L’accordo sul nucleare iraniano: storia e conseguenze

17/07/2015 di Elena Cesca

L’accordo sul programma nucleare di Teheran, raggiunto martedì scorso a Vienna dopo 21 mesi di negoziati e una disputa lunga 13 anni, può essere riassunto in una parola: “Fiducia”.

Nelle parole dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, è stato un accordo storico che mira a “rafforzare la fiducia” tra i paesi, mentre il presidente Barack Obama ha tenuto a sottolineare che il nuclear dealnon si basa sulla fiducia, ma sulle verifiche. Ciò non solo ad indicare la possibilità, si spera quanto più remota possibile, di una violazione dell’accordo, ma anche e soprattutto a ribadire la condivisione delle preoccupazioni espresse in Medio Oriente da Israele e dagli Stati del Golfo, relativamente al sostegno dell’Iran al terrorismo e il suo uso della proxy war per destabilizzare la regione.

Un passo indietro: mancanza di fiducia e Iranfobia. La vicenda sul programma nucleare iraniano gira intorno ai dubbi e alle inesattezze dietro i suo reali intenti, militari o pacifici. Iniziato negli anni ’50, il programma è, infatti, divenuto noto nel 2002, quando un gruppo all’opposizione rivelò alcune attività segrete, tra cui quella della costruzione di un impianto di arricchimento dell’uranio e di un reattore ad acqua pesante, utili nella costruzione delle armi nucleari. Correva l’anno 2003 quando Francia, Germania e Regno Unito iniziarono ad impegnarsi nel tentativo di risolvere la questione anche nel quadro di un processo europeo e sotto il coordinamento, l’anno seguente, dell’Alto rappresentante Ue per la politica di sicurezza, all’epoca Javier Solana. Un relativo arenarsi della questione portò, nel 2006, alla formula P5+1, che vide l’entrata nelle trattative di Stati Uniti, Cina e Russia in qualità di membri del Consiglio di sicurezza Onu. Da allora, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) ha condotto dei controlli per cercare di capire se Teheran pianificasse di sviluppare armi nucleari e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha nel tempo adottato 6 risoluzioni e imposto delle sanzioni al fine di fermare il programma iraniano di arricchimento dell’uranio. Alle sanzioni ONU si sono aggiunte nel 2012, quelle degli Stati Uniti e l’embargo dell’Unione Europea sulle importazioni di petrolio iraniano, che appaiono esser state il motivo scatenante della ripresa del dialogo, insieme all’elezione, nel giugno 2013, del nuovo presidente Hassan Rouhani e alla mediazione dell’Oman. I negoziati, questa volta sotto la guida di Catherine Ashton, sono susseguiti fino all’arrivo ad un piano d’azione comune nel novembre 2013, un accordo provvisorio, il Joint Plan of Action che prevedeva l’alleggerimento delle sanzioni in cambio del congelamento temporaneo del programma.  Il rinvio e l’approvazione definitiva è giunta solo martedì 14 luglio anche grazie all’azione diplomatica dell’alto rappresentante Mogherini.

Le sanzioni e gli aspetti economici. In vigore dal 20 gennaio 2014, e prorogato per due volte fino al 30 giugno 2015, il JPA ha senza dubbio contribuito all’accettazione da parte dell’Iran delle restrizioni all’ampliamento del suo programma nucleare in cambio di sanzioni modesto sollievo. Le sanzioni internazionali sui settori chiave energetico e finanziario dell’Iran hanno, infatti, causato un calo delle esportazioni del greggio iraniano passando da circa 2,5 milioni di barili al giorno nel 2011 a circa 1,1 milioni di barili al giorno a fine 2013; è stata stimata una riduzione del 5% nel 2013 dell’economia iraniana e una ristrettezza delle capacità dell’Iran di procurarsi materiale per i programmi nucleare e missilistico, nonché dell’import di armi convenzionali. Tutto questo ha influito non solo sull’economia più strettamente iraniana, ma ha finito per intaccare settori importanti delle economie in contatto con quella di Teheran.

