L’alleanza contro la riforma costituzionale manda in soffitta l’antiberlusconismo

19/07/2016 di Edoardo O. Canavese

Grillini, bersaniani, forzaleghisti, cui aggiungere da oggi i centristi dell’Udc. Ma anche giuristi, giornalisti, intellettuali. Il fronte per il NO al referendum costituzionale sta unendo anime storicamente contrapposte della classe dirigente, pronti a superare (per poi forse riprenderle) divisioni ventennali nel nome dell’antirenzismo.

Referendum

C’è tanta voglia di D’Alema. Nonostante non ricopra alcun ruolo istituzionale, e gli restino marginali responsabilità di partito, è frequente trovarlo nei salotti televisivi o sulle colonne dei giornali. Qui infatti, pungolato ad arte dagli intervistatori, si lancia in polemiche invettive contro il premier nonché suo segretario di partito. In un certo senso tv e giornali hanno restituito una certa dignità politica a D’Alema, precipitata dagli stessi fin dal tradimento dei 101 contro Prodi, oggi esaltata in chiave antirenziana. Le stilettate dell’ex premier contro il successore, del baffetto brizzolato contro il rampante rottamatore, solletica il giornalismo perché rimescola la politica italiana intorno alla nascita di un fronte avverso al presidente del Consiglio. E alla scomparsa dell’antiberlusconismo.

Ancora non è dato sapere quando cadrà la data del referendum costituzionale. Verosimilmente tra ottobre e novembre gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul primo (e forse ultimo) confronto elettorale tra renziani ed antirenziani. Ma qualcuno mormora che a Palazzo Chigi si stia facendo di tutto per rinviare la data di quache mese. Responsabile per buona parte della personalizzazione del referendum è lo stesso presidente del Consiglio che ha promesso di dimettersi in caso di vittoria del NO. Giustificata come “atto dovuto”, una scelta che voleva apparire sintomo di serietà politica legittima invece la sensazione di un referendum sulla sua persona. E data la varietà dei partecipanti al fronte antirenziano, da Matteo Salvini ad Alberto Asor Rosa, da Maurizio Landini a Maurizio Gasparri, è lecito considerare l’ostacolo dell’antiberlusconismo ormai dissolto.

Berlusconi, nonostante l’iniziale (e fondamentale) impegno alla realizzazione della riforma costituzionale, ha formalizzato l’adesione di Forza Italia per il fronte del NO. Il suo voto contro il ddl Boschi sarà emulato da Marco Travaglio, Peter Gomez, Stefano Rodotà. Alcuni tra i più fervidi esponenti dell’antiberlusconismo fanno fronte comune con Berlusconi. La ventennale contrapposizione tra berlusconismo ed antiberlusconismo cade davanti alla constatazione più volta esternata da esponenti della sinistra, come Landini e Nichi Vendola: Renzi è peggio di Berlusconi. E’ peggio, o per meglio dire più scomodo, perché è riuscito dove nessuno, non Berlusconi, non Prodi, non Craxi, sono mai riusciti: nella riforma costituzionale. Una riforma annosa e doverosa, congelata di fronte allo scoglio referendario ma soprattutto alla considerazione della Costituzione come testo immutabile. L’attivismo di Renzi in tema costituzionale, così come in tema economico, ha fatto scattare il piano d’emergenza tra le file della sinistra “storica”: con Berlusconi, contro il cambiamento, qualsiasi esso sia.

In effetti il problema non è la riforma costituzionale. A proposito dell’opposizione di D’Alema e di Berlusconi, è possibile trovare traccia della loro eredità politica nel ddl Boschi. Il problema vero è Renzi. In un orizzonte politico che si è abituato alla personalizzazione della scena, Renzi si è rivelato troppo agile e a suo agio nel vizioso Parlamento per essere considerato una meteora della politica. Renzi ha avuto la forza di monopolizzare uno scenario politico in grave crisi e di usarlo per i propri scopi legislativi, in barba ai partiti sempre più deboli. Dopo due anni di protagonismo il premier attraversa un periodo negativo, che ha rivitalizzato gli altri attori del sistema. La scadenza referendaria e la scelta del premier di farne il viatico della propria carriera hanno permesso agli avversari, per ragioni diverse accumunati dall’eliminazione di Renzi, di riorganizzarsi.

Nel Pd ci sono due anime antirenziane: gli antirenziani della prima ora, quelli che mai si sono arresi alla sua scalata, e i renziani pentiti, quelli che siedono al suo fianco al governo ma che già riflettono sulla possibilità di considerare il loro leader non più una risorsa, bensì un fardello.  Al di fuori del Pd nessuno ha interesse che Renzi sopravviva al referendum. A destra e sinistra un riequilibrio secondo la contrapposizione classica berlusconismo-antiberlusconismo accontenterebbe i più, mentre il M5S potrebbe godere di quella stessa febbre da novità di cui godette in principio il premier. Nel Paese intanto monta una viscerante insoddisfazione per il governo, inchiodato dai risultati nell’ultimo turno elettorale e dall’eco mediatica su di uno Stato inefficiente, estremamente bisognoso di riforme.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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