La vittoria degli indipendentisti in Catalogna deve aprire un nuovo dialogo con Madrid

28/09/2015 di Marvin Seniga

La Catalogna fa un altro passo verso l’indipendenza. Questo è, in sintesi, il dato che emerge dalle elezioni svoltesi ieri nella ricca regione del Nord-est. Ma la realtà è più complessa

Catalonia

I due parti indipendentisti  avranno la maggioranza assoluta dei seggi del prossimo parlamento regionale (72 su 135), anche se non sono riusciti a conquistare la maggioranza assoluta dei suffragi. Junts Per Si, il partito nazionalista catalano guidato da Artur Mas, ha infatti ottenuto il 39,6%% dei voti che gli varrà 62 seggi nel prossimo parlamento mentre l’altro partito separatista, su posizioni più di sinistra, ha preso l’8,2% per 10 seggi. Dall’altra parte, nel fronte dei partiti che vogliono restare uniti a Madrid, è stato Ciudadanos, il partito fondato sempre in Catalogna nel 2005 e diventata negli ultimi due anni una forza politica estremamente rilevante anche a livello nazionale, a riscuotere il maggiore successo con il 18% (25 seggi), superando nettamente i due partiti classici della democrazia spagnola, i socialisti (13%) e i popolari (8%). Un altro dato che merita di essere sottolineato è stato quello relativo all’affluenza alle urne, che è stata quasi da record (76,7%), quasi del 10% superiore a quella delle scorse elezioni regionali del 2012. Un elemento che ben evidenzia l’importanza accordata dal popolo catalano al voto di ieri.

Ma la domanda che tutti si pongano in questo momento post-elettorale in Catalogna, in Spagna e in Europa è cosa succederà adesso? Artur Mas, storico leader del movimento indipendentista e governatore della Catalogna dal 2010, in campagna elettorale era stato chiaro nell’affermare che un’eventuale vittoria del fronte indipendentista alle elezioni avrebbe significato l’apertura di un processo che, nel giro di 18 mesi, avrebbe consentito alla Catalogna di diventare indipendente. Tuttavia già l’anno scorso quando Mas aveva deciso di far svolgere un referendum popolare a proposito della tanto sognata indipendenza, il congresso dei deputati lo aveva respinto mentre Rajoy aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale, la quale aveva stabilito come, per principio, gli affari della Spagna debbano essere giudicati da tutto il popolo spagnolo, non riconoscendo quindi alla Catalogna il diritto di indire unilateralmente un referendum sull’indipendenza. Mas decise comunque di far svolgere una “consultazione informale”, che registrò un’affluenza di poco superiore al 30%, e che, alla fine, si rivelò essere soprattutto in una mossa propagandistica, come la definì Mariano Rajoy.

Ma dopo il voto di ieri, con le elezioni generali previste per Dicembre, in cui regna la più totale incertezza, soprattutto considerando che i due partiti storici – il PSOE e il PP – continuano a perdere consensi, a vantaggio di nuove formazioni politiche come Ciudadanos, che in queste elezioni catalane ha sottratto moltissimi voti al Partito Popolare di Rajoy, Artur Mas, sarà più forte che mai e potrà spingere con ancora maggior determinazione la Catalogna verso la separazione dal resto della Spagna. Indipendentemente da chi sarà la prossima guida del governo, Madrid dovrà quindi obbligatoriamente scendere a compromessi con Barcellona. Una possibilità sarebbe quella di estendere alla Catalogna la stessa libertà in materia di politica fiscale che viene concessa ai Paesi Baschi e alla Navarra. Oggi, la maggior parte delle tasse pagate dai catalani finiscono direttamente nelle casse del governo centrale che poi, in un secondo momento, ne ritrasferisce una parte alla Catalogna. Un sistema giudicato iniquo da Mas e da molti altri suoi conterranei, perché in questo modo i catalani finiscono per versare più soldi a Madrid di quanti poi non ne ricevano indietro, mentre altre regioni ricevono più di quanto danno.

Una soluzione di questo tipo accontenterebbe gran parte di quell’elettorato che ieri ha votato per staccarsi da Madrid. A questo proposito il voto di Barcellona è emblematico. Nel capoluogo catalano gli anti-indipendentisti si sono ampiamente imposti. Separarsi dalla Spagna è vero – infatti – che garantirebbe ai catalani di gestire in piena autonomia la propria politica economica, ma al tempo stesso, rappresenterebbe un rischio per Barcellona. Basti considerare che la Catalogna indipendente sarebbe fuori dall’Unione Europea e dall’Euro, il che avrebbe sicuramente delle ripercussioni negative sull’economia locale almeno nel breve-medio periodo.

In conclusione una separazione della Catalogna dalla Spagna danneggerebbe entrambe le parti. Utilizzando una metafora calcistica – considerato che anche il calcio ha giocato un ruolo attivo in questa campagna elettorale – se, da un lato, una Liga senza il Barcellona sarebbe indiscutibilmente molto più povera, allo stesso modo gli azulgrana senza il clasico con il Real Madrid, perderebbero gran parte della loro ragion d’essere. L’uno ha bisogno dell’altro, questo è quello che entrambe le parti dovrebbero riconoscere. Da domani deve aprirsi un nuovo dialogo tra le parti. Madrid dovrà riconoscere il desiderio della Catalogna ad una maggiore autonomia in materia economica – la stessa autonomia che già viene riconosciuta ai Paesi Baschi e alla Navarra – mentre i catalani dovranno ammettere che la separazione dalla Spagna non è la soluzione ai problemi della regione.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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