L’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie

13/03/2014 di Giovanni Caccavello

Il Governo Renzi ha deciso di finanziare una parte del Jobs Act attraverso un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie che secondo l’esecutivo sono inferiori a quelle degli altri paesi europei. Quali rischi comporterebbe una simile rimodulazione?

Durante la conferenza stampa a seguito del Consiglio dei Ministri di Mercoledì 12 Marzo, il Capo del Governo, Matteo Renzi, ha spiegato come il governo aumenterà la tassazione delle rendite finanziarie dal 20% al 26% con l’obiettivo di reperire fondi per poter ridurre l’IRAP del 10% a favore delle piccole-medie imprese.

Poche settimane fa, il 24 Febbraio, appena due giorni dopo la nascita del nuovo esecutivo, il neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, intervistato su Rai Tre a “Mezz’ora”, raccontava come il governo avrebbe preso in seria considerazione una tassazione delle rendite finanziare, comprese quelle dei titoli di stato.

Nonostante diverse smentite e la presunta irritazioni da parte del Premier a seguito delle parole di Delrio, tre settimane dopo, il Consiglio dei Ministri, ha deciso di proseguire nella direzione indicata fin da subito dal sottosegretario decidendo di tassare le rendite finanziare, evitando di alzare però le aliquote sui titoli di stato (BoT, Btp, Cct e Ctz).

Matteo Renzi durante il discorso con cui ha chiesto la fiducia alle Camere.
Matteo Renzi durante il discorso con cui ha chiesto la fiducia alle Camere.

Rendite Finanziarie – La tematica delle rendite finanziarie risulta essere complessa. Oltre a questo, bisogna ricordare che il tema varia da caso a caso e che quindi è alquanto difficile trattare l’argomento in maniera sbrigativa. Per prima cosa è importante distinguere le rendite finanziarie tra redditi da capitale (dividendi ed interessi) e redditi diversi (capital gains su strumenti finanziari). A partire dal 2012, le aliquote di tutte queste tipologie di rendite sono state equiparate al 20%, con l’eccezione di titoli di stato, buoni postali, bond di paesi in White List (stati con consentono scambi di informazione con il fisco italiano) e di organismi internazionali che ricevono una tassazione pari al 12,5%.

Nel corso degli anni, l’aliquota su azioni, bond societari e fondi è aumentata fino a toccare il 20% mentre i prelievi maturati sugli interessi dei conti correnti sono calati dal 27% al 20%.

Secondo quanto comunicato dal Renzi, l’aliquota sugli investimenti in azioni aumenterà del 6% a partire dal 1°maggio 2014, passando così dal 20% al 26%. Da quel che è stato detto in conferenza stampa, gli unici asset che non subiranno una rimodulazione saranno i titoli di stato. Rimane, così, da valutare, quali di tutti gli altri asset vedranno il loro livello di tassazione alzarsi.

La sensazione, viste le difficoltà nel definire tutte le coperture necessarie per finanziare i primi provvedimenti del Jobs Act, è che la rimodulazione delle aliquote verso l’alto riguarderà quasi tutti gli altri “redditi”.

Gli altri paesi – Al momento attuale, la situazione varia da caso a caso anche in Europa, rendendo difficile stabilire quale paese adotti le migliori condizioni sia per i risparmiatori che per gli investitori.

Se si prendono in considerazione i principali paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna) si può notare come, ad esempio, la tassazione dei dividendi sia del 30% in Francia, del 25% (più un imposta di solidarietà per gli oneri della riunificazione del 1,375%) in Germania, dello 20% nel Regno Unito e del 21% (con alcune precisazioni tecniche) in Spagna.

La tassazione sugli interessi, invece, risulta essere del 18% in Francia, del 20% nel Regno Unito, dello 0% in Germania (che diventa 25% se gli interessi derivano da depositi di banche tedesche o da istituzioni finanziarie) e del 21% in Spagna.

Per finire, se si guarda ai capital gains (redditi diversi), si può notare come in Francia la tassazione sui redditi diversi sia del 34,5% (19% + 15,5% di oneri sociali che servono a coprire i costi sostenuti per le assicurazioni sanitarie obbligatorie), in Germania sia del 26,375% (25% + 1,375 di oneri per la riunificazione), nel Regno Unito vari a seconda del reddito tra il 18% ed il 28% (per superare in qualche caso anche il 30%) mentre in Spagna vari anche qui, a seconda del reddito, tra il 21% ed il 27%.

Considerazioni Europee – La situazione risulta quindi essere molto complessa, sia da un punto di vista interno (italiano) che da un punto di vista europeo. Nel corso di questi ultimi anni si è incominciato timidamente e parlare di ridurre le differenze di tassazione dei vari paesi europei cercando di far convergere tutte quest’ultime in un unico livello.

Secondo molti analisti, questa soluzione potrebbe essere un modo per rendere più difficile il tentativo, da parte di alcuni paesi aderenti alla moneta unica o all’Unione Europea, di avere livelli di tassazione troppo bassi rispetto a tutti gli altri paesi membri. Per altri analisti, invece, questa soluzione, seppur interessante, convince poco, visto che senza gli strumenti adeguati (si pensi anche solo agli Euro-Bond che, se implementati in futuro permetterebbero di avere dei titoli di stato “Europei”) il risultato finale potrebbe essere un compromesso poco efficace ed efficiente.

Considerazioni Italiane – Guardando al nostro paese, invece, la domanda più importante è la seguente: è davvero necessario andare a cercare 2,5-3 miliardi per finanziare la riduzione dell’IRAP tassando ulteriormente le rendite finanziarie? Per rispondere a questa domanda è bene ricordare due avvenimenti precedenti. Il primo riguarda il governo Letta, il secondo la cosiddetta Tobin Tax. Il governo Letta, nel corso del suo breve mandato cercò di alzare le aliquote sulle rendite finanziarie del 2% senza riuscirci. Oltre a questo, il governo Letta, nel Settembre 2013 decretò l’introduzione della Tobin Tax (imposta su tutte le transazioni finanziarie) che stando a quanto annunciato dall’allora esecutivo avrebbe dovuto incrementate le entrate a favore dello stato in modo corposo. La Tobin Tax, non solo non ha prodotto, per il momento i risultati sperati, ma lascia moltissimi addetti ai lavori dubbiosi sulla sua efficacia poiché solo pochi paesi europei al momento tassano le transazioni finanziarie. La Francia, ad esempio, secondo quanto riportato dal Sole24Ore starebbe addirittura pensando di abolire tale imposta.

I Rischi – I rischi di un aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie su tutti gli asset (escludendo i titoli di stato) sono diversi. Il primo possibile problema di un innalzamento della tassazione sulle rendite riguarderebbe le plusvalenze realizzate dai residenti. Con un aliquota più elevata cadrebbe l’ultimo elemento che tiene gli operatori rilegati all’Italia con la residenza.

Il secondo problema, più pragmatico, riguarda il fatto che optando per una soluzione del genere il governo Renzi cercherebbe di recuperare fondi per una manovra di aggiustamento fiscale da un rimodulazione che produrrebbe, in qualsiasi caso, entrate variabili (cioè anche minori del previsto come avvenuto con la Tobin Tax).

Il terzo ed ultimo problema è che l’aumento delle aliquote dal 20% al 26% senza l’attuazione di una serie di altre riforme complementari possa portare a ripercussioni negative sull’economia italiana: uno su tutti la diminuzione della domanda di azioni ed asset che potrebbe così veder aumentare la possibilità di potenziali effetti negativi nel mercato azionario italiano.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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