L’arte del cortometraggio: intervista a Maurizio Ravallese

10/12/2013 di Jacopo Mercuro

Intervista esclusiva di Europinione a Maurizio Ravallese, giovane regista italiano e autore del cortometraggio “Miracolo in periferia”.

Miracolo in Periferia, intervista a Maurizio Ravallese

Per lungo tempo gli storici del cinema hanno identificato nello spettacolo del 28 dicembre 1895 la data ufficiale della nascita del cinema. Nei primi anni del decennio tutte le opere cinematografiche erano cortometraggi, vista la breve durata delle pellicole. I cortometraggi furono una nuova forma di intrattenimento, un innovativo mezzo artistico che offriva uno spettacolo visivo aperto alle masse. Con il passare degli anni il cinema si è pian piano evoluto, con la creazione dei lungometraggi i cortometraggi hanno perso appeal passando ad essere considerati in tono minore. Negli ultimi anni, l’arte del cortometraggio, è stata riscoperta, divenendo parte integrante dei più importanti festival internazionali.

Intervista a Maurizio Ravallese
Maurizio Ravallese

Con grandissimo piacere incontriamo, oggi, un giovane regista romano, Maurizio Ravallese, che con il suo cortometraggio “Miracolo in periferia” è riuscito a fare breccia nel mondo cinematografico. “Miracolo in periferia” ha ottenuto un grande successo, è stato candidato al David di Donatello, il film ha vinto il Video Festival Imperia come miglior film, il Gold Elephant World di Catania come miglior regia, lo Shakespeare Film Festival come miglior sceneggiatura, il premio della critica al Festival Gabriele Inguscio e altri premi partecipando ad oltre 40 festival.

Ringraziandola per la disponibilità e cortesia, partiamo subito con le domande. Il regista rappresenta una sorta di autorità, la linea guida da seguire. Lei è molto giovane, cosa significa e quali sono le difficoltà nel dirigere attori più grandi e già affermati come Pietro de Silva o Antonio Andrisani?

Il cinema è un qualcosa di molto gerarchico, un ambito in cui i ruoli non vengono mai messi in discussione, da nessuno. Si tratta di un rapporto di fiducia, si mette in chiaro tutto nella fase di preparazione del film, una parte fondamentale. É decisivo convincere l’attore dei propri mezzi. La barriera dell’età si supera facendo molta gavetta sui set, si fa proprio un linguaggio cinematografico che porta gli attori a fidarsi. Gli attori capiscono e apprezzano la competenza, cosa che va oltre l’età. In questo caso è fondamentale la sceneggiatura: se prepari tutto con precisione e riesci a far capire cosa vuoi, si supera tutto.

Quali sono le difficoltà per chi muove i primi passi nel mondo della regia?

Il primo problema è il budget, sempre e comunque. Una volta ci si presentava alle case di produzione chiedendo di entrare a collaborare come assistente gratuito, ora è diventato più difficile. Sempre inerente al budget c’è il problema della sceneggiatura, devi saper raccontare una buona storia con poche cose, come location e attrezzature. La difficoltà più grande è entrare nel cosiddetto “giro”, il mondo cinematografico è un mondo al quale non è difficile avvicinarsi, ma è difficile entrare. Nel sistema italiano si entra iniziando come assistente volontario passando per assistente vero, e forse alla fine, dopo tempo riesci a diventare aiuto regista. Nel sistema internazionale è diverso, si fa una scuola di regia vera e propria, dopo la quale, se sei davvero bravo, ti danno l’opportunità di girare prima i cortometraggi e poi lungometraggi. Nel nostro paese purtroppo mancano le vere scuole di regia. E allora cosa fare? Bisogna imparare a vedere ogni film non con gli occhi di uno spettatore, ma con quelli del tecnico. Inoltre la lettura di buoni libri e la visione dei film, sono spesso sottovalutati ma rappresentano uno strumento validissimo per la formazione registica.

Cosa significa produrre un film in modo indipendente, oltre alle evidenti e già citate difficoltà economiche?

Ci sono anche dei vantaggi notevoli. Spesso, essendo il film autoprodotto, non si ha l’obbligo di fare riferimento al produttore e pertanto si è totalmente liberi, ed è una grande possibilità. Il cinema indipendente è anche un ottimo modo per iniziare e imparare, ci sono moltissimi registi indipendenti, con piccole troupe. Non è detto che la piccola produzione abbia artisti di minore qualità, tutt’altro, spesso le maestranze del cinema si divertono di più a fare questi piccoli progetti. Tengo a precisare che il cinema indipendente non si basa solo sulle idee, ma su una collaborazione reciproca, è questa la vera forza. Basta pensare a Francesco Di Pierro, apprezzato Direttore della Fotografia. Se non si fosse creata stima e amicizia tra noi, non saremmo riusciti ad ottenere il bel risultato visivo di “Miracolo in periferia”.

Il mondo dei cortometraggi sta subendo la stessa crisi di idee che sta mettendo in difficoltà il nostro cinema?

