Padoan – Lampi di realtà

06/10/2014 di Federico Nascimben

Dichiarazioni di Padoan sul quadro macroeconomico negativo e sull'implementazione del Fiscal Compact, unite ad alcune novità sulla futura legge di stabilità alla luce dell'aggiornamento del DEF ci segnalano come qualcuno stia bussando alla porta

Nella settimana appena trascorsa vi sono stati alcuni “lampi di realtà“, pronunciati dal Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, alla conferenza interparlamentare sul Fiscal Compact. A ciò, inoltre, si sono aggiunte alcune interessanti novità sulla struttura della prossima legge di stabilità. Ma andiamo con ordine.

Anzitutto, la situazione macroeconomica di contesto è peggiore del previsto, particolarmente pesante in Italia a causa di fattori strutturali, e per tornare ai valori pre-crisi richiederà molto tempo, a meno dell’improbabile implementazione delle note riforme e di un robusto intervento a sostegno della domanda. Sul tema, così si esprime il Ministro Padoan:

“Abbiamo di fronte a noi una combinazione molto preoccupante, fatta di bassa crescita, scarsi investimenti, alta disoccupazione, bassa o nulla inflazione in un contesto in cui il debito rimane elevato. […] Le stime di crescita sono state eccessivamente ottimistiche fino a pochi mesi fa. La crescita si è dovuta spostare più in là nel tempo e alcune cause non sono state ben comprese. I problemi che abbiamo di fronte sono più profondi di un semplice andamento ciclico”

Pier Carlo Padoan, Ministro dell'Economia.
Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia.

In merito al Fiscal Compact, anche qui il Ministro prende atto della realtà e, come sostenevamo da tempo, la forte “politicità” del documento fa sì che questo sia fatto appositamente o per non essere applicato o per venire interpretato piuttosto liberamente:

“Il Fiscal Compact è stato concepito in un quadro macroeconomico più favorevole, andrebbe tenuto conto delle difficoltà del quadro e delle circostanze eccezionali soprattutto di alcuni Paesi [sottinteso ‘come il nostro’, ndr]. Questo strumento va reso più potente e orientato alla crescita”

Riguardo alla legge di stabilità, alla luce dell’aggiornamento del DEF, partiamo dalle segnalazioni di Tito Boeri e Massimo Bordignon (B&B) e Mario Sensini sul Corriere. In particolare quest’ultimo articolo presenta molti spunti che ci permettono di capire quanto poco se ne farà della spending review di Cottarelli e dei 20 miliardi di tagli annunciati da Renzi. La conseguenza, come ampiamente prevedibile, sarà che i contribuenti italiani vedranno un aumento della pressione fiscale dovuta all’ormai certa revisione del sistema di tax expenditures per almeno un miliardo di euro. Inoltre – sottolinea Sensini -, “per il 2016, è spuntata fuori una clausola di salvaguardia che prevede un aumento dell’Iva e delle imposte indirette per 12,4 miliardi destinata a garantire il raggiungimento del pareggio, che nel 2017 sale a 17,8 e nel 2018 a 21,4 miliardi di euro”. Ma non escludiamo altre sorprese.

Nella nota di aggiornamento al DEF i tagli di spesa per il 2015 si fermano a 5 miliardi, a cui si aggiungono 240 milioni di euro in un biennio derivanti dalla riduzione del 3% del budget ministeriale. La maggior parte delle risorse (circa 11 miliardi) verrà ricavata in deficit, grazie ad una decisione presa unilateralmente (un po’ sull’esempio francese), come spiegano B&B:

“La soglia del 3 per cento sul disavanzo sarà (appena) rispettata sia per il 2014 che 2015, ma lasciando peggiorare l’obiettivo rispetto alla legislazione vigente (il quadro tendenziale è migliore di quello programmatico)  e sfruttando appieno la riduzione della spesa per interessi senza utilizzarla, come si dovrebbe, per ridurre il debito. Si potranno, così recuperare altri 10-11 miliardi di spazio fiscale. Quel che conta di più è che l’Italia, dopo la Francia, unilateralmente dichiara di abbandonare gli obiettivi sul saldo strutturale e sul rientro del debito imposti dal fiscal compact e dalle regole europee, posticipando al 2017 il raggiungimento dell’equilibrio strutturale”

In definitiva, la nota positiva è che – al netto delle continue dichiarazioni propagandistiche che propongono un ottimismo di maniera – vi è una velata presa d’atto delle drammatiche condizioni economiche, seppur taciuta pubblicamente. Se il primo passo è stato quello di rimandare gli obiettivi su bilancio strutturale e rientro del debito, come sottolineato da B&B, a questo punto, la realtà ci spingerà inevitabilmente a sforare il 3%, compiendo così il secondo passo. Rimane però l’annosa questione dell’incapacità di portare a compimento una strutturale riduzione e riqualificazione della spesa pubblica per abbassare l’insopportabile pressione fiscale su famiglie e imprese, senza perciò dover ricorrere a nuovo deficit.

Quanto evidenziato comporta ovviamente delle conseguenze:

 1 – Una legge di stabilità così strutturata dovrà passare il vaglio della Commissione europea. Ce la farà ad uscirne indenne? Difficile.

2 – Gli interessi sul debito oggi sono artificialmente bassi perché la sensazione è che dietro vi sia la Bce di Draghi. Disavanzi eccessivi e debito elevato devono naturalmente tenere conto che questa aspettativa possa modificarsi in futuro, e che si vada a sbattere contro l’insostenibilità di un sistema così concepito.

Inoltre, la composizione della maggioranza e delle nostre istituzioni politiche, di base, rendono particolarmente difficile il percorso del Governo. Infatti, Renzi ad oggi non ha portato a casa nessuna riforma strutturale. La scelta di iniziare con Senato, Titolo V e legge elettorale è stata molto importante in un’ottica di maggiore governabilità, di razionalizzazione dell’azione dell’esecutivo e delle diverse competenze. Ma per l’approvazione delle prime due non se ne parla prima della fine del 2015, così come per la riforma del lavoro. E sempre al netto della solita instabilità italiana.

Ad ogni modo, sono delle scelte che politicamente hanno un senso anche e soprattutto come contropartita da presentare a Bruxelles. Ma la cosa più conveniente, a questo punto, sarebbe l’apertura di un vero e proprio negoziato con l’Europa, prima che la situazione esploda definitivamente, e fintantoché sia possibile trattare da una condizione di forza (seppur relativa). In cambio ci verrebbero concesse maggiori risorse nel breve periodo. Anche e soprattutto perché il secondo passo, di cui si parlava prima, ci verrà imposto dalla realtà. Sarebbe quindi opportuno offrire delle garanzie ai mercati e agli italiani.

Ma voliamo basso e ci rendiamo conto delle difficoltà e della cecità di molti.

PS: la proposta del TFR in busta paga, così come finora concepita, non ci sembra invece molto sensata. Per provare a fare un “80 euro bis” si rischia fortemente di penalizzare la liquidità delle Pmi e la previdenza complementare; senza contare che le ipotesi allo studio per fornire una sorta di garanzia pubblica su quanto dovrebbe essere mensilmente erogato dalle aziende non sembrano tenere conto di quanto andrebbe ad impattare su deficit e debito, oltre ad avere una costruzione piuttosto fantasiosa e barocca. La proposta, piuttosto, offre una misura della drammaticità della situazione e di alcune proposte a cui si arriva per non provare veramente a mettere mano dove serve.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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