Lavoro. La fuga all’estero degli italiani che bisogna arginare

24/03/2015 di Lucio Todisco

Continua la fuga all'estero dei cittadini italiani, più di centomila nel 2014. Un record. Ma analizziamo più a fondo dati e problematiche di una ferita nel sistema socio-economico nostrano

Emigrazione Italiani

Partiamo da un dato fornito dall’AIRE – Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, relativo al numero dei nostri connazionali espatriati nell’arco di questo anno solare. È la prima volta in un decennio che supera quota centomila. I dati, ottenuti in esclusiva da “Il Sole 24 Ore”, in dettaglio, dicono che nel 2014, gli italiani in fuga verso l’estero sono stati 101,297 –erano 94,126 nel 2013 – e di questi il 56% uomini e il 44% donne.

Italians in fuga, soprattutto i giovani – Ma dove vanno gli italiani? In generale è il Vecchio Continente ad avere maggiore attrazione. Come prima meta d’immigrazione vi è la Germania con 14.270 italiani, che supera il Regno Unito, protagonista nel 2013, quando aveva fatto riscontrare un boom di emigrati italiani, con un +71,5% rispetto al 2012; terzo paese più ricercato resta la Svizzera. L’Europa, quindi, rimane la meta più ambita per gli italiani che decidono di lasciare il nostro paese, con 66.376 nostri concittadini emigrati. A seguire l’America Latina con 16.146. Il dato che ci deve però far maggiormente riflettere è quello dell’incremento dei giovani che lasciano il nostro paese. La percentuale di 20-30enni è in continuo crescendo: 25,503 i giovani italiani che, nel 2014, hanno lasciato il bel paese. Un dato vicino ad eguagliare quello dela fascia dei 30-40enni (24.398). Stiamo parlando della porzione più produttiva della popolazione. Appena uscita dall’università, non riesce a trovare un lavoro all’altezza delle proprie aspettative e non trova attrattivo il sistema produttivo nostrano, preferendo prendere la valigia e partire.

Laureati. Poca stabilità lavorativa – Uno dei problemi principali della fuga dei giovani dal nostro paese è la mancanza di stabilità lavorativa. Secondo il report di AlmaLaurea “XVI Indagine sulla Condizione occupazionale dei laureati” risulta pressoché invariata la stabilità lavorativa per ogni tipo di corso di laurea rispetto alla precedente rilevazione datata nel 2008. Questo dimostra quanto la nostra offerta formativa non riesca ad allinearsi alla domanda di lavoro proveniente dalle nostre aziende e da un mercato del lavoro asfittico.

Rispetto all’indagine 2008 la stabilità lavorativa ha subito una contrazione nell’ambito dei laureati pari al 10% tra i triennali, 5 punti tra i magistrali, e di 3 punti tra i laureati a ciclo unico. Una contrazione legata in particolare al vero e proprio crollo, in taluni casi, dei contratti a tempo indeterminato (-15 % tra i laureati triennali, -8 % tra gli magistrali e –5 % tra quelli a ciclo unico). Il dato in contro tendenza è quello sul lungo periodo: con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, la condizione occupazionale tende complessivamente a migliorare confermando che il nostro è un mercato del lavoro che si caratterizza per tempi lunghi di inserimento lavorativo e di valorizzazione del capitale umano, ma sostanzialmente efficace nel lungo termine.

Si può dunque ipotizzare, quanto meno per alcune categorie di laureati, che la risposta alla minore disponibilità di posizioni alle dipendenze a tempo indeterminato sia stata l’avvio di attività di tipo autonomo, in particolare di natura imprenditoriale. Infatti, nel corso di questi anni, fino all’ultima rilevazione, ci si è trovati di fronte ad un aumento dei lavori non regolamentati da alcun contratto di lavoro: +5% per ogni corso di laurea. Un boom ed una possibile opportunità per gli italiani di rimanere nel nostro paese sta arrivando con le start-up innovative. Soprattutto in Lombardia, che ne ospita il 22% del totale, l’11% sono in Emilia Romagna e il 10% nel Lazio. Un migliaio di imprese, che complessivamente occupano 3.000 addetti. Molte start-up hanno in previsione di assumere del personale nel corso del 2015, scegliendolo principalmente tra i laureati in ingegneria, mentre solo un decimo sono quelle che pensano all’inserimento di chi ha un titolo di studio in una materia umanistica o sociale.

Il lavoro nero nel 2013, invece, ha riguardato l’8% dei laureati di primo livello; il 9% per i magistrali, e il 13% per quelli a ciclo unico.

Le retribuzioni sono un altro dei motivi che spingono i giovani a lasciare l’Italia. Ad un anno scendono ulteriormente rispetto alla rilevazione del 2008 di AlmaLaurea. Complessivamente, si attesta attorno ai 1.000 euro netti mensili. Rispetto alla precedente rilevazione, le retribuzioni reali risultano in calo, con una contrazione pari al 5% tra i triennali, al 3% fra i magistrali biennali e al 6% fra i colleghi a ciclo unico. Se si estende il confronto temporale all’ultimo quinquennio (2008-2013), si evidenzia che le retribuzioni reali sono diminuite, per tutte e tre le tipologie di lauree considerate, del 20% circa.

Così come riportato sempre da “Il Sole 24 Ore” l’Italia è l’unico tra i Paesi Ocse con una dinamica dei salari tendenzialmente negativa. Partendo dai salari medi in dollari dal 2000 al 2013, ed a parità di potere d’acquisto, In Italia lo stipendio medio calcolato da Ocse è pari a 34mila dollari all’anno.  Una cifra decisamente inferiore a quelle del Vecchio Continente. Infatti, In Germania siamo sui 43mila dollari, in Francia 40mila. Gli altri paesi corrono, I numeri dell’Ocse ci dicono anche che l’Estonia è il Paese che ha visto in percentuale crescere di più il proprio salario (+79% rispetto al 2000). Notevole anche l’aumento del potere d’acquisto in Repubblica Ceca e Norvegia (entrambi intorno al 40%).

C’è un’Italia, quindi, che non trova attrattiva l’Italia. Una perdita grave per il nostro sistema produttivo che vede così tanti giovani formati dal nostro sistema d’istruzione andare via e contribuire al PIL di un’altra nazione. Se da un lato non dobbiamo pensare come una sconfitta il fatto che i nostri giovani trovino opportunità nel mondo globalizzato, quello che ci deve far maggiormente preoccupare è l’inesistenza di un effetto-specchio: siamo totalmente inattrattivi verso l’estero.

Con un mercato del lavoro e un sistema formativo più attento alle esigenze delle aziende – alcune cose si stanno muovendo in tal senso – è possibile iniziare a ricreare delle condizioni di appetibilità maggiori. Infine, bisogna rivedere la spesa in Istruzione Universitaria. Il Rapporto Ocse “Education at a Glance 2013” ha evidenziato come, ad oggi, la percentuale di spesa pubblica e privata è in l’Italia dell’1% del PIL – in Francia dell’ 1,5%, in Regno Unito dell’1,4%, in Germania dell’ 1,3%, negli Stati Uniti del 2,8%. La questione delle risorse destinate all’istruzione e alla formazione non è secondaria: il sistema universitario e della ricerca è decisamente sotto finanziato rispetto agli standard internazionali. Tale aspetto non facilita la connessione tra domanda ed offerta di lavoro, condannandoci, salvo un brusco cambiamento, a parlare ancora a lungo di italiani in fuga.

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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