L’abdicazione di Guglielmo II e la nascita della Repubblica tedesca

24/01/2014 di Lorenzo

Guglielmo II, l'abdicazione del Kaiser

“L’Imperatore e Re ha deciso di rinunziare al trono. Il Cancelliere imperiale resta ancora in carica fino a quando saranno regolate le questioni collegate all’abdicazione dell’Imperatore, alla rinuncia al trono del Principe della Corona dell’Impero tedesco e della Prussia e all’insediamento della Reggenza”. Esasperato e nel tentativo di salvare la monarchia tedesca, il Cancelliere von Baden, acclarato lo status confusionale in cui versava il Kaiser sul da farsi, inviò questo telegramma il 9 novembre a Berlino per cercare di salvare il salvabile.Tale atto derivava dalla volontà di von Baden e del capo dell’SPD Ebert di impedire alle frange dell’estrema sinistra una rivoluzione sociale che avrebbe portato alla distruzione di tutto, come era avvenuto poco tempo prima in Russia.

guglielmo-II-abdicazione-kaiserLa strategia Ebert. Inoltre, la parte maggioritaria dell’SPD guidata da Ebert voleva ricostruire lo stato tedesco con la collaborazione delle forze borghesi e delle vecchie elité imperiali e non marciare contro di loro, come stava facendo la sinistra estrema.Questa mossa va ricercata, oltre che nella già avvenuta collaborazione tra socialisti e partiti borghesi e cattolici negli anni precedenti al 1918, anche nel fatto che oramai l’Spd era sicura di apportare modifiche e riforme in sede parlamentare – data la sua maggioranza nel Reichstag – e perciò cercò il più possibile di convergere con i vecchi poteri. Per arrivare a questo occorreva, però, l’assenso del Kaiser Guglielmo II ad abdicare – arrivato poi forzatamente con il comunicato di Maximillian von Baden – che nel frattempo – siamo al 7 novembre 1918 – si trovava nel quartier generale tedesco a Spa, in Belgio. Qui si era svolto un drammatico colloquio con i due capi di stato maggiore, Hindenburg e Groener, che gli avevano dimostrato la necessità dell’abdicazione richiestagli dal governo di Berlino, dopo le varie sommosse dei comunisti in quei giorni di novembre.

Il Kaiser temporeggia. Hindenburg rivelò al sovrano che le truppe tedesche in caso di pericolo sarebbero “state sicure e compatte contro il nemico, malsicure contro il popolo tedesco” e, rincarando la dose, Groener suggerì al Kaiser che, se avesse voluto non abdicare e salvare la corona sulla sua testa, doveva “andare in qualche trincea dove infuriava la battaglia. Se fosse stato ucciso sarebbe stata la più bella ed onorevole morte possibile. Se fosse rimasto ferito, i sentimenti dei suoi sudditi nei suoi confronti sarebbero radicalmente cambiati al suo ritorno a Berlino”. Il Kaiser diede poco alito a tali proposte e cercò di guadagnare più tempo possibile, nel frattempo le potenze dell’Intesa avevano accettato la richiesta di un armistizio ed egli sperava ancora di poter ritornare alla testa del suo esercito per strozzare nella culla la rivoluzione in Patria.

Abdicazione in “contumacia”. “Se il Kaiser non abdica, allora la rivoluzione sociale ed istituzionale è inevitabile. Ma io non la voglio, davvero la odio come il peccato”. (Friedrich Ebert) Parole queste di colui che sarà proclamato, il giorno dell’abdicazione, nuovo Cancelliere del Reich. Ebert, capo dell’Spd tedesca, nato proprio pochi giorni dopo la proclamazione dell’Impero a Versaille, confessò in tutta sincerità tali parole al Cancelliere von Baden. Quest’ultimo nel tentativo di persuadere il Kaiser tentò anche di partire per Spa, ma venne fermato dal rapido inasprirsi della situazione a Berlino e nelle altre città tedesche. Difatti la sera dell’8 le frange estreme dell’Spd e gli spartachisti avevano proclamato una sciopero generale e, per tale motivo, Ebert aveva preteso ancor una volta l’abdicazione del sovrano come trofeo da esibire dinnanzi agli scioperanti. Il Kaiser da parte sua temporeggiò ancora e considerò anche la possibilità di abdicare solo come Imperatore tedesco, ma non come re di Prussia; alla fine toccò al cancelliere von Baden redigere e dichiarare l’abdicazione del Kaiser, senza attendere oltre.

