Le colpe di un leader antipatico

12/12/2016 di Francesca R. Cicetti

È passata oramai una settimana dall'annuncio delle dimissioni di Matteo Renzi. Una settimana in cui, sfilatosi dal Governo, sembra invece intenzionato a puntare sul Partito per riguadagnare una leadership adombrata e giocarsi tutto alle prossime elezioni: missione possibile, ma solo se saprà riguadagnare la simpatia degli italiani.

Renzi, Roma

Nell’elencare le caratteristiche necessarie a un brav’uomo di governo, quasi per tutti la simpatia finirebbe in fondo alla lista. Sarebbe surclassata, come è doveroso, dalla competenza, dall’empatia, dall’energia, dall’onestà. Queste sì, fondamentali per il buon andamento del paese. Mentre invece saper strappare una risata, volenti o nolenti, ha poco a che vedere con leggi di bilancio e tamtam elettorali. Eppure, il peso dell’antipatia si paga. E si paga caro. Lo sa bene Matteo Renzi, che di quel 60% di dissenso, una buona fetta era per lui, non per la sua riforma.

Che non fosse simpatico ai più, s’era sempre saputo. Da quando ha perso lo smalto del giovane rottamatore per trasformarsi in un capo di governo e di partito. Il dramma di chiunque entri nelle istituzioni: ha inizio la metamorfosi. Da outsider a capro espiatorio, e da lì la strada è sempre in salita. Vero è anche che Matteo Renzi non ha fatto nulla per risultare simpatico alle legioni di detrattori. Si è comportato quasi da subito come un leader navigato, già logorato da anni di vicinanza al potere. Quando invece quel potere l’aveva conosciuto brevemente, e come sindaco. Non è lo stesso che trovarsi alla guida di un intero paese, giovane com’era e com’è.

Nei fatti, è stato proprio il suo sorriso da uomo arrivato a conquistargli la forca. Comprensibile, però, data l’inesperienza. Non solo come capo di governo, ma come uomo di potere. Le stesse ragioni che l’hanno reso antipatico a moltitudini d’italiani inferociti, sono quelle che tengono saldamente inchiodati alla poltrona uomini come Berlusconi e Trump. Loro, a differenza di Renzi, credibili anche nella menzogna, anche nello scandalo capaci di dimostrare un residuo di autenticità. Immuni al fascino del potere, perché lo posseggono già da tempo, perché l’hanno sempre posseduto.

Matteo Renzi, invece, si è dimostrato in parte incapace di gestire con classe la responsabilità. Troppo giovane, forse troppo inesperto. E a chi lo accusa di sembrare arrogante è difficile rispondere il contrario. Però, e anche questo è un fatto, la simpatia non manda avanti il paese. Ma la simpatia non governa, e nessuno di noi sarà mai obbligato a passare la serata con Renzi per quattro chiacchiere, per una cenetta, per compagnia. Certo, aiuta, eccome, negli appuntamenti elettorali (referendum docet), e Renzi, se vorrà provare a giocarsi tutto nelle prossime elezioni dovrà vincere non solo la battaglia nel partito, ma anche quella con l’antipatia crescente di questi ultimi mesi.

Insomma, può anche sembrare gustoso dare una spallata a un capo di stato antipatico, l’importante è averne ben chiare le conseguenze. Si può essere presuntuosi, arroganti, si può non suonare credibili quando si raccontano le barzellette, tanto da non strappare un sorriso ma una smorfia. Ma in fondo quello che chiediamo a Matteo Renzi e ai suoi successori non è di saper tenere il palco, non è di essere dei comici navigati. Ed è anche vero che la responsabilità è tutta sua, del premier, per essere riuscito a sgranocchiare via tutto il consenso dei primi mesi. Ma la nostra soddisfazione per aver punito la sua immodestia sarà tristemente di breve durata.

Renzi l’ha sempre detto: non gli importa di sembrare sgradevole, di essere insopportabile per uno stuolo di italiani. Purché possa andare avanti per la sua strada, al grido di: devo cambiare l’Italia. Per ora, però, il viaggio è interrotto. Ma non per simpatia o per antipatia. O meglio, non solamente. Anche il gradimento ha le sue origini: si smette di essere simpatici quando la storia non fa più sorridere. Quando alle battute brillanti non seguono le azioni. Quando la storia assume le tinte di una trovata commerciale, di una farsa. Sul palcoscenico, come nella politica.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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