Le comunali bocciano il centrodestra, diviso e senza leader

08/06/2016 di Edoardo O. Canavese

Berlusconi, Salvini e Meloni pareggiano a Milano, ma a Roma e Torino hanno perso, perché divisi. Le amministrative dovevano risolvere il nodo su chi, tra l’ex Cavaliere e il segretario leghista, ottenesse la guida del centrodestra, ma il risultato ripropone un’area politica senza leader né visione.

Il riscatto politico del centrodestra a Milano, che ha strappato un ballottaggio che solo tre mesi fa pareva utopistico, non basta per nascondere le crepe di un’area politica in continuo declino. Perché se è vero che, dati alla mano, il centrodestra continua ad essere la principale forza politica alternativa al centrosinistra, spacchettando i numeri si scopre un fronte politicamente diviso e numericamente sofferente. Prendiamo Milano, appunto. Qui Forza Italia si attesta al 20,2%, doppiando la Lega Nord, ferma ad 11 punti. Rispetto al 2011 l’ex Pdl è crollato, la Lega cresciuta di poco, e l’impressione è che sulla rincorsa di Parisi hanno soprattutto pesato i demeriti degli avversari. Solo il sostegno delle liste civiche ha garantito l’aggancio al Pd. A Milano l’unione ha fatto la forza, ma si tratta di un caso isolato.

A Torino e Roma hanno prevalso i calcoli personali, e al ballottaggio c’è finito il M5S. Nella capitale Marchini ha sostituito Bertolaso per la candidatura di Forza Italia e numerosi partitini satelliti, mentre la Meloni ha guidato il fronte Fratelli d’Italia – Lega Nord. A Torino s’è fatto di meglio: tre candidati di centrodestra, Alberto Morano per il ticket Meloni&Salvini, Osvaldo Napoli per Forza Italia, Roberto Rosso per il centro moderato. Concentrandoci sul capoluogo piemontese, la somma dei voti ottenuti dai tre campioni dà un totale di 71mila voti: quasi 100mila meno di Fassino, 50mila meno della grillina Appendino. E a Torino il centrodestra non trova il ballottaggio da quindici anni. Soltanto quest’ultimo dato sarebbe bastato per farsi sfiorare dal dubbio se dividersi fosse la cosa giusta; tuttavia Berlusconi e Salvini hanno preferito approfondire una resa dei conti personale cominciata a Roma.

La Capitale doveva essere la rampa di lancio, o per meglio dire di rilancio, del centrodestra. Il fallimento e la compromissione del Pd, il protagonismo televisivo e propagandistico della destra radicale avevano fatto presagire uno scenario positivo: e in effetti la Meloni ha superato il 20% nelle preferenze dei romani, mentre il suo partito ha ottenuto il 12%, un exploit se confrontato con le percentuali ottenute altrove. Tuttavia per quattro punti la leader di FdI non è arrivata al ballottaggio. Il motivo? Ovviamente i voti rosicchiati dalla spompata coalizione intorno a Marchini, che ha contribuito a portare all’imprenditore romano la metà dei voti ottenuti dalla Meloni. Forza Italia ha elemosinato un triste 4%, equivalente a meno di 50mila voti, un quarto di quelli conquistati dal fallimentare e compromesso Pd capitolino. Ma la Meloni può anche rimproverare a Salvini lo scarso contributo della sua lista “Noi con Salvini”: 31mila voti, pari al 2,71%. Fumo, per chi ambiva a condizionare il voto romano e compromettere la leadership berlusconiana.

Se l’accordo tra Forza Italia e la destra “neroverde” a Roma come a Torino, Novara, Savona, Latina, Salerno, Napoli e in numerosi altri medi-grandi comuni, è mancato, è plausibile immaginare le amministrative 2016 come una sorta di grande primaria del centrodestra, dove le ambizioni di due leader intolleranti alle diarchie, Berlusconi e Salvini, si siano scontrate per capire chi fosse il più forte. Chi ha vinto? Nessuno. Ovunque abbiano corso divisi, i candidati di Forza Italia e Lega Nord (in tandem con FdI) hanno perso. Se il trend negativo di Forza Italia, in lenta ma costante fuga di elettori, non stupisce, lascia sorpresi il risultato normale – quando non negativo – riscosso dalla Lega nelle grandi città. A dispetto dell’onnipresenza mediatica di Salvini, la crociata al perbenismo delle camice verdi pare non attecchire. Solo nella sempre meno rossa Bologna solletica quel 10% ottenuto dalla Lega, peraltro in parte attribuibile alle dannose intemperanze della sinistra universitaria ai danni della campagna elettorale salviniana.

Il centrodestra italiano rimane oggi invischiata nel tremendo dilemma su quale sia il suo indirizzo politico. Senza un leader vero, che sia presente sulla piazza politica a tempo pieno e che sappia divincolarsi tra le numerose, talvolta inconciliabili anime di un’area che parte dal democristiano Rotondi e arriva a coinvolgere i neofascisti, il futuro dell’area politica è condannato alla stagnazione e alla sopravvivenza. Ce la si può giocare nei comuni e nelle regioni, ma difficilmente ci si può spendere a livello nazionale, a meno di una legge elettorale maggioritaria (l’Italicum, minato da un’eventuale vittoria dei no al referendum costituzionale di ottobre). Si può sperare nel sostegno esterno delle frange più radicali del M5S, come forse lascia intendere l’endorsement di Salvini a favore della candidata grillina Raggi; voti buoni per governare, ma continuerebbe a mancare un progetto, una visione comune che guidi la coalizione.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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