Un buon cortometraggio funziona solo se alla basa c’è una grande sceneggiatura; essendo il film corto, l’idea deve essere veramente buona. Penso che il rischio più grande sia quello della strumentalizzazione. Mancando le buone idee, si cerca di strizzare l’occhio al pubblico e alla critica, si sceglie un problema sociale, o addirittura una malattia, e lo si sviluppa rendendolo commovente. Ma per trattare certi argomenti c’è bisogno di un regista che abbia maturato una grande esperienza, altrimenti si rischia di scivolare in un qualunquismo da due soldi e io, in tutta umiltà, non mi sento pronto a trattare problematiche così drammatiche. Ci vogliono anni e talento prima di diventare uno come Ken Loach. In gergo si dice: ci vuole uno che “graffi la pellicola”. Ma se scegli argomenti del genere e li banalizzi, alla pellicola fai soltanto una carezza. Che oggi l’interesse maggiore sia sul cinema sociale lo dimostra il Festival di Torino, che è stato molto criticato per mancanza di idee originali. È più facile, con un minutaggio ristretto, commuovere attraverso un argomento strappalacrime; è una strategia che maschera la mancanza di originalità ma allo steso tempo coinvolge emotivamente.

Difendere le proprie idee. Si può rimanere coerenti con se stessi pur sapendo che con opere più commerciali si otterrebbe più visibilità?

Il cortometraggio è un film in miniatura. Se la sua storia è buona,  essa può essere portata sul grande schermo e diventare un bel lungometraggio. Questo è il film che funziona perfettamente. Poi ci sono quei cortometraggi che riescono anche a darti una piccola emozione, una suggestione, ma sviluppati in 90 minuti sarebbero un disastro. Anche a costo di avere un riconoscimento minore rimango fedele alle mie idee. Non è questo il cinema che voglio fare. Le proprie idee, se buone, devono essere difese. Cito il caso del mio amico Francesco Sperandeo, con un corto bellissimo, “Bab al samah”, basato su una storia che si sviluppa nell’arco di molti anni, ha avuto i riconoscimenti che meritava. Con una grande regia e con attori bravissimi si riesce a mettere in scena un testo di qualità, creando un prodotto di nicchia, ma bellissimo. In questo modo si può fare la differenza mantenendo una certa coerenza di idee, senza doversi accattivare nessuno. I cortometraggi non devono essere solo una chicca emozionale, ma un film in miniatura.

 

Cortometraggi in Italia e cortometraggi a livello internazionale.

Per molto tempo il cortometraggio è stato il laboratorio del regista che doveva formarsi. Oggi c’è una grande riscoperta del corto che sembra essere un genere a se stante rispetto al lungometraggio. Questa non è una concezione che apprezzo molto perché, a mio parere, un buon corto è quello che ti porta a farne un lungometraggio. Purtroppo oggi i cortometraggi sono poco apprezzati perché è difficile far innamorare una persona con una storia di pochi minuti. All’estero i cortometraggi sono molto apprezzati e riescono a trovare spazio nei festival internazionali. Anche in Italia ci sono festival in crescita, ma ci deve essere attenzione alla storia da parte degli addetti ai lavori.

Una domando sul suo cortometraggio: “Miracolo in periferia”. Cosa può dirci su questa favola che diventa realtà giocando su più piani temporali?

“Miracolo in periferia” è la storia di una creazione letteraria che diventa realtà. Anche nel mio corto si parla di attualità, come la difficoltà economica di una famiglia, ma è stato tutto contestualizzato in una storia e non esasperato. Ho costruito la trama come un gioco di scatole cinesi: uno scrittore è seduto al tavolino e racconta al suo editore le due storie che comporranno il suo nuovo libro: quella di una giovane madre in difficoltà economiche e quella di un vecchio reduce, che rapina una gioielleria per recuperare un prezioso accendino d’oro, ultimo regalo fattogli dal fratello morto. Queste due vicende si scontrano generando un “miracolo” che avrà delle ripercussioni anche sullo scrittore, che di quelle storie è stato il creatore. È una favola a metà tra finzione e realtà, la vera natura del cinema. È stato un progetto difficile, ma grazie alla squadra che avevo intorno siamo riusciti a creare un buon prodotto. Philippe Guastella è un attore che parla con gli occhi: quando ha interpretato il vecchio è stato fantastico. Ilaria Coppini mi ha molto commosso nella sua scena con Philippe. A proposito della collaborazione tra le maestranze, facendo riferimento sempre agli attori, ci sono molti artisti famosi che preferiscono divertirsi in questi cortometraggi. Tengo a ringraziare due attori eccezionali che hanno recitato nel mio cortometraggio: Pietro de Silva e Antonio Andrisani.

La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato e colgo l’occasione per rinnovare i miei complimenti e per augurarle un nuovo successo con il prossimo lavoro che è già in cantiere.

Saluto i lettori di Europinione con un messaggio rivolto a chi vuole intraprendere l’avventura della regia: è di fondamentale importanza presentarsi volontariamente sui set e offrirsi. Prima o poi la dura gavetta ripagherà. È importante continuare a crederci.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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