L’accordo su Alitalia, all’italiana

14/07/2014 di Federico Nascimben

La vicenda sembra giunta al capolinea (ma anche no)

Dopo diversi mesi di trattative, settimane “decisive e conclusive”, e di rinvii, l’accordo fra Alitalia ed Etihad – la compagnia aerea degli Emirati Arabi Uniti – per l’acquisizione del 49% della società italiana, grazie ad un investimento di 560 milioni di euro, si chiuderà con ogni probabilità (ma sempre al netto di ulteriori sorprese) martedì 15 luglio.

Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Della storia della Compagnia aerea italiana avevamo già scritto: già salvata dal fallimento nel 2008 grazie ad una privatizzazione farlocca, a fine 2013 si è ritrovata in una nuova situazione di gravissima crisi di debito e liquidità (secondo alcune fonti le perdite giornaliere ammontano a ben 700 mila euro) che ha portato all’ingresso in società di Poste Italiane. Si è così arrivati alla trattativa con Etihad che ha portato all’accordo del 25 giugno, il cui contratto dovrebbe essere definitivamente sottoscritto martedì 15 luglio.

Alitalia conta oltre 12 mila dipendenti, e dopo i famosi sette anni (sette) di cassa integrazione garantita a 7 mila dipendenti nel precedente accordo del 2008 fra Governo Berlusconi e i c.d. capitani coraggiosi, il punto è tornato ad essere nuovamente quello dei licenziamenti. A quanto si apprende, nonostante i 2.200 “esuberi strutturali” di cui aveva parlato l’AD Del Torchio, riferendosi all’accordo trovato il 25 giugno, le nuove cifre fornite dal Ministro Lupi – e riportate dal Sole24Ore – parlano di 1635 esuberi complessivi così scorporati:

– 681 dipendenti esternalizzati presso altre società (tra cui 100 piloti e 100 ingegneri che andranno ad Etihad);

– 954 dipendenti in mobilità, ma questa verrà “mitigata dalla sperimentazione del contratto di ricollocamento”.

Mentre 616 dipendenti saranno ricollocati in Alitalia: 250 assistenti di volo con contratti di solidarietà e 200 andranno a sostituire contratti a tempo determinato, i restanti saranno divisi tra pensionamenti e dimissioni varie. No alla CIG ma sì alla mobilità, in sostanza.

L’accordo è stato firmato da CISL, UIL e UGL che insieme rappresentano il 70% dei lavoratori, mentre la CGIL deciderà entro domani il da farsi. A meno di sorprese dell’ultimo minuto – comunque sempre possibili visti i precedenti -, la vicenda Alitalia sembra chiudersi; una vicenda che racconta di privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite, inefficienze e sprechi, scelte aziendali sull’essenza di Alitalia mai compiute… Insomma, un concentrato del peggior capitalismo all’italiana.

Aggiornamento del 25/07/14 Come si suol dire, e come è stato fatto nell’articolo, il condizionale era d’obbligo. Dopo le divisioni sindacali – da ultima quella della UIL che ha deciso di non firmare né il contratto nazionale, né l’integrativo da approvare tramite referendum (e che invece ne ha proposto uno “suo” il 28 luglio, a giochi fatti), da ratificare prima dell’aumento di capitale dei soci Alitalia-Cai di oggi, venerdì 25 luglio -; dopo che Caio ha fatto intendere che Poste ha tutta l’intenzione di versare i suoi 40 milioni solamente nella newco sana (la quale vedrebbe quindi Cai al 46%, Poste al 5% e Etihad al 49%); dopo la comunicazione ai dipendenti dell’Ad Del Torchio, in cui ricorda che “tra le condizioni imprescindibili richieste dalla compagnia degli Emirati per entrare in Alitalia ce ne sono tre che riguardano direttamente o hanno impatti sulle persone e che si devono realizzare prima del loro investimento: raggiungimento degli obiettivi di costo 2014, dimensionamento dell’organico in linea con il piano disegnato, clima non conflittuale per i prossimi anni“… è di questa mattina, venerdì 25 luglio, la notizia di un possibile rinvio ulteriore della firma perchè l’assemblea degli azionisti oggi dovrebbe rimandare di alcuni giorni l’approvazione del bilancio (con 569 milioni di euro di perdita netta consolidata e patrimonio netto negativo per 27,2 milioni) e, soprattutto, della ricapitalizzazione di 250 milioni necessaria per la continuità aziendale, cioè evitare che la compagnia porti i libri in tribunale. Decisione necessaria per la firma dell’accordo per l’ingresso azionario di Etihad“. Mentre un articolo del Corriere aveva addirittura parlato di ultimatum della compagnia degli Emirati Arabi: firma dell’accordo entro lunedì 28 o salta tutto. Secondo il Ministro Lupi “questo matrimonio s’ha da fare”… ma non troppo in fretta, aggiungiamo noi. Evidentemente, quando si tratta con un’impresa privata che si rifà a criteri di razionalità economica, profittabilità ed economicità nel momento in cui deve portare avanti un investimento, le decisioni sono leggermente meno avventate rispetto a scelte di stampo politico che da tali criteri prescindono, e finché tutti i nodi non sono completamente sciolti non si firma. “Prima vedere cammello, poi comprare cammello”, in sintesi.

Aggiornamento del 25/07/14, ore 14 – Il referendum integrativo che prevedeva tagli per 31 milioni di euro al costo del lavoro ha visto la partecipazione di soli 3.500 iscritti (meno del 30%) su un totale di 13.200 aventi diritto. Tale referendum era stato boicottato dalla UIL, che è il sindacato di maggioranza tra tutti gli iscritti in Alitalia, in particolar modo tra piloti e assistenti di volo: dei 5.400 appartenenti al “personale navigante”, infatti, il 97% non si è recato alle urne. Ad ogni modo, secondo quanto si apprende, l’80% dei partecipanti si è dichiarato favorevole all’accordo. La questione si fa quindi ancora più complessa, e rischia di allungare ulteriormente i tempi, e si prepara naturalmente la battaglia sul fronte sindacale fra chi, come Tarlazzi di UilTrasporti, lo ritiene non valido – sulla base del Testo Unico sulla rappresentanza firmato a gennaio 2014 – in quanto senza quorum; e chi, come Filt Cgil, Fit Cisl e Ugl Trasporto Aereo, sempre sulla base del Testo Unico, ritiene invece confermata la validità degli accordi  “trattandosi di referendum abrogativo“; e chi, infine, come Veneziani della Uilt, ritiene che “non può essere applicato agli iscritti della Uilt, alle sigle non firmatarie e ai non iscritti“, per cui “adesso bisogna tornare al tavolo e fare un nuovo accordo“. L’unica cosa certa è che – come vuole la tradizione italiana sul tema – si aprirà un lungo litigio che molto probabilmente porterà le sigle davanti ad un giudice. Sempre che la trattativa non salti definitivamente prima.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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