L’accordo Italia-Svizzera e la stretta agli evasori

13/01/2015 di Alessandro Mauri

L'accordo Italia-Svizzera segna una svolta nella lotta all'evasione e un punto a favore del rientro dei capitali portati oltreconfine

Tempi duri per coloro che hanno occultato capitali in Svizzera: pur di non entrare nella “black list” dei paradisi fiscali, Berna sta intraprendendo numerose iniziative per aumentare la trasparenza del proprio sistema bancario e per interrompere il flusso di fondi derivanti da frodi fiscali.

Contro le frodi fiscali – In previsione del più ampio accordo che è stato raggiunto in questi giorni con l’Italia, la Svizzera aveva già iniziato lo scorso dicembre a dichiarare guerra ai fondi illeciti detenuti presso le proprie banche. Qualunque operazione bancaria e non (dai bonifici alle donazioni), derivante da evasione o frode fiscale superiore ai 300.000 franchi l’anno, comporterà automaticamente la classificazione della stessa come riciclaggio, e sarà pertanto penalmente perseguibile. Una svolta molto importante, se si tiene conto del fatto che la Svizzera ha sempre chiuso un occhio verso questo tipo di operazione, in qualche caso anche approvandole tacitamente, pur di garantirsi un notevole flusso di capitali dall’estero. Tanto più che questa norma vale non solamente per i soggetti residenti in Svizzera, ma anche per i soggetti residenti all’estero che decidono di aprire, o che già detengono, un conto corrente (ma anche un portafoglio titoli, una partecipazione in un fondo, nonché metalli e oggetti preziosi) in una delle banche rossocrociate. Scatta quindi, dal 1° febbraio 2015 l’obbligo per tutti gli intermediari finanziari di denunciare all’Ufficio federale antiriciclaggio i casi di sospetto di frode al fisco sia nazionale che straniero.

Secondo le diverse stime, i capitali italiani in Svizzera si aggirerebbero tra i 100 e i 200 miliardi di Euro

Evitare la black list – Il motivo principale che ha spinto la Svizzera ad una svolta così eclatante nella sua politica di gestione dei capitali provenienti dall’estero e nella lotta all’evasione fiscale internazionale è l’imminente esame dell’ OCSE sui paesi a rischio Black list. Si tratta di un elenco di paesi considerati “paradisi fiscali”, su cui vengono fatte gravare una serie di penalizzazioni e limitazioni in ambito sia contabile che fiscale per tutti i soggetti stranieri che decidono di investire nei paesi compresi nella lista. Appare dunque evidente che un Paese come la Svizzera, basato fortemente sull’internazionalizzazione dell’economia e del sistema finanziario, nonché infinitamente più grande e complesso degli altri paradisi fiscali (per esempio le Isole Cayman o Nassau), non possa assolutamente permettersi un isolamento internazionale.  Per questo motivo, per garantirsi un’immagine migliore, nuove e più stringenti norme saranno applicate anche ai commercianti, che dovranno anch’essi segnalare all’Ufficio antiriciclaggio i pagamenti sospetti per l’acquisto di beni di lusso. Valutazioni analoghe verranno applicate per i detentori di azioni al portatore.

L’accordo con l’Italia – In questa ottica rientra anche l’accordo raggiunto con l’Italia per la Voluntary Disclosure, e che dovrebbe portare anche ad un accordo per lo scambio di informazioni e comunicazioni. In cambio del rientro dei capitali italiani in Svizzera (che comporteranno sanzioni piuttosto leggere), e ad un più congruo scambio di informazioni, Berna dovrebbe ottenere da Roma l’esclusione dalla Black list italiana, anche se ciò potrebbe arrivare in un secondo momento. L’elemento in questo caso più importante è la possibilità di portare in deduzione i costi cosiddetti “black list” per le imprese che intrattengono rapporti commerciali con società elvetiche, incentivando un aumento delle relazioni tra i due paesi. Ancora da verificare se le scambio di informazioni sarà retroattivo, cioè riguarderà anche posizioni anteriori alla data di stipula dell’accordo, dal momento che secondo le convenzioni sui trattati internazionali questo non potrebbe essere previsto dal trattato, ma probabilmente si troverà il modo di aggirare la questione.

Il nodo frontalieri – Infine potrebbero esserci novità anche per quanto riguarda le norme sulla tassazione dei frontalieri italiani che lavorano in Svizzera. Attualmente è previsto che il frontaliere sia sottoposto a tassazione in Svizzera, la quale poi trasferisce all’Italia il 38,8% delle imposte ricevute (sono i cosiddetti ristorni). Ora Berna vorrebbe eliminare i ristorni, per cui l’ipotesi è quella di uno spitting fiscale, vale a dire una parte del reddito, presumibilmente attorno al 70%, sarà tassata in Svizzera, mentre il restante sarebbe direttamente tassato in Italia. Il rischio è quello di un aumento della tassazione complessiva a carico dei frontalieri, ma è evidente come gli interessi nazionali che si celano dietro ad un accordo a tutto tondo con la Svizzera prevalgono di gran lunga su quelli di coloro che vivono in Italia e lavorano oltreconfine.

L’importantissimo accordo tra Italia e Svizzera, oltre a garantire il rientro almeno di parte dei capitali, permette finalmente di chiudere una porta attraverso la quale ingenti risorse venivano sottratte alla collettività tramite evasione. Certamente si troveranno altri metodi e altri Paesi dove esportare capitali illeciti, ma sicuramente non si avrà più la comodità di avere una cassaforte sicura a due passi da casa.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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