L’ Argentina al collasso rischia un nuovo default

02/07/2014 di Alessandro Mauri

Un'analisi delle cause che stanno portando l'Argentina verso il secondo fallimento in pochi anni

La storia si ripete e l’Argentina è ad un passo dal fallimento, dopo la sentenza della Corte di Giustizia USA che ha bloccato il pagamento dei creditori, decretando il sostanziale default. Restano 30 giorni per trovare un compromesso ma la situazione, originatasi nel 2001, sembra oramai irrecuperabile.

Tango Bonds – Già nel 2001 il Paese Sudamericano era andato incontro ad un clamoroso fallimento, con una ristrutturazione del debito a condizioni estremamente sfavorevoli per i risparmiatori che avevano investito in Argentina, compresi moltissimi italiani, convinti della buona situazione economica del Paese. Con la ristrutturazione del debito infatti si ridiscutono e modificano le condizioni del contratto, con particolare riferimento alle cedole e al capitale da rimborsare a scadenza: se si accettava il nuovo corso del debito, per evitare lunghe e difficoltose procedure nei tribunali, l’accordo prevedeva un rimborso a scadenza pari al 30% del valore effettivo investito. Negli scorsi anni erano seguite altre due ristrutturazioni, nel 2005 e nel 2010, ma sembra che non siano state sufficienti per permettere a Buenos Aires di onorare gli impegni assunti con i creditori. A peggiorare una situazione già di per sé molto complicata e difficile, la sentenza della Corte di Giustizia Americana, che potrebbe provocare – se non saranno trovate soluzioni nel prossimo mese – il fallimento dell’Argentina.

La Presidente Argentina, Cristina Kirchner

Sentenza controversa – Il giudice americano Thomas Griesa, che si è sempre distinto per le sue posizioni intransigenti a favore degli investitori, ha bloccato il pagamento di 539 milioni di dollari fatto dall’Argentina all’intermediario Bank of New York Mellon, che sarebbe servito per pagare una parte degli investitori che avevano accettato la ristrutturazione. Secondo questa controversa ordinanza infatti il governo argentino non potrebbe pagare solo i creditori che hanno accettato il concambio, ma dovrebbe rimborsare in via preventiva coloro i quali, tra cui numerosi hedge funds, non accettarono la ristrutturazione e a cui spetterebbe, di conseguenza, il rimborso integrale del debito. Gli avvocati che difendono l’Argentina stanno continuando a cercare una soluzione negoziale della disputa con i fondi che permetta di ridurre l’esposizione o quantomeno di “spalmare” il debito residuo su un periodo di tempo più lungo e, quindi, più sostenibili per le casse dello Stato, mentre il ministro dell’Economia, Alex Kicillof, aveva definito senza mezzi termini “avvoltoi” i fondi di investimento americani che “stanno spingendo l’Argentina al default”. Se la sentenza dovesse essere estesa a tutti i possessori di bond non ristrutturati (compresi gli investitori italiani) l’esborso totale passerebbe, per la sola quota interessi, da 1,5 a 15 miliardi di dollari, cifra difficilmente sostenibile, dato che le riserve argentine raggiungono a stento i 28-30 miliardi di dollari.

Mercati preoccupati – Le ripercussioni sui mercati finanziari non si sono fatte attendere e la fuga di capitali da Buenos Aires, già avviata da tempo, continua inarrestabile. I Credit Default Swap, ovvero titoli derivati che rappresentano una sorta di garanzia in caso di fallimento dell’emittente, sono saliti del 20%, e ciò lascia trasparire la scarsa probabilità di successo (almeno nell’opinione degli analisti) delle trattative che dovranno portare a un accordo, o al fallimento, entro 30 giorni.  Inoltre, se l’Argentina decidesse di pagare i fondi così come previsto dalla sentenza, rischierebbe di violare una clausola contrattuale dei Tango bond che consente a chi ha accettato la ristrutturazione di ottenere lo stesso trattamento, se migliore, di coloro che non l’hanno accettata. Una situazione a dir poco complessa.

Gestione dissennata – Viene da chiedersi che cosa possa portare un Paese a un nuovo fallimento dopo tre ristrutturazioni del debito (2001, 2005, 2010) in poco più di tredici anni, dal 2001 a oggi. La risposta sta nella totale insensatezza delle decisioni economiche prese dalla Presidente Cristina Fernandez de Kirchner: anni di concessioni, sussidi e aiuti a chiunque, di utilizzo della spesa pubblica senza alcun ritegno, di deficit fiscali, ma soprattutto commerciali, elevatissimi, che hanno comportato la fuoriuscita pressoché totale di valute pregiate (specialmente il dollaro) e una svalutazione reale del peso senza precedenti. La tendenza del governo a manipolare i dati macroeconomici ha portato poi ulteriore incertezza in una situazione già di per sé complicata, con l’azzeramento dell’autonomia della Banca Centrale e la nazionalizzazione di alcune imprese, specie petrolifere. Nel complesso dunque, anche se si trovasse un accordo, la situazione lascia pensare che non ci sia in ogni caso un futuro roseo per l’economia dell’Argentina e che essa sia destinata ad un lungo declino se non si invertirà in breve tempo la rotta, anche con l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale.

La lezione che si può apprendere dal caso Argentino è che non è possibile lasciare che la politica prenda il totale sopravvento sull’economia, e che i problemi non vanno nascosti né ignorati, ma affrontati prima che diventino ingestibili. Una lezione che pare scritta apposta per l’Italia che ha, forse, ancora il tempo di agire.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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