Minori sanzioni, ora, infatti, non solo permetterebbero un ritorno dell’afflusso di greggio iraniano nel mercato, in quantità stimata tra i 250 e i 500mila barili al giorno, ma comporterebbero una pressione al ribasso sul prezzo medio del greggio. Una diminuzione del prezzo del petrolio creerebbe una pressione rialzista sul dollaro e ribassista sull’euro e potrebbe non risultare del tutto negativa sull’andamento della borsa europea, con probabili vantaggi sulle esportazioni che potrebbero interessare anche le imprese italiane che, nell’interscambio commerciale con Teheran, potrebbero recuperare tra i 3 e i 4 miliardi di euro.

Tuttavia, anche nel caso economico-energetico l’approccio cautelativo statunitense non sembra essere inopportuno. Agenzie israeliane, sulla base dei rilevamenti marittimi sviluppati dalla startup petrolifera israeliana Windward, avrebbero rivelato in questi giorni l’esistenza di un magazzino iraniano in mare, con 50 milioni di barili di petrolio su navi cisterna lunghe 280 metri nel Golfo. Si tratta di una quantità molto maggiore a quella stimata dai maggiori osservatori occidentali, mai dichiarata agli Stati Uniti o al mercato mondiale del greggio e che andrebbe oltre quei tre milioni di barili al giorno (pari al 4 per cento dell’output mondiale) che l’Iran può produrre in base a quanto consentito dalle sanzioni. Va ricordato che l’Iran vanta il 10 per cento delle riserve petrolifere mondiali e il 18 per cento di quelle di gas naturale, è tra i principali fornitori di Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Turchia, a livello europeo, di Italia, Spagna e Grecia e avrebbe, soprattutto, recentemente raggiunto le conoscenze tecniche per la produzione di catalizzatori sensibili e complessi delle raffinerie, interrompendo il monopolio degli Stati Uniti nella produzione del prodotto strategico per l’industria petrolifera.

La reazione di Israele e i timori in Medio oriente. Nella sua reazione di martedì scorso, Israele, primo avversario di Teheran nella corsa al primato regionale, ha parlato di errore di portata storica, in quanto l’accordo segnalerebbe la “resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran”. Affetto dalla sindrome dell’isolamento e dell’insicurezza, infatti, il timore più grande di Israele, paese che nell’area mediorientale insieme al Pakistan è dotato di testate nucleari, è che ora l’Iran possa finanziare i gruppi che sostiene in Iraq, Siria, Libano, dunque il terrorismo sciita degli Hezbollah. Si teme anche che il successo di Teheran possa alimentare la frattura sciiti-sunniti e inasprire i rapporti con i paesi sunniti direttamente o per procura (si veda il caso Yemen), addirittura essere motivo per i fedeli sunniti di sposare le cause estremiste jihadiste, nonché radicalizzare il fonte antigovernativo siriano o, di converso, rafforzare il regime di Assad in favore del quale l’Iran non avrebbe cessato la fornitura di ari nemmeno in periodo di sanzioni. Dal fronte statunitense, il Partito Repubblicano in standing ovation in occasione dell’audizione al Congresso USA del primo ministro Netanyahu lo scorso marzo, si è opposto all’accordo, a sia nel discorso pubblico che in un’intervista rilasciata al New York Times, il presidente Barack Obama ha sostenuto che, dinanzi ad un respingimento dell’approvazione da parte del Congresso, porrà il veto presidenziale per evitare di arenare gli sforzi intrapresi in questi mesi.

