ma chiaro è anche il significato politico della giornata di ieri: sono state gettate le basi per un nuovo ordire istituzionale, oltre che elettorale, tali da far parlare di Terza Repubblica.

Mai più inciuci – La voce rotta del re-insediato presidente Napolitano tuonò, affinché stavolta la legge elettorale la si facesse sul serio. Affinché quest’ultima, caotica, oggi normalizzata legislatura ponesse fine alla crisi della politica. L’Italicum ricuce un largo strappo che divideva partiti ed elettorato. Il doppio turno introduce un sistema semi-premieristico, che di fatto lega la legislatura al destino del vincitore, senza ambiguità. Il premio al 54% per il vincitore consente alla lista una rappresentanza in Parlamento che agevoli la governabilità, in linea con quanto avviene nei sistemi francese ed inglese (Hollande col 29% ottenne il 55% dei seggi). La soglia minima del 3% lascia fuori gl’incontentabili lillipuziani del Parlamento. L’Italicum sembra quindi mandare in soffitta alcuni dei vizi della Seconda Repubblica, e garantire un equilibrio istituzionale ma anche partitico, con l’agevolazione di l’alternanza tra attori politici. E qui finiscono le buone notizie per Renzi.

Il problema politico – Renzi ce l’ha, dentro casa, ed è quanto mai evidente. E’ premier, ma soprattutto segretario di un partito in perenne conflitto intestino. Ieri il voto segreto ha concesso a molti democratici (una quarantina, all’incirca il numero di dissidenti già contati col Jobs Act) la libertà di votare la sfiducia al governo. Non pochi e non di poco conto. Anche perché è chiaro come una fronda minoritaria di parlamentari, alla Camera e al Senato, non siano contro l’Italicum, siano proprio contro Renzi. Lo si può carpire dai molteplici fronti sui quali il premier viene duramente osteggiato: riforma bicameralismo, scuola, lavoro. La sfiducia è però diretta conseguenza di una prova di forza, quella di Renzi, grave e non degna di un segretario di partito. La sfida è stata vinta, ma il legame fiduciario, non solo parlamentare, è per molti venuto meno. E se alla Camera ci si può permettere una dissidenza, al Senato non è così. E l’Italicum è di marginale importanza rispetto ai prossimi, futuri provvedimenti in discussione.

Minoranza senza capoBersani ostenta amara soddisfazione sul fronte della sfiducia. Addirittura rivendica 60 delusi democratici, ma sono almeno venti in meno. Di fatto però la minoranza perde la partita. Anzi, l’aveva persa nelle prime tre votazioni alla Camera, quando preferì l’astensione al voto di fiducia, che è arrivato invece al riparo del voto segreto. La visibilità politica è tra i problemi più gravi della minoranza. I dissidenti non mancano, ma manca l’intento comune di organizzarsi in una stabile fronda. I bookmakers scommettono su Speranza come erede della linea di Bersani e Cuperlo, figura su cui potrebbero anche convergere lettiani e bindiani. Civati tuttavia si conferma fuori dagli schemi, minacciando (l’ennesima) uscita per la composizione di un gruppo autonomo. La minoranza Pd è ancora un cantiere, di cui Renzi può ancora prendersi gioco con i frequenti riferimenti a “gufi” e professionisti del “noncelafaremo”. Ma la legislatura è lunga. E l’opposizione non pare garantire quella riserva di voti di salvataggio che il premier auspicava.

Aventino permanente – Le opposizioni rientreranno in aula, e sulle sfide del governo la bagarre presto riprenderà. Tuttavia il rischio, a margine del voto sull’Italicum, è che queste sfumino nell’irrilevanza politica, come se in Parlamento non ci entrassero più. Chi esce con le ossa rotte dalla partita sulla legge elettorale è Forza Italia, la cui leadership oggi si contendono Brunetta, Fitto e Verdini. Per ora la spunta il primo. Ma è difficile spiegare al proprio elettorato il salto dal Patto del Nazareno ai toni da “colpo di Stato”, su una legge votata identica con convinzione solo qualche mese fa. E le regionali possono dare il colpo di grazia al blocco berlusconiano in Parlamento, in un “liberi tutti” di cui difficilmente Renzi potrebbe godere (vedi l’uscita dall’aula dei verdiniani pur concordi sull’Italicum). E mentre la protesta del M5S potrebbe scaturire in iniziative come le Assemblee in piazza, Sel rischia la scomparsa, schiacciandosi ad altri grandi su posizioni di radicalismo anti-renziano. Anche per questo Salvini contesta Renzi su temi extraparlamentari.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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