Lattuga e nanoparticelle contro l’emofilia

11/01/2015 di Pasquale Cacciatore

La malattia ha certamente una storia affascinante, probabilmente perché intrecciatasi con i destini monarchici di due grandi famiglie reali. L'emofilia, oggi, rimane una malattia molto severa, di cui ancora non è stata individuata una definitiva cura

Emofilia

La malattia ha certamente una storia affascinante, probabilmente perché intrecciatasi con i destini monarchici di due grandi famiglie reali. Parliamo dell’emofilia, il disturbo di coagulazione del sangue divenuto celebre nel corso degli scorsi secoli perché ne soffriva la regina Vittoria ed Aleksej Romanov. La prima trasmise questa malattia genetica a molti dei suoi discendenti di sesso maschile; il secondo, ultimo zarevic, fu messo sotto le cure del controverso mistico Rasputin.

Al netto del passare degli anni, però, l’emofilia rimane ancora una malattia molto severa, di cui ancora non è stata individuata una definitiva cura. Soprattutto in ambito genetico, dove da decenni si sperimenta senza particolare successo. È per questo motivo che, ancora oggi, tutti i pazienti affetti da severa emofilia A e B – due tipi, a seconda del fattore della coagulazione sanguigna assente per difetto genetico – sono costretti ad assumere, spesso quotidianamente, preparati di tale fattore, proprio per evitare sanguinamenti che possono avere terribili conseguenze, sino alla morte.

La biotecnologia negli ultimi anni è fortunatamente venuta in soccorso: oggi buona parte dei derivati sono ottenuti attraverso tecniche di ricombinazione molecolare, per cui non è più necessario trasfondere il plasma umano – con tutte le conseguenze in termini di eventuale diffusione di malattie che sono state correlate per tantissimo tempo proprio con i pazienti emofilici. Il problema, tuttavia, è che non è raro sviluppare, nel corso del trattamento, anticorpi o inibitori, che dir si voglia, naturali contro tali fattori, rendendo vana la terapia. Un problema che riguarda il 5% di chi è affetto da emofilia B, ed addirittura il 30% dei pazienti con emofilia A. In tali casi, continuare a perseguire terapie con fattori sostitutivi può condurre a complicanze anche mortali. Esistono ovviamente terapie per questa situazione, come quelle di induzione di tolleranza immunologica, ma spesso, oltre a richieder molto tempo, sono costose (fino ad un milione di euro per un bambino di cinque anni), oltre a funzionare in solo tre quarti dei pazienti.

È per questo che sarebbe molto più semplice risolvere il problema alla radice, ovvero evitare la formazione di anticorpi, in primis; ed è quello su cui da anni si ricerca alla Queen’s University di Kingston, ad Ontario in Canada. Ricerche che hanno portato alla creazione di una lattuga geneticamente modificata affinché i cloroplasti delle sue foglie producano fattore IX (quello assente nell’emofilia B); un fattore che non può esser sufficiente alla terapia, ma che si è dimostrato capace di “tener buono” il sistema immunitario. Studi sui topi hanno dato ottimi risultati, e da qualche mese lo studio si è esteso ai cani, ottenendo fino ad ora esiti positivi.

Le prime ricerche in materia erano state condotte dai ricercatori del centro già nel 2006: era emerso che, attraverso una terapia orale, si poteva effettivamente ridurre la risposta immunitaria negli emofilici. Utilizzando una tecnica già sfruttata nella terapia del diabete, alcune piante di tabacco erano state modificate affinché esprimessero fattore IX nei cloroplasti – grazie al fatto che il DNA dei cloroplasti è agilmente separato da quello nucleare -, ed una seconda proteina era stata unita al fattore affinché si legasse ad alcuni recettori intestinali, garantendo massimo assorbimento. Il fattore assorbito permette di indurre un’adeguata tolleranza immunologica.

Un’altra opzione può esser quella prodotta da un’azienda del Masschussets, Selecta Biosciences, che ha sviluppato un sistema di trasporto a nanopaticelle in cui un composto immuno-modificante è contenuto in particelle in plastica biodegradabili dalle dimensioni di solo 150 nanometri. Quando vengono somministrate insieme al fattore VIII nei topi, queste particelle si legano alle cellule immunitarie responsabili dell’avvio della risposta reattiva, sopprimendo ogni negativa risposta alla terapia sostitutiva.

Ovviamente la soluzione migliore sarebbe quella di indurre la produzione di fattori della coagulazione direttamente nel paziente; quello che, insomma, si tenta di fare da molti anni sfruttando la terapia genica a base di virus carrier. I rischi sono però correlati allo sviluppo di mutazioni pericolose o lo sviluppo di una risposta immunitaria contro i vettori virali. È per questo che un gruppo di scienziati sta tentando di sostituire questi elementi di trasporto con nanoparticelle capaci di consegnare “pillole di DNA”. Queste pillole combinano plasmidi – frammenti circolari di DNA batterico contenenti i geni che coidifcano per i fattori VIII e IX – con nanoparticelle in chiosano, carboidrato polimerico che si trova nella corazza dei crostacei. Il chitosano protegge il gene terapeutico e lo trasporta attraverso l’intestino. Un approccio che potrebbe risultare in un grande vantaggio per i pazienti, poiché è semplicissimo da applicare: basta, infatti, l’ingestione orale, e sembra non determinare gli stessi problemi della terapia virale.

Tutto per combattere, magari alla radice, una patologia che, seppur storica nella sua descrizione, è ancora oggi responsabile di un elevato tasso di morbilità e mortalità. Con uno scenario che può diventare terribilmente importante anche dal punto di vista economico, considerando i costi elevatissimi delle terapie sostitutive oggi in uso.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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