L’assicurazione per Israele. Intanto sempre tramite il New York Times, Giora Eiland, ex consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, fa trapelare che le capacità  (batterie, radar e missili) per il sistema di difesa antimissile Arrow dovrebbero essere “la priorità numero 1” nell’ambito delle “compensazioni” politiche e di difesa che gli Stati Uniti dovrebbero fornire ad Israele, in risposta alle preoccupazioni che solleverebbe la rimozione delle sanzioni in caso di osservanza da parte dell’Iran dell’accordo sul nucleare. Sarebbe utile comprendere, a questo punto, se tale assistenza alla sicurezza rientri nei termini dell’accordo tra Israele e Stati Uniti entrato in vigore nel 2009 e in scadenza nel 2018, ovvero un memorandum d’intesa basato su 3 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte dei quali viene utilizzato da Israele per acquistare materiale militare americano, inclusi i componenti per la difesa missilistica. Sempre il NYT ricorda che nei colloqui tra le due nazioni che avrebbero preceduto il raggiungimento sull’accordo, Israele avrebbe chiesto tra i 4,2 e i 4,5 miliardi di dollari all’anno per i prossimi 10 anni a garanzia del mantenimento della sua sicurezza.

Roll-back e GCC.  Se l’obiettivo è un roll-back sulle mire espansionistiche di Teheran, allora bisogna passare attraverso un’integrazione di sicurezza generale, ossia bloccare lo Stato Islamico attraverso quel rafforzamento della fiducia tra gli Stati auspicato da Federica Mogherini, ma anche attraverso una più inclusiva architettura nel Golfo, laddove il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti) dovrebbe evolversi in un’alleanza di difesa collettiva che funga da deterrente concreto capace di frenare la vecchia Persia, preveda un meccanismo multilaterale per la gestione delle crisi e la prevenzione dei conflitti, nonché sappia meglio sfruttare le quote di sicurezza nella regione detenute da potenze esterne come Cina, India, Giappone, Russia, Stati Uniti e Unione Europea.

Il terreno della collaborazione. L’accordo sul nucleare iraniano, che in caso di piena osservanza potrà garantire un periodo di maggiore serenità almeno per una quindicina d’anni, giunge in una fase molto particolare sia dell’Iran che del Medio Oriente. Nel primo caso, tra un anno vi saranno le elezioni parlamentari e quelle dell’assemblea degli esperti, ossia quel gruppo incaricato di determinare il successore della Guida Suprema, Khamenei. Ciò a ricordare che la struttura del potere iraniano crea una strana dicotomia nell’analisi della sua leadership tra un Presidente con potere popolare, un’autorità “reale”dell’Iran, e il leader supremo con potere teocratico.

Dall’altra l’accordo si inserisce in un’area, quella del Medio Oriente, dove gli stati con i confini tracciati con i righelli nel XX secolo sono minacciati da uno stato che si è autoproclamato e che all’espansionismo sciita contrappone un blocco sunnita fanatico, radicale che mistifica i valori, i mezzi e gli intenti autentici della fede musulmana. La riapertura con Teheran, quindi, dovrebbe essere motivo non solo per l’occidente di dotarsi di un attore regionale con il quale discutere di priorità comuni, quale l’avanzata dello Stato Islamico, ma anche occasione per ben calcolare le prossime mosse nei confronti del regime di Assad, le dimensioni interne di attori importanti come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita. Il blocco dell’ISIS, infatti, necessita di un accordo vasto che includa le minoranze alawita, curda e cristiana da una parte, ma anche le forze legate al regime di Assad, nonchè quelle più moderate legate alla Fratellanza Mussulmana. Un tale approccio richiede la collaborazione dell’Iran come dell’Arabia Saudita, degli Emirati, dell’Egitto, senza dimenticare la Turchia e la Russia. Player fondamentale saranno ancora gli USA che si sono schierati contro l’insorgenza Houthi in Yemen e che ora dovranno saper contenere e combattere le forze dell’ISIS tramite Teheran, le cui spinte espansioniste saranno placate da Washington attraverso il contenimento di Riad nella propria corsa al nucleare, oltre che continuare ad assicurare la sicurezza di Israele. In altre parole, tornando all’incipit di questo articolo, il riassestamento della situazione regionale non potrà prescindere ancora una volta dalla fiducia nel ruolo che Washington giocherà. L’americano leading from behind è ancora lontano.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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