guglielmo-II-esilioL’ira di Guglielmo. Questo mandò su tutte le furie l’Imperatore. A mezzogiorno del 9 novembre – appena diffusa la notizia dell’abdicazione – Maximilian von Baden nominò Ebert nuovo Cancelliere, il quale offrì al dimissionario la carica di reggente dell’Impero. Ma oramai era tardi per cercare di salvare la monarchia attraverso la forma della reggenza, difatti il pomeriggio stesso, senza essere stato autorizzato da Ebert, Philipp Scheidemann proclamò la Repubblica tedesca. Ebert avrebbe preferito rimandare tale questione ad un’una Assemblea nazionale costituente, ma Scheidemann, preoccupato dalle voci di un possibile colpo di mano degli spartachisti e volendo anticipare sui tempi il pericolo di una possibile proclamazione di una repubblica socialista in stile sovietico, proclamò la Repubblica affacciandosi ad un balcone del Reichstag.

L’esilio. Tale mossa, teatrale nei suoi modi, era la risposta che i rivoltosi aspettavano dai socialdemocratici ora al governo e quindi la rottura visibile con l’ “odiato militarismo prussiano” che aveva portato il popolo tedesco allo stremo. E fu cosi forte che neanche lo spartachista, Karl Liebknecht, potè più affievolirla, quando, due ore dopo la proclamazione di Scheidemann, si affacciò dal balcone del castello di Berlino per proclamare l’effimera “libera Repubblica socialista di Germania”. Venuto a sapere dei tumulti e persa ogni speranza, il Kaiser, nella rigida e buia notte del 9, passò rapidamente e silenziosamente il confine olandese ad Eyst per recarsi ivi in esilio. La notizia venne divulgata solo la sera del 10 dalla stampa tedesca ed internazionale.

Le reazioni. Invano quella sera – e nei giorni a seguire – i tedeschi cercarono nei giornali una parola, un proclama, un messaggio di colui che nei tempi felici ne aveva fatti tanti: una riga che dicesse che egli si esiliava per risparmiare al suo paese la guerra civile, ma che rimaneva ad esso legato, che l’avrebbe amato fino all’ultimo istante della sua vita (avrà poi prova di rifarsi attaccando il modus operandi nazista dopo l’emanazione delle leggi razziali). Questo silenzio, forse derivato dall’urto del colpo del proclama di von Baden, scombussolò i monarchici; urtò tutti finendo per provocare un’ondata di indignazione. Si evocarono allora tutti i suoi discorsi ed i suoi atteggiamenti più ruvidamente dispotici, si misero in circolazione un gran numero di aneddoti, odiosi e per la maggior parte falsi. Cominciò una vera campagna d’odio per ciò che fino al giorno avanti si era adorato.

Certo è che, poche settimane dopo la sua dipartita, l’Intesa richiese al governo dei Paesi Bassi la possibilità di estradare l’ex-Kaiser come uno dei maggiori colpevoli dello scoppio del conflitto e dei crimini commessi dall’esercito imperiale tedesco, possibilità che venne rispedita al mittente dal governo olandese e dalla sua regina Guglielmina. Un’accusa questa molto risibile, data la volontà dei futuri accusatori di candidarlo addirittura per il Nobel della Pace nel 1913. Respinta qualsiasi richiesta di estradizione da parte degli olandesi, Guglielmo di Hohenzollern si stabilì a Doorn, nei pressi di Utrecht, dove condusse il resto della sua vita come un nobile di campagna, disinteressandosi completamente della politica tedesca. Si spense ottantaduenne nel 1941 e volle essere sepolto nel suo mausoleo di Doorn, nonostante il Fuhrer gli avesse offerto le esequie di stato a Berlino.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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