8 maggio 1945: quando la Germania uscì da un incubo per affrontarne un altro

08/05/2015 di Marco Cillario

70 anni fa, i nazisti firmavano la resa. Era la fine della guerra in Europa. Per molti tedeschi, l’inizio di nuove sofferenze: i problemi della ricostruzione di intere città rase al suolo dai bombardamenti, l’occupazione, la divisione di un Paese che, già simbolo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe presto diventato l’emblema della Guerra Fredda.

Capitolazione tedesca

 

Der Tag des Jahrhunderts – il giorno del secolo: così è definita la data in cui i tedeschi firmarono la resa, l’8 maggio 1945, sulla copertina del numero dello Spiegel della scorsa settimana. Ma non c’è nessuna festa nazionale in Germania a ricordare quella data: per festeggiare si aspetta il 3 ottobre, Tag der deutschen Einheit, giorno della riunificazione, avvenuta 45 anni dopo. Basta questo per intuire quanto complesso sia stato il dopoguerra tedesco. Mentre in Germania Est l’8 maggio è stato dichiarato “Giorno della liberazione del popolo tedesco” a partire dal 1950 – in funzione soprattutto celebrativa del ruolo dell’Armata Rossa nella caduta del nazismo –, più lento è stato il riconoscimento del valore di questa data ad Ovest.  Ci sono voluti quarant’anni, fino alla metà degli Ottanta, prima che il Presidente della Repubblica federale Richard von Weizsäcker dichiarasse apertamente l’8 maggio un giorno non di sconfitta ma di liberazione. Non certo perché fino ad allora si guardasse con nostalgia al nazismo, ma perché la fine della guerra aveva lasciato un Paese talmente distrutto – non solo economicamente ma anche politicamente e culturalmente – e talmente sottomesso all’occupazione alleata – franco-anglo-americana ad Ovest, sovietica ad Est –, che non fu facile percepirlo immediatamente come la conquista della libertà, la fine dell’incubo. Ci sono tante testimonianze sul “giorno del secolo”, contenute in diari, trattati, referti di interrogatori, memorie e monografie dei suoi protagonisti – nazisti e persone compromesse con il regime, reduci dei campi di concentramento, ebrei emigrati, ma anche gente comune la cui vita era stata devastata dalla guerra e a cui un futuro sconosciuto si apriva davanti.

Un Paese distrutto. All’alba dell’8 maggio 1945, la Germania è un cumulo di macerie. Dresda è praticamente polverizzata. A Colonia resta in piedi solo il Duomo. Su Berlino, l’Armata Rossa, dopo aver circondato la città il 20 aprile, ha riversato una quantità di esplosivo superiore a quella usata in tutti i bombardamenti anglo-americani; nella capitale tedesca i nazisti hanno tentato un’ultima, disperata resistenza, reclutando nell’esercito anche i bambini e giustiziando chiunque si rifiutasse di imbracciare le armi; ma le forze sovietiche erano dieci volte superiori; ormai sconfitto, Adolf Hitler si è suicidato il 30 aprile; il 2 maggio sono cessati i combattimenti in città. Una bandiera rossa sventola sul Reichstag. Mentre a Parigi, New York e Londra si festeggia, per le strade della Germania, in mezzo ai cadaveri, dieci milioni di persone sono in cammino: verso casa, in fuga dall’Armata Rossa o dal proprio passato.

Le “tre capitolazioni”. Il territorio tedesco è occupato dalle truppe alleate. Una rappresentanza del governo nazista sopravvive però nella penisola dello Jucatan e ha il proprio quartier generale a Flensburgo, al confine con la Danimarca: gli alleati lasciano sopravvivere questo avamposto ancora per qualche giorno, perché ogni resa incondizionata ha bisogno di qualcuno che la firmi.

A Flensburgo hanno riparato gli ultimi superstiti delle gerarchie naziste. Come Karl Dönitz, il successore di Hitler alla guida del Reich, che pur avendo ricevuto dal führer l’ordine di proseguire la guerra fino alla sconfitta totale, si è ormai reso conto dell’inutilità di ulteriori combattimenti. O come l’ammiraglio Hans-Georg von Friedeburg, che da Dönitz ha ricevuto l’ordine di firmare la resa con gli alleati, e il cui nome è presente in calce alle tre capitolazioni siglate tra il 4 e l’8 maggio.

Friedeburg, a bombardamenti ancora in corso, è andato prima di tutto dal generale inglese Montgomery, che ha stabilito il suo quartier generale a Lüneburg, a sud-est di Amburgo, e che alle 18.30 del 4 maggio legge ai microfoni della BBC la resa senza condizioni delle truppe tedesche in Germania Nord-Occidentale, Danimarca e Olanda, appena firmata dall’ammiraglio tedesco. Subito dopo, Friedeburg è partito alla volta di Reims, Francia, base delle truppe statunitensi. Un’altra firma, un’altra resa senza condizioni: stavolta di tutta la Wehrmacht.

Manca solo il sigillo sovietico. Friedeburg la mattina dell’8 vola a Berlino insieme al feldmaresciallo Wilhelm Keitel e al generale della Luftwaffe Hans-Jürgen Stumpff. Un’auto dell’Armata Rossa li porta alla base URSS nel quartiere Karlshorst, dove si trovano anche rappresentanti delle forze britanniche e statunitensi. Dopo un’attesa durata un intero pomeriggio per problemi nella traduzione del trattato tra l’Inglese e il Russo, ai tre tedeschi viene presentato il testo da firmare. La mezzanotte è passata da 16 minuti, ma il documento sarà retrodatato all’8 maggio. Dopo cinque anni, otto mesi e 50 milioni di morti, la guerra in Europa è finita.

La fine degli ultimi protagonisti della Germania sconfitta. Il “governo di Flensburgo” ha ormai assolto i compiti per i quali ne era stata permessa l’esistenza: resta in piedi fino al 23 maggio, quando un’unità britannica raggiunge la scuola della marina, sede del governo, per prenderne possesso. Gli ultimi esponenti della Germania sconfitta sono ormai prigionieri di guerra: diversi destini li attendono. Dönitz, Stumpff e Keitel saranno processati a Norimberga. Il primo, riconosciuto colpevole di crimini di guerra, sconterà 10 anni di carcere; morirà nel 1980. Stumpff sarà rilasciato già nel 1947 e morirà nel 1968. Keitel, dichiarato responsabile di crimini contro l’umanità, sarà condannato a morte e impiccato il 16 ottobre 1946.

Per Friedeburg, il firmatario delle tre capitolazioni, le cose vanno diversamente. Si è già fatto un’idea di cosa lo aspetta, sa di essere troppo compromesso con il regime nazista. Quando i soldati britannici lo stanno per prelevare da Flensburgo, chiede di poter controllare se ha scordato qualcosa in lavanderia. Gli viene concesso. Non vedendolo tornare, gli inglesi vanno a controllare cosa stia succedendo. Lo trovano steso a terra: ha appena ingerito una capsula di cianuro.

Altre sofferenze. Finisce così il regime nazista. Per i tedeschi, soprattutto quelli dell’Est, comincia un’altra epoca travagliata: il Paese resterà terra di occupazione per francesi, inglesi, americani e sovietici per altri 4 anni, fino alla nascita delle due Germanie; spietate vendette saranno attuate dai soldati dell’Armata Rossa: due milioni le donne stuprate; milioni di persone fuggiranno verso Ovest; Berlino diventerà il simbolo della Guerra Fredda tra Usa e Urss, prima con il blocco imposto dai sovietici tra il ’48 e il ’49, che porterà il mondo sull’orlo di una nuova guerra, poi con il Muro, eretto nel ‘61. Solo il 3 ottobre 1990, con il crollo dell’Urss, il Paese ritroverà la propria unità.

Ed è quello il giorno che in Germania si festeggia davvero, come la fine di quella lunga scia di drammi che, iniziata con l’avvento al potere del nazismo nel 1933, ha occupato la maggior parte della storia tedesca del Novecento.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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